IL PICCOLO TORCHIO
TESTI ON LINE


Premio letterario “Dante Graziosi/Terra degli aironi”
 

MAURO CANEPARO
L’albero dagli occhi verdi

Ogni volta che i tanti impegni mi concedono un momento di tregua, oppure quando sento il bisogno di ritrovare me stesso e l’indispensabile quiete interiore, vengo qui, in questa macchia boschiva e paludosa, dove la natura è pura e intatta e m’immergo, a seconda della stagione, in ciò che essa offre. A volte credo di udire tra gli alberi la voce di Alno, a volte il vento mi riporta una lontana carezza, altre volte, nel verde più brillante, mi pare di scorgere i suoi occhi. Nell’aria però, aleggia sempre la sua presenza, e nell’animo ritrovo così la pace.
Passavo gli assolati e afosi pomeriggi estivi lungo gli argini delle risaie e dei fossi che, a ragnatela, circondavano il cascinale. Munito di una lunga canna di bambù e di un ampio quanto vecchio cappello di paglia (di quelli che un tempo usavano le mondine) mi dedicavo alla pesca delle rane. All’ombra di pioppi, salici e ontani, trascorrevo le vacanze estive, al cascinale dei nonni e degli zii, lontano dalla grande città. Oh, non è che amassi simili vacanze e neppure quei posti: io, all’infuori delle origini, non avevo nulla in comune con quella terra, ma per abitudine, e quindi da sempre, il termine dell’anno scolastico coincideva con il mio arrivo alla cascina “Brusà”, e ogni anno speravo di essere ormai cresciuto abbastanza per cambiare finalmente destinazione. Fu verso l’inizio di settembre, quando già pregustavo la imminente fine delle solite monotone vacanze, che incontrai Alno. Era un pomeriggio ancora molto caldo e afoso, tanto che ne avevo approfittato per fare una nuotata nelle limpide acque della roggia Biraga. Nei giorni più caldi infatti mi divertivo a stare per ore in quella accogliente frescura, a tuffarmi dalla riva, raccogliere manciate di sabbia dal fondo, galleggiare a pancia in su lasciandomi trasportare dal lento moto della corrente, e magari molestare cavedani e argentini che tentavano un rifugio tra gli anfratti e i sassi del fondale. Mi stavo dunque riposando lì sull’argine, mollemente abbandonato sull’erba come un biacco appisolato a godersi un po’ di sole, quando percepii un fruscio lontano di passi lenti e leggeri. In genere da quelle parti non veniva mai nessuno, per cui alzai il capo incuriosito.
C’era un uomo, già abbastanza avanti con gli anni, che veniva verso di me con andatura lenta. Man mano che si avvicinava potevo scorgere sempre più distintamente il suo abbigliamento piuttosto dimesso, il volto rugoso e bruciato dal sole ma, nell’insieme, il tutto improntato da un’espressione singolare, rimarcata poi da due occhi così verdi come mai ne avevo visti prima. Non dimenticherò mai l’intensità di quel verde, così brillante, smeraldino, tanto da far apparire opache le gemme più cristalline, o addirittura appassiti i germogli più verdi di primavera. Rimasi del tutto stupito ad ammirare quegli occhi che sorridenti mi fissavano, mentre sentivo una diffusa dolcezza che mi scendeva dentro e mi stordiva con un delicato piacere.
«Beh?» mi apostrofò lo sconosciuto facendomi riprendere dallo sbigottimento. «Che c’è? Hai visto un fantasma?»
Continuavo a fissarlo dritto negli occhi e non avevo il coraggio di parlare. L’uomo si avvicinò, posò in terra il vecchio e sgualcito zaino che portava sulle spalle, mi diede una leggera pacca sulla nuca e con voce calma disse: «Io sono Alno, il camminante».
Avevo sentito parlare dei camminanti, una specie che credevo ormai estinta di uomini che girovagavano senza meta per la campagna, liberi così come la natura aveva creato ogni cosa, uomini che vivevano di quanto il buon cuore della gente offriva, magari raccontando vecchie storie durante le feste paesane, oppure alla sera sull’aia nella stagione della monda.
«È un bel posto questo», riprese guardandosi intorno, «veramente un bel posto. La Biraga qui è stupenda: quest’acqua è tanto limpida che la si potrebbe bere» concluse avvicinandosi alla roggia.
Lo osservai mentre si specchiava nell’acqua, mentre si toglieva gli abiti di dosso fino a quando si tuffò sollevando una miriade di spruzzi, tra i quali improvviso si accese un breve arcobaleno. Quando riemerse aveva il volto illuminato da un ampio sorriso, e un’espressione felice come solo la si può scorgere sul volto dei bambini. Rimase a lungo in acqua, e io lo ammiravo invidiando la sua evidente felicità, ma poi constatai che anch’io mi comportavo alla stessa maniera. Mi piacque per quel suo modo di essere fanciullo.
«È meraviglioso!» esclamò uscendo dalla roggia. «Questa acqua è proprio la fonte dell’eterna giovinezza!» e venne a sdraiarsi accanto a me. Io continuavo a fissarlo con ammirazione, provavo nei suoi confronti un’attrazione naturale, come se avessi conosciuto Alno da sempre.
Mi incuriosì anche l’armoniosità delle sue membra, la muscolatura vigorosa malgrado l’uomo attempato. Fu proprio la curiosità che mi spinse a parlare.
«Quanti anni hai?» gli chiesi. Ma subito mi vergognai per la mia indiscrezione e per avergli dato del tu senza esserne autorizzato. Sentii un caldo rossore salirmi in volto e istintivamente abbassai gli occhi.
«Ehi», fece lui, «guarda un po’ che ti sei fatto tutto rosso!» e mi accarezzò i capelli. «È bello sapere che esistono ancora ragazzi che sanno arrossire. Vuol dire che dentro sei puro e trasparente come quest’acqua!»
La sua voce era calma e sicura, con un timbro caldo e armonioso che infondeva una vaga sensazione di quiete.
«Ma chi sei, da dove vieni?» pensai istintivamente.
«Calma, calma ragazzo. Una domanda per volta. Un uomo deve saper moderare anche la propria curiosità».
«Ma... allora mi ha letto nel pensiero... Dio mio...»
«Buono ragazzo, non spaventarti inutilmente. Lascia che ti racconti la mia storia... Piuttosto non mi hai ancora detto il tuo nome».
Alzai lentamente lo sguardo verso di lui... il cuore mi batteva così forte che pareva balzare fuori dal petto, sentivo come una mano che mi stringeva in gola, e il volto che avvampava sempre più.
Alno sorrise: «Ti chiami forse Luigi... o Giorgio...»
Capivo che stava tentando con ogni mezzo di mettermi a mio agio, ma io mi sentivo così impacciato, confuso, vulnerabile, sarei scappato verso casa, ma qualcosa mi tratteneva; non osavo neppure pensare. Ma come è possibile non pensare...
«Marco» risposi senza volerlo, come se l’istinto avesse preso il sopravvento sui miei pensieri, come se il mio nome fosse scivolato fuori dalla bocca che pur tenevo chiusa, aprendosi a forza un varco tra le labbra fino a erompere in quel «Marco» il cui timbro mi stupì per la sicurezza con cui era stato pronunciato. Provai paura e nel contempo ancor più attrazione verso quell’uomo, verso quell’Alno, il camminante dagli occhi verdi. Tornai a fissarne il verde tanto brillante.
«Questi occhi non sono umani...» pensai; ma subito cercai di nascondere il pensiero che mi era sfuggito. Alno continuava a sorridere.
«Bene», disse, «credo sia proprio il caso di raccontarti qualcosa, altrimenti tu chissà che cosa andrai a pensare».
Si sedette sul bordo della roggia lasciando pendere le gambe sull’acqua. Mi venne spontaneo imitarlo. Sedevo accanto a un uomo che non conoscevo, ma sentivo dentro una decisa fiducia nei suoi confronti, un senso di sicurezza, addirittura protezione. Mi ricordai le raccomandazioni che un tempo mi faceva la nonna: «... Attento agli estranei... ma qui in campagna siamo tutti brava gente... non come da voi in città!» e mi venne da sorridere. Osservai Alno di sottecchi: anch’egli sorrideva.
«Ti piace stare in campagna?» mi chiese.
«Certo che no!» pensai. Poi ricordai che quell’uomo mi leggeva forse nel pensiero. «No, no, non mi piace qui!» Risposi prontamente quasi gridando, come per nascondere ciò che avevo pensato. Che poi era lo stesso.
Alno continuò a sorridere. «E dove preferisci stare? In città?»
«In città...» pensai. «Sì, in città!», tornai a rispondere con vigore, «lì c’è tutto, i miei amici, il cinema, e poi all’oratorio a giocare con gli altri a pallone... oh, c’è anche la scuola». Più parlavo e più mi sentivo sicuro. Avevo già abbandonato quel senso, seppur solo accennato, di timore e soggezione che in genere si prova nei confronti di una persona appena conosciuta. Così continuai a parlare, quasi con foga, come per cercare di raccontargli nel più breve tempo possibile tutto di me, senza tralasciare alcun particolare, magari insignificante.
“Sentivo” che dovevo raccontargli ogni cosa. Poi ammutolii di colpo. Non avevo più nulla da dire. E mi stupii per come tutto m’era venuto fuori così facilmente, e come io stesso, timido e impacciato per natura, ero arrivato addirittura a travolgerlo con quell’improvviso fiume di parole. Non mi era mai accaduto nulla di simile! Io, così timoroso anche a scuola, perfino nell’esposizione delle lezioni che più mi appassionavano, sempre piuttosto taciturno e meditabondo, mi ero trovato a essere tanto eloquente! Preso com’ero dal discorso tanto infervorato, non mi accorsi che il pomeriggio stava già volgendo verso un delicato tramonto. Il sole si stava lentamente defilando appena dietro le chiome dei pioppi che, verso ovest, costeggiavano il sentiero che portava al paese. Un lieve fremito mi scosse, un leggero brivido prese a scivolarmi lungo la schiena. Mi rivestii velocemente.
«Non hai freddo?» chiesi istintivamente ad Alno.
«No», mi rispose, «sono abituato a ben altro».
«E ora dove vai?» tornai a chiedergli. «Dove ceni e dove dormi?»
«Andrò in paese», rispose, «come sempre ci sarà qualcuno che mi offrirà un piatto di minestra e poi, per dormire, non c’è alcun problema». Alzò gli occhi al cielo e proseguì: «La notte è ancora tiepida, si può dormire in ogni posto».
«Come? Vuoi dire che dormirai fuori?»
«Non stupirti; dormirò come sempre: all’aperto se il tempo è bello, oppure in qualche fienile quando è freddo o piove».
Lo ascoltai incredulo. Poi ricordai che Alno non mi aveva ancora raccontato nulla di sé, contrariamente a quanto avevo fatto io.
Pensai anzi che poteva essere quello il buon motivo per continuare a stare in sua compagnia ancora un poco, magari l’indomani, o la sera stessa. Mi piaceva stare con Alno!
«Perché non ti fermi da noi stasera?» gli domandai. «C’è sempre un piatto in più a casa dei nonni, e poi c’è anche tanto di quel posto dove potrai dormire» continuai sicuro.
«D’accordo, Marco, vada per la tua ospitalità, sempre che tua nonna non abbia nulla da ridire...»
«Puoi contarci». E c’incamminammo verso la cascina.
Camminavamo lentamente, come aggrappati a quel tenue sole che lambiva i rami degli ultimi alberi verso l’orizzonte, quasi respirando in sintonia con il leggero fremito che dondolava le foglie, come a voler frugare in quell’istante così solenne e profondo.
«Aspetta, sediamoci un momento» sussurrò Alno.
La sua voce s’era fatta soave, tutt’uno con il paesaggio che ci avvolgeva, appena sfumato come solo certi tramonti sanno essere.
«Ascolta Marco... ssst...», mormorò, «ascolta questo silenzio, anche il respiro ne disturba l’immensità».
Guardai Alno quasi con timore e nel contempo trattenni il respiro. Certo, a quel tempo non potevo capire, non potevo apprezzare tutto ciò che mi stava intorno, comunque, credo per emulazione, mi aggrappai come Alno alla maestosità del momento che subito mi scivolò dentro impercettibile ma sovrano, un seme gettato nel terreno più fertile. Rabbrividii e d’istinto allungai una mano verso il mio compagno.
«Questa è la generosa ricompensa per aver vissuto un giorno secondo natura» fece Alno alzandosi.
Ovviamente non capii cosa volesse dire, allora, ed evitai di chiedere spiegazioni.
«Ogni cosa a suo tempo!» concluse dandomi una pacca sulla spalla. Segno evidente che aveva captato di nuovo il mio pensiero. Ma, in quella circostanza, non provai timore.
Alno cenò con noi quella sera e non mi meravigliai di come l’ospite fosse ben accolto nella casa dei nonni. Pareva un comportamento naturale, una genuina cortesia. Ce ne stavamo seduti all’aperto, in quella parte dell’aia dove il nonno era solito spaccare la legna. Il lungo lavoro di preparazione per l’inverno... il calore del fuoco del camino o della stufa. Eravamo tutti riuniti, seduti chi per terra chi sopra un ciocco adattato all’occorrenza. Alno raccontava di tempi passati, di strane avventure, di monde di canti e di balli... e io, sempre più indifeso dagli assalti del sonno, ci vedevo lontane storie di giganti, di nani e di gnomi... Mi svegliai che il sole era già alto da un pezzo. M’ero addormentato mentre Alno raccontava! «Alno», pensai, «sarà ancora qui?» Balzai dal letto e corsi giù per la scala verso il mucchio di legna dove il sonno m’aveva ghermito la sera precedente. Alno non c’era. «Dov’è Alno, nonna? Dov’è?»
«Calmati Marco, è laggiù in mezzo alle canne» mi rispose indicando il canneto. Mi precipitai verso quel punto mentre sentivo brontolare la nonna in lontananza.
«Beh, che c’è da urlare?» fece lui. Il suo tono di voce mi raggelò l’entusiasmo. «Perché?» pensai. «Forse...»
«Buongiorno, Alno; scusa ma temevo che te ne fossi andato».
«Va bene Marco, però ricorda che occorre saper moderare anche l’entusiasmo, ma tu sei ancora un ragazzo... e poi è tanto breve questo nostro cammino seguendo il sole...»
La sua voce s’era come oscurata, un’impronta, seppur velata, di tristezza che io intuii e mi scese dentro. Istintivamente lo presi per mano. «Facciamo colazione insieme?»
«No Marco, devo andare. Ho solo atteso il tuo risveglio per salutarti» rispose.
«Ma come, devo andare! Andare dove?» chiesi stupito. «Perché vuoi andartene? Non stai bene qui?»
«Non è questo il problema. Il fatto è che io ho bisogno di andare, DEVO andare, capisci Marco?»
«Non mi hai ancora raccontato nulla di te» tentai io con un tono di voce che già risentiva di un improvviso nodo in gola. Credo che Alno in quell’istante mi lesse una profonda delusione dentro agli occhi.
Mi fissò a lungo, il suo sguardo parve per un attimo assentarsi, poi si riprese e gli occhi brillarono ancora più verdi e luminosi.
Ancora oggi non riesco a spiegarmi ciò che accadde ad Alno in quel momento; un mutamento repentino, la consapevolezza che qualcosa stesse per svelarsi. Si guardò intorno: pareva essersi trovato lì per la prima volta, gli occhi indagavano il paesaggio incuriositi, increduli, e io vi scorsi un grande sgomento. Certo, fu la sensazione di un attimo, un istante presto fugato dal ritorno della normale espressione.
«Che ti succede, Alno?» gli chiesi.
«È strano, Marco, molto strano. Per un momento mi è parso di essere ritornato a casa. Capisci? Proprio io che ho fatto di queste terre e questo cielo la mia casa! Non so, provo come un senso di vertigine, angoscia, il dolciastro in bocca di una profonda nostalgia. Per un brevissimo istante mi è parso che il muro che mi separa dal passato si fosse sbrecciato e mi avesse consentito di guardarvi attraverso. Mi sento confuso...»
Avrei voluto aiutarlo, almeno tentare di essere di conforto, ma non sapevo proprio come agire.
«Dai, andiamo», si riprese Alno, «voglio insegnarti qualcosa di interessante».
«Allora hai deciso di restare con me per oggi?»
«Vedremo, la giornata è lunga...». Poi, additandomi le canne verso il fondo dell’orto, continuò: «Hai mai costruito un flauto con quelle?»
«Un flauto?» domandai. «Non so neppure come si suoni...»
«Bene, vorrà dire che per oggi starò ancora con te».
Ero felice e sempre più incuriosito. Non mi era mai capitato di affezionarmi a un estraneo. Ma quell’uomo non era affatto un estraneo, lo sentivo dentro da sempre. Che poi, a pensarci bene, il tutto nasceva semplicemente da quegli occhi verdi. Una sorgente, ecco, una sorgente di acqua limpida e pura come i sentimenti più nobili del nostro animo.
«Parlami di te Alno, voglio capire cosa mi sta succedendo» dissi mentre ci avvicinavamo al canneto.
«Allora sediamoci qui, su questi ceppi».
La legna spaccata emanava un delicato profumo che in breve ci avvolse. Alno ne raccolse un pezzo di un colore fortemente aranciato.
«Questo è ontano, un legno bellissimo, forte, duro; la sua linfa pare il sangue che ci scorre nelle vene. Io credo che, sotto certi aspetti, sia l’albero più vicino a noi. «Alno girava e rigirava quel pezzo tra le mani, lo accarezzava, lo ammirava con un’espressione estasiata, indagatrice, poi continuò: «Chissà perché l’ontano mi incuriosisce tanto. A volte mi pare di sentire una specie di richiamo, una misteriosa attrazione...» Si sedette accanto a me, lentamente allungò le gambe, poi con quel tono di voce che mi ammaliava proseguì: «Marco, io non ho un passato. Non ricordo né infanzia né gioventù. So che è difficile da spiegare, ma mi sono trovato tempo addietro già così come mi vedi ora. C’è una barriera tra quel tempo e il mio passato».
«Come è possibile?» lo interruppi. «Dai, Alno, non prendermi in giro!» continuai con una punta di amarezza.
«Non ti sto prendendo in giro, non è mia abitudine. Veramente non ricordo il mio passato. So che è difficile da spiegare, e ancor più difficile da capire. Mi sono trovato all’improvviso a camminare lungo i sentieri che si snodano tra queste campagne, come se d’un tratto fossi balzato fuori da qualcosa d’indefinito che prima mi custodiva, e tutto senza ricordare nulla. Come accade a una farfalla quando esce dalla propria crisalide, una metamorfosi insomma. Forse si trattò solamente di amnesia...»
Mentre raccontava io lo scrutavo sempre più intensamente negli occhi, tentando di penetrare nel fondo, fin dove sicuramente tanta bellezza si fondeva con un animo limpido e innocente, e credetti di nuovo di scorgervi la primavera di un albero accarezzato da un soffio di vento.
«Eppure», continuò guardandomi pensieroso, «in tutto questo c’è una certezza che mi porto dentro da sempre: sono destinato a fare qualcosa di buono, un compito ben preciso da portare a termine. Sento ormai che il mistero si sta pian piano svelando, come prima, quando per un brevissimo istante ho avuto la netta sensazione di essere ritornato a casa. Ma ora basta con queste storie» fece alzandosi. «Dai, andiamo a costruire quel benedetto flauto».
Fu così che mi mostrò quali canne scegliere, come tagliarle, la lunghezza e il diametro e poi come legarle assieme.
«Questa si chiama siringa», disse al termine del lavoro, «è uno strumento vecchio quasi quanto l’uomo» e prese a soffiarci dentro. Mi piacque subito quel suono, come del vento a modulare note, e poi quel tono un poco mesto e grave, come la voce di Alno.
«Se ci fossero delle canne più grandi, il suono sarebbe più profondo e solenne. È quello che preferisco: è come la voce dell’uomo, in sintonia con la natura, maestosa come l’animo che dentro ti vibra, come il volo a planare di ampie ali nel cielo al tramonto... te ne porterò una la prossima volta che passerò da queste parti».
«Ma io non ci sarò, Alno, la prossima settimana tornerò in città: sta per iniziare la scuola...»
«Allora sarai felice di ritornare dai tuoi amici, all’oratorio... o sbaglio?» Ancora una volta aveva intuito i miei pensieri, però con quella domanda credetti avesse voluto mettere alla prova la mia sincerità.
«Sì Alno, sono felice di tornare in città, però... ecco, non so come spiegartelo, ma è come se ci fosse qualcosa di misterioso che me lo impedisce, una mano che mi trattiene ogni volta che sto con te, o magari quando mi fai ammirare certi particolari della campagna che io non avevo mai notato prima del tuo arrivo».
Alno sorrise con quello stesso entusiasmo che gli avevo visto il giorno precedente mentre usciva dall’acqua della roggia.
«E dire che sono qui solo da un giorno! Pensa a quanti mutamenti vi sono nell’arco di un anno, e poi ogni anno sempre diverso dai precedenti. Non vi è mai un giorno identico all’altro. Questa è l’immensità del dono che la natura regala a chi la vive intensamente. Ma ci vuole anche l’animo sensibile per apprezzare e bearsi di questi doni e tu sei sulla giusta strada, o almeno stai iniziando proprio ora a percorrerla».
Mi risultava difficile capire tutto ciò che Alno stava dicendo, ma accettai ugualmente che ogni sua parola mi scendesse dentro e lì la custodii gelosamente fino a quando tutto si fece chiaro.
«Alno, tornerò alla Brusà appena potrò, per le vacanze di Natale, per Pasqua, e magari qualche domenica».
Ma Alno era un camminante, ricordai, e quindi non poteva aspettare ogni mio ritorno.
«Farò il possibile per esserci, e poi... stai tranquillo, mi ritroverai qui ogni volta».
I giorni vissuti accanto ad Alno furono indimenticabili. Arrivai persino a dormire il minor tempo possibile pur di stare in sua compagnia. Capii cosa volesse dire vivere intensamente. Alno mi parlava delle bellezze riposte in ogni dove, anche nei particolari più insignificanti, mi insegnò le sfumature dei colori e dei profumi, a distinguere il canto degli uccelli, a riconoscere e rispettarne i nidi, e poi a percepire nell’aria il mutare del tempo e i fremiti del mondo. La sera mi addormentavo sfinito ma felice, imparavo da lui ciò che nessuno avrebbe mai potuto insegnarmi. Non persi una sola parola, non dimenticai neppure un gesto, e ogni sua espressione divenne mia. La sera poi, col naso all’insù a capire stelle e costellazioni, cercando di star sveglio il più possibile per scorgere quelle che troppo lentamente salivano da est.
«Non essere impaziente!» mi ripeteva Alno. «La fretta è una pessima consigliera. Guardati sempre intorno: la natura non ha fretta, il suo moto è lento e preciso. Da essa puoi attingere la saggezza e la fiducia in te stesso che ti faranno diventare un vero uomo. Non dimenticare mai di essere umile e rispettoso nei suoi confronti. Essa è veramente la nostra prima madre».
Giunse il momento di tornare in città. Lasciai Alno a salutarmi senza versare una lacrima. Non volevo farmi vedere piangere; ma come fui lontano mi sfogai in un pianto dirotto.
Mi applicai nello studio con costanza e dedizione, qualcosa di inspiegabile mi spronava per trarre i massimi risultati. La necessità di apprendere in modo completo e approfondito fu ben presto ricompensata da brillanti successi scolastici. Ovviamente, in premio, ottenni di passare alcune domeniche alla Brusà. Ogni volta, Alno era là ad attendermi, e non mi chiesi mai perché egli fosse sempre presente a ogni mio ritorno. Vissi con lui i giorni intensi della trebbiatura, respirai l’aria pungente di polvere di riso, indugiai con lo sguardo nelle prime nebbie del mattino o in quelle più delicate del tramonto, e poi nelle nebbie impenetrabili che ti avvolgono di gelidi abbracci e t’imperlano ciglia e capelli, quelle nebbie che ti costringono a frugare nei più riposti angoli dell’animo.
Finalmente arrivarono le vacanze natalizie. La campagna era coperta da un candido manto di neve, il mondo intorno pigramente immerso nella tipica atmosfera sonnecchiosa e ovattata. Camminavo con Alno lungo sentieri immacolati, lasciando dietro le spalle nette impronte di passi decisi; e magari facevamo a palle di neve, liberi e spensierati in quella immensità che ci attorniava.
Nella grande cucina dei nonni, il camino riscaldava con il secco e profumato calore di legna, ma Alno preferiva restare nella stanza accanto, lontano dal fuoco.
«La fiamma m’incute un senso di paura, così come i lampi dei temporali. È strano, non trovi? Io che non ho timore di nulla, provo terrore per queste cose».
La sua affermazione mi stupì. Alno che temeva il fuoco e il fulmine... ovviamente non potevo capire.
Le vacanze volsero troppo in fretta alla fine, e io tornai nuovamente in città. La primavera, con quella esuberanza di colori e sensazioni, mi trovò del tutto impreparato alle troppe novità. L’aria sapeva di nuovo e io diventavo sempre più uomo lasciando così l’età dei giochi e dell’ingenuità, trovandomi sicuro di me stesso in una maturità forse un po’ precoce. Alno ne era sicuramente l’artefice.
«So che a scuola sei bravissimo, sono orgoglioso di esserti amico», mi diceva, «peccato che poi, al termine degli studi, abiterai per sempre in città».
Ma io non volevo restare per sempre in città, volevo vivere in campagna con i nonni, gli zii, con Alno!
«Io non sono eterno!» continuava lui. «E poi dovrai pensare a crearti una famiglia, lavorerai per i tuoi figli...»
Ancora oggi mi porto dentro la folgorazione di quell’istante: anche la mia crisalide, come era avvenuto per Alno, si aprì.
«È tutto chiaro, Alno: studierò con il massimo impegno per creare le migliori basi per il mio lavoro. Mi dedicherò agli studi di agraria, e della Brusà avrò cura io!» gli proposi raggiante.
In un baleno gli occhi di Alno si offuscarono. Il verde brillante volse a una inconsueta opacità, ma immediato gli si aprì il sorriso in volto. Ed era un sorriso diverso, carico di entusiasmo, una gioia che nasceva da una immensa commozione interiore.
«Grazie Marco, credo di aver finalmente raggiunto la meta. Il mio compito è terminato».
Anche in quel momento non compresi ciò che Alno voleva dirmi.
L’ultima volta che vidi Alno fu, come la prima, verso settembre, quasi fosse stato prestabilito che si dovesse completare il ciclo delle stagioni. Stavamo percorrendo un viottolo poco distante dalla Brusà e si discorreva di come il nostro anno fosse letteralmente volato via senza averci concesso un istante di tregua, e di come io, con incredibile entusiasmo, mi fossi buttato a capofitto in quel turbinio di novità. Il sentiero costeggiava un piccolo fontanile dalle cui rive si fronteggiavano lunghi filari di canne acquatiche. Alcune ceppaie interrompevano di tanto in tanto quell’uniforme distesa. Alno si guardava intorno con aria indagatrice; i suoi occhi parevano ancora più brillanti e il verde era diventato di una trasparenza mai vista. Improvvisamente mi prese per mano stringendomi fino a farmi male. Gli sentii dentro una immensa angoscia e il bisogno di aggrapparsi a qualcuno.
«Marco...», mi fece impallidendo, «Marco, guarda» e si inginocchiò davanti a un ceppo di ontano. Poi iniziò ad accarezzarlo, smosse delicatamente la terra intorno fino a scoprire parte delle radici. «Queste sono le mie radici, Marco! Queste sono le nostre radici!» Poi sollevò un pugno di terra e la portò alle guance come in una carezza, la sfiorò con le labbra nella purezza di un bacio: «Questa è la nostra prima madre...»
Fui pervaso da una dolcezza infinita e inconsciamente iniziai a piangere. Alno prese ad accarezzarmi i capelli, ma la sua mano si fece ruvida...
«Marco», disse sempre più flebilmente, «Marco, ti prego, non piangere... grazie per avermi riportato a casa...» riuscii appena a percepire.
Ora la Brusà è una cascina modello. La coltura del riso è sviluppata secondo tecniche d’avanguardia e con il massimo rispetto della natura. La campagna intorno è un’autentica oasi felice e una parte di questi terreni li ho riportati a come forse erano un tempo, con stagni, canneti e boschi. Lì la natura ha provveduto alla ripopolazione con ogni tipo di vita e i ragazzi delle scuole che vengono a farne visita entrano nel più intimo contatto con essa. Sicuramente il suo messaggio scenderà nel loro animo come un seme...
QUELLA È L’OASI DI ALNO, DOMINATA DALLA VERDE PENOMBRA DI TANTI ONTANI NERI, L’ALNUS GLUTINOSA, L’ALBERO DAGLI OCCHI VERDI. 

Il Piccolo Torchio c/o Eikon Italia
via Pietro Micca 20 - 28100 Novara - tel. 0321 613002 fax 0321 612636
e-mail:
info@piccolotorchio.com


Torna