IL PICCOLO TORCHIO
TESTI ON LINE


Premio letterario “Dante Graziosi/Terra degli aironi”
 

MICHELE BRUSATI
Da giugno a settembre

Fortunatamente non ci era mai capitato di spaccare qualche vetro, o di rompere qualcosa di rilevante. O meglio: più volte delle finestre avevano finito con l’incrociare le traiettorie dei nostri tiri, ma mai che queste fossero finite in frantumi. Erano attimi terribili, quelli, e me li ricordo come se li stessi vivendo adesso. Il rumore sordo del pallone che incoccia contro il vetro, qualche scricchiolio sospetto, un leggero tremito alle gambe, e poi lo stesso pallone che ritorna verso di noi. E poi a correre via, inforcare le biciclette e disperderci per il paese, il più lontano possibile; ché anche a essere innocenti, c’era pur sempre il modo di finire colpevoli, e magari di scontare le pene di altri tiri, o di altri palloni.
Scappavamo, scappavamo sentendoci l’aria sulla faccia, sentendo i muscoli delle gambe fare male; mettere il rapporto più duro e cercare di evitare ogni possibile incrocio, o semaforo. C’era un modo per scappare in fretta, e io lo conoscevo bene: era quello di immaginare un vecchio con la forca a inseguirci, lui incazzato nero per il suo vetro e magari addirittura possessore di un Garelli per poterci inseguire. Vecchi del genere esistevano, e una volta uno di questi mi aveva davvero inseguito. Si era tutti intorno all’albero di ciliegie sul ciglio della strada, e si tirava a sorte su chi avrebbe dovuto salire, e chi sarebbe rimasto giù a fare il palo. A sorteggio effettuato, non avevamo fatto in tempo nemmeno a tentare di arrampicarci che il vecchio in questione era apparso, forca alla mano, stivali alti fino al ginocchio, due o tre imprecazioni pronte in gola.
Era una vita così, cosa ci volete fare. Non c’erano ancora i computer, Internet, videogiochi e diavolerie varie; e, se ci fossero stati, probabilmente li avremmo seppelliti dietro a lunghe corse in bicicletta. Era questo che mi piaceva più di ogni altra cosa: sentire il vento sulla faccia, scegliere le discese più lunghe e accovacciarsi il più possibile per andare più veloce; o le salite più bastarde, quelle che a metà iniziavi a confondere il sudore con le lacrime, ma quando arrivavi in cima eri l’uomo più felice sulla terra. Viste oggi, sembrano poco più che collinette. Per noi erano Les Deux Alpes, o il Mortirolo, o il Pordoi. Oggi anche andare in bicicletta a cercar farfalle è diventato qualcosa di professionistico, e forse queste piccole leggende la gente non riesce proprio a godersele, in fondo.
Perché le leggende non esistono per se stesse, ma solo grazie al contorno. Perché se le leggende non esistono, allora bisogna inventarsele. E allora i nostri boschi si riempivano di streghe, i cimiteri nascondevano voci misteriose, ogni angolo di buio una possibile insidia. Che poi, forse, lo sapevamo anche noi: sapevamo che le streghe erano coppiette imboscate, che i pericoli del buio erano semplici animali notturni, e che le voci che venivano dal cimitero erano quelle dell’assessore e delle donnine che si portava dentro. Ma la fantasia era più bella e molto meno squallida della realtà; e come darci torto, allora.
I nostri sogni erano sogni semplici, fatti di cartone e messi insieme con lo spago. Chi avrebbe sposato la più bella della classe, chi sarebbe diventato un calciatore famoso, chi sarebbe stato nominato sindaco del paese e ci avrebbe costruito un vero e proprio campo da calcio. E poi sarebbe diventato presidente della repubblica, forse. Nel frattempo, ci accontentavamo di bagnarci sotto un pompino le sbucciate alle ginocchia, dolorosi residui di un contrasto di gioco troppo acceso, o di una impennata in bicicletta finita male. A gambe all’aria, s’intende.
Pian piano si cresceva, questo è logico. Si conoscevano altre persone, altri mondi, magari si viaggiava; le storie di vacanze al mare, scuole prestigiose e fabbriche immense ci arrivavano come da lontano, caricate di particolari che avrebbero fatto entusiasmare anche il più scettico degli scettici. Qualcuno restava, e giurava che non se ne sarebbe andato mai. Qualcuno se ne andava, ma poi tornava ed era la persona più felice del gruppo. Qualcuno andava e basta.
C’erano giorni coperti da una nebbia che non arrivavamo a vedere nemmeno la nostra cassetta delle lettere, e i programmi per adolescenti che passavano in tv non facevano nient’altro che intristirci. C’erano settimane e settimane continue di pioggia, come quelle che stanno passando adesso. C’erano dei cieli talmente grigi da sembrare fatti di cemento.
Era bello, quando tornava il sole. E forse era proprio questo, il bello del sole: sapere che bisognava lottare contro piogge e nebbie per goderselo, e che una volta arrivato non ci si poteva permettere di perderne anche un solo raggio. Tiravamo fuori il pallone dall’armadio, la maglia della nostra squadra, e uscivamo canticchiando l’ultima canzone che avevamo sentito alla radio. I compiti potevano aspettare, ché c’era sempre poi qualche compagno occhialuto con poca voglia di uscire che ce li avrebbe concessi, la mattina dopo. Si usciva, si abbozzavano delle improbabili porte coi giubbotti, e si iniziava la partita. Finivamo mezzi rotti, puntualmente perdenti, sudati come se avessimo corso una maratona.
E poi c’era un pompino per dissetarci, tutti insieme, in coda, a fare a gomitate per saltare il turno.
Naturalmente, si era amici solo da giugno a settembre. Gli altri mesi, c’erano campionati troppo avvincenti e combattuti per potere andare d’accordo. C’era sempre qualche arbitro che dava o non dava un certo rigore, o un fallo di mano che poteva esserci come poteva non esserci. E c’erano sorrisi e c’erano sfottò, c’erano cori e c’erano pure brutte sconfitte, sconfitte destinate a durare per mesi e mesi, fino alla successiva rivincita. No, decisamente non si poteva andare d’accordo. Fino a giugno, dico, quando il campionato finiva e tutto magicamente livellava le cose: il calciomercato metteva facili sogni nella testa di tutti, e così era più facile far zittire i vincitori. Tutto qui.
E poi c’era la nazionale, e i mondiali. Ecco, forse è tutto iniziato lì, da quella semifinale in cui qualcuno crossò dalla sinistra, Zenga andò a farfalle e Caniggia ribadì facilmente in rete. Andò così, o almeno così mi raccontarono. Perché io quella partita non la vidi, e quel gol non l’ho mai visto in vita mia.
La storia è fin troppo facile e dissacrante. Venivamo da un’estate di bagordi, e di loschi giri in bicicletta per le pianure. Non so se fu per farci ritemprare i nostri spiriti malsani o per liberarsi almeno una settimana di noi che i nostri genitori decisero di mandarci in colonia, tutti assieme. Il posto era bello e la gente pure, ma sono ricordi che pian piano hanno finito con l’annebbiarsi. Ricordo invece ancora distintamente quel prete che dirigeva il tutto, padre Trefolo lo chiamavamo, e lo chiamiamo tuttora: un nazista dai lunghi baffi e dai capelli corti, perennemente in divisa da prete e con un’aria da volerti prendere a sberle. Aveva sempre al suo fianco una suora grassoccia e altrettanto baffuta, che non ci seguiva nelle scampagnate in quanto mai e poi mai avrebbe retto il passo della comitiva.
Non ricordo più chi iniziò a ridere. Fu uno di noi, certamente, perché le risate iniziarono proprio dall’ultima fila di banchi, per poi arrivare alla penultima, poi alla seconda, poi alla prima, poi a don Trefolo. Ecco, a quel punto nessuno rideva già più. Ci fu una sfuriata che riempì la chiesetta di urla e di epiteti poco raffinati, e che per poco non fece arrossire i santi dipinti sulle tele. Noi abbassammo lo sguardo, ma questo non servì a evitare la dolorosa punizione.
Non ho idea del perché don Trefolo e la suora baffuta odiassero così tanto il calcio. Forse odiavano semplicemente la passione che ci mettevamo dentro, i nostri discorsi entusiasti, la sua divertente casistica. Ecco, credo che fossero invidiosi: invidiosi di quell’ardore, che avremmo potuto destinare ad altri scopi, ben più importanti.
Fu così che nel giorno in cui tutta l’Italia era inchiodata ai televisori in colonia venne organizzata una veglia, e tutti noi fummo obbligati a pregare e a riflettere sul nostro meschino comportamento. Ma spero sinceramente che i miei discorsi Dio non li abbia ascoltati, quella sera; e credo sia andata così, visto che padre Trefolo è ancor oggi vivo e vegeto, e cita a memoria i più truci passi dell’Apocalisse alle compassate signore ottantenni che popolano la prima messa del mattino.
La veglia finì tardi, naturalmente; ma la partita terminò ancora più tardi. Ci misero a letto, e da sotto le coperte qualcuno tentò di accendere una radio a pile. Dal chiuso della stanza non si sentiva nulla, però, e iniziammo a cercar rimedio alla cosa. La suora baffuta ci sorprese così, con la finestra aperta ad armeggiare con la radiolina. Non ce la sequestrò, ma ci disse che chi non aveva intenzione di dormire, avrebbe fatto meglio ad andarsene fuori. Accettammo di buon grado: fuori faceva un freddo del boia, ma almeno la radio prendeva. Facemmo in tempo a sentire l’ultima serie di rigori. Zenga si buttava puntualmente dalla parte sbagliata, gli argentini furono infallibili. Perdemmo, e noi scaraventammo quella maledetta radiolina nel fitto del bosco. Tirammo pugni ai muri, ne dicemmo di tutti i colori. Circa un’ora dopo la suora venne a recuperarci, ma noi decidemmo di non rientrare. Ci guardò con commiserazione, stizzita; fui tentato di spiegarle qualcosa, ma convenni che sarebbe stato inutile. È impossibile spiegare il tifo; lo si può solo vivere. Passammo tutta la notte rannicchiati, insieme, in un unico gruppo. A volte dormendo, a volte vegliando. In ogni caso in silenzio, perché nessuno aveva voglia di dire nulla. Ricordo che piansi, anche, quando fui sicuro che nessuno potesse sentirmi. Molti altri fecero altrettanto.
Mi svegliò l’alba. Era bellissima, e sarebbe stata davvero conciliante. Ma l’Italia aveva perso, e tutto il resto poteva fare anche a meno di esistere. Vidi tutti i miei amici svegliarsi, a uno a uno. Ci guardammo, tutti. Non ci eravamo mai sentiti così vicini.
Perché finì tutto? Chi può dirlo... Fu l’inverno successivo, probabilmente, che cambiarono pensieri, facce, interessi comuni. Credo che esistano due versioni dell’amicizia: chi la vuole sentimento incrollabile, con i veri amici che durano nel tempo, a discapito degli avvenimenti; chi la vuole un sentimento tenue, un’affezione, un qualcosa di variabile a seconda dei momenti: non si possono sempre avere gli stessi amici, così come d’altronde non si può nemmeno essere sempre se stessi.
Partirono tutti, ma in verità non se ne andarono mai. Cambiarono solo giri, orari, luoghi. Le cose che facevamo prima divennero strette, immature. Rimanemmo soli, io il mio pallone e il vecchio con la forca ad aspettare ogni mio possibile sbaglio. A giugno mi ritrovai intristito, pensieroso, scettico. Giravo, ma mi sembrava che non ci fossero più cose da vedere. I ranocchi saltavano attraverso gli argini delle risaie. I serpenti prendevano il sole sull’asfalto, e scappavano sentendo le macchine arrivare. I torrenti non ne volevano sapere di riempirsi di pesci. Cosa fare?
Tornare a casa, e accendere la radio. Mettere su una cassetta triste. E incontrare una ragazza dagli occhi talmente verdi da ricordarti quelle montagne che tanto sognavi.
Sì, c’erano anche loro: le ragazze. Fino a quel momento erano rimaste defilate, immerse in un mondo di bambole e di sogni da bambine. Ora uscivano un po’ allo scoperto, ridevano tra di loro, si sedevano sulle panchine e alzavano o abbassavano lo sguardo, a seconda se volevano guardare, o essere guardate. Io la conobbi così, la mia. Ci guardammo, ci piacemmo; e naturalmente non trovammo il coraggio di dircelo. Ci volle un insulso incontro fortuito, e ci vollero tre passi in avanti verso di lei che mi sembrò quasi di buttarmi giù da un ponte, dalla tensione.
Aveva un sorriso che metteva fuori discussione ogni altra cosa. Vestiva con colori facili, e stupire con naturalezza era un po’ il suo mestiere. Si faceva, a seconda degli umori, amante, moglie, civetta o meta irraggiungibile. Aveva una casa piena di fiori, e le foto in bianco e nero dei nonni appese alle pareti. Poteva rendermi felice, o triste; e per farlo le bastava semplicemente lasciarsi scappare un aggettivo diverso dal solito. La parola amore esisteva, forse; o meglio, speravo veramente che esistesse.
Tutto finì, naturalmente. Finì così, senza un motivo: forse il gioco si era fatto troppo grosso, sia per me che per lei. Forse perché c’erano ancora troppe cose da provare, e una di queste si chiamava libertà. Forse perché recitavamo un ruolo non nostro, ma che avevamo visto fin troppe volte in tv, e che sapevamo come recitare.
La lasciai così, sorridente come l’avevo trovata; e un sorriso così non lo rividi mai più.
Cose strane; cose che succedono. Mi guardai allo specchio e ritrovai un’altra persona, di parecchi centimetri più alta. Di riprendere il pallone e calciarlo contro un muro non se ne parlava nemmeno; prima era la normalità, adesso sembrava qualcosa di inadeguato. La voglia c’era; il coraggio forse no. C’erano altri mondi da scoprire, altri mondi che prima avevo solo sfiorato, e che ora entravano in scena dall’entrata principale. C’erano datori di lavoro preoccupati della precisione e della produttività dei pezzi prodotti; e tu a cercare di fare tutto il possibile per non farli arrabbiare. C’erano boccali e bottiglie di birra, e tanti amici con cui parlare e bere insieme. C’erano ragazze che si truccavano per apparire più mature, e che di lì a poco avrebbero iniziato a fare l’esatto contrario. C’erano baci rubati fuori da discoteche, e serate a zonzo senza alcuna meta. Serate a parlare col cielo, con le stelle, col vento.
I nostri amori erano cose di poco conto, evoluzioni tanto efficaci quanto rapide di cuori troppo piccoli per farci entrare qualcosa di più che un semplice sentimento passeggero.
Era una vita difficile, nel senso che eravamo stati abituati per troppo tempo a divertirci con niente, e ora che avevamo tutto era davvero difficile darci dei limiti. Qualcuno di noi lo paga ancora adesso, lo scotto di non essersi posto dei limiti. Quelli che la sera li vedi con lo sguardo perso nel vuoto, e ti chiedono di pagargli la consumazione. Quelli che sono andati un po’ troppo in là, ora ce l’hanno fatta a rientrare ma conservano fin troppe cicatrici, e forse un po’ troppo evidenti. E quelli che non ce l’hanno fatta, purtroppo.
Mancio fu uno di questi. Eravamo talmente bevuti che facevamo fatica anche a parlare tra di noi. Mancio accese il motore, disse che andava da non so quale parte – ma a fare cosa lo sapevamo – e cercò dei compagni per la propria spedizione. Sulle prime fui tentato, ma declinai l’invito, rendendomi conto di non essere in grado nemmeno di reggermi in piedi.
Mancio partì, solo; quando lo rivedemmo stava accasciato sul volante, nella sua macchina ribaltata in un fossato. I pompieri e le ambulanze tutte intorno. Nessuno di noi ebbe il coraggio di dire niente; e la sera dopo, al bar, nessuno ebbe il coraggio di presentarsi.
I funerali furono il giorno più pietoso della mia vita. I suoi parenti piangevano, e ci guardavano con odio. Anche noi piangevamo, e pensavamo che Mancio, in fondo in fondo, l’avevamo conosciuto meglio noi. Il corteo procedeva lento. Qualcuno di noi non ebbe il coraggio di entrare in chiesa; io ce la feci. Sbagliai, perché mi ritrovai seduto al fianco di due occhi fin troppo familiari. Aspettò un momento rumoroso, una preghiera comune, e mi sussurrò all’orecchio: «Era fin qui che volevate arrivare, no?»
No. Decisamente no. Ci avevano avvertito, e forse avevamo avuto il torto di non prestare attenzione a quegli avvertimenti. Però no, no e no. Mancio, no.
Mancio avrebbe seguito i mondiali, li avrebbe seguiti sventolando una grossa bandiera tricolore. Noi ci mettemmo un po’, quell’anno, a capire che i mondiali erano iniziati. Il dolore era ancora troppo forte. Quando mi riebbi, scoprii che avevamo in panchina un uomo antipaticissimo, che le partite si giocavano dall’altra parte dell’oceano e alle due del pomeriggio, e che Baggio sembrava non finire mai di stupirci. Si era arrivati in finale, e in finale c’era addirittura il Brasile.
Fu la partita più storta della mia vita. Non ci fu un’occasione, né un grido né una smorfia. Ci fu solo tensione, un’unica e insopportabile tensione. Arrivammo ai rigori, e Baggio quel rigore credo che se lo sogni ancora oggi, di notte. Perdemmo. Noi si era tutti insieme a casa mia, di fronte a un televisore cinico e spietato. Iniziammo a piangere e abbracciarci, tutti insieme. Non ho idea, però, di quanti piangendo pensassero realmente alla finale appena persa; chi lo sa.
Fui io che partii, alla fine. Fu il giugno dell’anno dopo, quando sentii che tutto intorno a me si stava rinsecchendo, che non riuscivo più a trovare né gioia né voglia di vivere. Decisi di partire, perché cambiare aria si rivela molte volte la soluzione migliore; in ogni caso, la più facile. Decisi di partire, e lo feci. Ma prima di farlo sentii il bisogno di riempirmi gli occhi di tutto quello che avrei perso. L’edicola vicino a casa mia, che aveva da tre anni armai gli stessi giocattoli in offerta. Il bar all’angolo, dove era possibile trovare qualcuno con cui parlare, a qualsiasi ora. Le impennate di Spiro Rigetti, con il piede sulla targa per non farsi riconoscere dai vigili, come se questi non sapessero riconoscerlo dalla faccia. Le settimane in cui piove sempre, e le risaie sembrano quasi rompere gli argini e formare un tutt’uno, il nostro piccolo mare. E le biciclettate d’estate, a cercare gli spruzzi dei campi e a passarci sotto, e a uscirne inzuppati. I piccoli arcobaleni che si formano sull’asfalto.
E i giorni di vento, quando le montagne sembrano essere vicinissime, a due passi da te. Quando ci pensi, e pensi che quelli che vivono in montagna non possono goderselo, un simile panorama; possono al massimo guardarsi sotto i propri piedi, ma non è decisamente la stessa cosa. È un po’ come guardare certi quadri, che proprio da lontano si riesce meglio ad apprezzarli.
Partii, me ne andai lontano. Cercai un nuovo lavoro, nuove facce, nuovi destini. Sparii, ed evitai di rispondere alle poche lettere che mi arrivarono.
Conobbi gente che mi dava del lei; io mi sentivo scomodo, e mi sembrava quasi di bluffare. Conobbi gente da buttare. Conobbi amicizie destinate a infiammarsi e a spegnersi in una sola serata. Conobbi qualche amore, ma la parola amore continuava ad avere significati sempre più diversi tra loro. Credetti di ritrovare due occhi simili alle montagne. Mi sbagliavo: era un riflesso, o qualcosa del genere.
Più che altro pensai. Pensai che forse non ci hanno sbattuti sulla terra e basta; piuttosto, c’è stata sicuramente una selezione all’ingresso, e hanno ben pensato ad accoppiare un tipo di persona con il luogo migliore per questa. Pensavo a questo, davvero; e mi sentivo sempre più sbagliato, sempre più fuori luogo. Mi chiedevo se poteva esistere davvero un luogo dove avrei potuto starmene a mio agio.
Era ottobre quando incontrai casualmente il mio vicino d’appartamento, e questi mi chiese se volessi giocare a calcio nella sua squadra. Erano in pochi, considerati infortuni e defezioni; e uno in più avrebbe fatto certamente comodo. Accettai, più per noia che per altro. Ma fu una bella esperienza, nel complesso.
Avevano una maglia gialla e nera un po’ pacchiana, e come sponsor una pizzeria che aveva chiuso due anni prima. Giocavano in un campo scellerato, vicino all’autostrada e separato da essa da un’alta (ma non abbastanza) recinzione. Più volte dei miei tiri finirono sul manto stradale, molto pericolosamente.
Era gente simpatica, nel complesso. All’allenamento seguivano serate in birreria, e dopo le partite giri di aperitivi. Avevano famiglie a cui rendere conto, bambini alle prese con dentisti, lavori da cui non vedevano l’ora di staccarsi; ma la cosa non sembrava pesargli molto. Gli allenamenti erano piuttosto leggeri, le partitelle tra di noi erano abili stratagemmi per farsi male sul serio e saltare settimane sul lavoro.
La mia prima esibizione fu incoraggiante: entrai nel secondo tempo e mi comportati dignitosamente sulla fascia. La seconda partita partii titolare, e vincemmo grazie a una galoppata del nostro attaccante a metà della ripresa. La terza ci fece ritornare bruscamente alla realtà; i nostri avversari erano decisamente più grossi e arrabbiati di noi, fecero volare il nostro centrocampista a gambe all’aria dopo pochi minuti e noi li lasciammo vincere facilmente. Finimmo così, sotto di cinque gol ma banalmente felici di uscire dal campo con i nostri piedi.
Gli arbitri erano puntualmente gente con gli occhi stanchi e la voglia di arrivare al più presto dentro un bar. Ogni tanto avevano paura di fischiare, ogni tanto erano i primi ad alzare le mani. Qualche volta, stanchi, interrompevano le azioni perché non ce la facevano più a correre, e se ne vergognavano.
Terminammo il campionato dignitosamente, a metà classifica. Cenammo insieme, ci abbracciammo, e ci salutammo un po’ tutti. Io salutai più calorosamente degli altri; non per altro, ma perché avevo un triste presentimento nell’aria. Ci sarebbero stati i mondiali, quell’estate; e i mondiali qualcosa lo portavano sempre con sé.
Vidi le prime partite da solo; all’inizio appassionato, poi sempre più spento.
Immaginavo gli altri, ovvero i miei soliti amici, radunarsi in massa e iniziare ad aprire le birre. Li immaginavo imprecare, esultare, sfottere e sfottersi.
Ed è così che li ritrovai, quando tornai. Tutti presi a discutere di tattiche, e di modi per farla franca. Cesarone aveva eretto una barricata contro Zidane; la barricata resse e la partita scivolò nella noia più totale. Perdemmo ai rigori, naturalmente: così, come ogni anno, con la solita sensazione di non averci provato fino in fondo, con la sensazione che tutto fosse un brutto sogno.
Non so perché, ma fu una festa lo stesso. Iniziammo a tifare Francia, solo per il pretesto di poterci vantare di aver perso con i campioni del mondo. In verità, se un cecchino avesse ucciso dagli spalti tutti i giocatori, la cosa ci avrebbe lasciato indifferenti.
Passai il resto della settimana di ferie con loro; poi mi feci inviare le mie cose, e decisi di passarci pure il resto della mia vita. Così, non perché abbia realmente trovato il mio posto, ma perché alla fine in un posto bisogna pur vivere; e spetta a noi trovare il più divertente di tutti.
Ben presto ricominciai a bazzicare nei soliti luoghi, con le solite facce; le trovai tutte un po’ invecchiate, ma in fondo in fondo sempre le stesse. Ritrovai anche me, con loro.
Ed eccomi qua, a come sono oggi.
I due occhi che ricordano le montagne li vedo ancora, quasi ogni giorno, visto che abitano proprio davanti a casa mia. Si sono fatti un po’ più spenti, a dire la verità; forse a furia di armeggiare con passeggini e carrozzine e cene da preparare in tutta fretta.
Mi piace ancora uscire la sera, a prendermi un po’ in giro. Ogni tanto, in qualcuna di queste sere, salta fuori un pallone. Giochiamo fino alle tre di notte, cerchiamo improbabili numeri da brasiliani e invece finiamo immancabilmente col sedere per terra. Il pallone viaggia da tutte le parti, qualche tiro avventato lo fa pure finire contro la carrozzeria di qualche macchina. Siamo cresciuti, ma non siamo di sicuro più furbi: quelle macchine sono le nostre. Mi fa un po’ paura, questa cosa. Facciamo un po’ di baccano, questo è logico. Qualcuno accende le luci, qualcuno ci urla dietro, i più incazzati ci tirano secchiellate d’acqua. Quando questo succede, c’è poco da fare: prendere la macchina, e cercare di scappare il più veloce possibile. Non è che sia cambiato molto, in effetti.
Qualche giorno fa ero seduto ai tavolini del bar, all’aperto. Dei bambini giocavano a pallone; d’un tratto li ho visti scappare in fretta e furia. Da un portone è uscito un signore, che ben conoscevo. Era invecchiato, ma era sempre lui. Teneva con una mano un pallone, e con l’altra una forca. Si dirigeva verso di me. Ecco, il pallone aveva rotto il vetro. E io mi ero dimenticato di scappare.
Non successe nulla: lui rise, e mi lanciò il pallone. Forse aveva ben chiaro che non c’entravo nulla; forse no. Forse qualcosa c’entravo comunque. E, dopotutto, anche lui aveva avuto una parte importante, nel tutto. Eravamo stati come complici, e per anni. Come negarlo.
Mi hanno detto che quest’estate ci sarà un mondiale. Credo che sia a giugno, naturalmente. Credo che il campionato finirà, e comunque vada riinizieremo tutti a parlare di calcio, e a uscire di nuovo insieme la sera. Gireremo di nuovo per le pianure, in cerca di qualche bar aperto. Inizieremo a parlare di tattiche, di formazioni, di possibilità.
E inizieremo di nuovo a sperare; siamo degli illusi, lo sappiamo, ma dopotutto è così che ci piace essere. Non prendetevela con noi, ma piuttosto con chi ci ha fatto così. E non dite a padre Trefolo che, in caso di vittoria, andremo sotto la canonica a festeggiare, inneggiando a lui e alla suora coi baffi, vendicando il nostro povero Schillaci, che senza di noi proprio non ce la fece, a piegare gli argentini. Non diteglielo. Ma forse lo sa: quelle sono cose che si pagano, prima o poi.

Il Piccolo Torchio c/o Eikon Italia
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