IL PICCOLO TORCHIO
TESTI ON LINE


Premio letterario “Dante Graziosi/Terra degli aironi”
 

SILVIO DONÀ
Anna del faggio

Anna raddrizza la schiena dolorante e si passa il dorso della mano arrossata dalla zappa lungo la fronte imperlata di sudore. Il grande cappello di paglia non impedisce al sole di mandarle in fuoco la mente, annebbiata dal calore e dalla fatica.
La “provinciale” taglia la campagna come un coltello nel burro e segna il limite delle poche biolche di terra di proprietà di suo padre. Sono le sole ricchezze di quel piccolo uomo rosicchiato dal lavoro: una casa costruita su un francobollo di terra né secca né grassa e quella figlia, così bella che gliela invidia il paese intero.
Anna fissa gli occhi grandi e neri sulla figura che avanza lungo la strada; un carretto tirato da un mulo sfiancato, sul carretto un cumulo di paglia e sulla paglia Toni, figlio minore dell’oste del Casaccio, lo sguardo da canaglia e la faccia da putto del Tiziano.
Essere vestita di stracci, sudata e sporca di terra, sotto un sole che ammazza i pensieri, appoggiata a una vecchia zappa, non è la tenuta ideale per una ragazza intorno ai vent’anni che vede passare il giovane che le fa battere il cuore, ma Anna, la figlia di Italo del podere del Faggio, è una di quelle bellezze che non riusciresti a farla sembrare brutta neanche a vestirla da uomo.
Toni, senza fermare l’andare ondeggiante del mulo, si alza agilmente in piedi sul carro e, tra il galante e l’ironico, si leva di capo il cappello gualcito. E Anna rimane lì, le guance rosse, gli occhi abbassati, il cuore perduto per sempre, mentre il carro ondeggiante scompare dietro un gomito stretto di strada...

È un dato di fatto che la guerra non rispetta gli amori.
Di lì a qualche giorno i giornali ne sono pieni e Toni, che a certe storie ci aveva creduto, è tra i primi a partire.
Parte volontario. Parte senza saluti, parte insieme ad altri ragazzi che, come lui, portano addosso tanta giovinezza da sentirsi sicuri di spaccare il mondo e firmare la storia.
Per lui, dopo pochi mesi di addestramento, è pronta l’Africa, un tuffo col paracadute dietro le linee nemiche a guastare una linea di cannoni e alla prima missione è già prigioniero, preso e rinchiuso in un campo di inglesi.
A casa la madre piange lacrime di paura e felicità insieme: paura per la sua salute, felicità perché è lontano dalle zone di guerra. E gli stessi sentimenti si incrociano al podere del Faggio, dove Anna la notte deve chiudersi i singhiozzi in gola con un fazzoletto per non farsi sentire.

Intanto quell’uomo di pane che è suo padre l’hanno preso di mira in paese; non ha voluto tessere, non vuole passare pomeriggi in piazza in camicia.
Non sono tempi in cui serva molto altro.
Basta perché il podere del Faggio diventi presto il podere del “socialista”.
Così cominciano le parole sibilate con disprezzo, alle spalle, le poche volte in cui entra all’osteria. Poi gli insulti per strada. Le beffe.
Fino a che glielo fanno arrivare a casa una sera ad Anna, che lo aspettava preoccupata, con le labbra spaccate, i pochi capelli scompigliati e gli occhi ancora più tristi e arrossati nascosti nella rete di rughe. In cinque, e tra questi l’oste del Casaccio, ci si sono messi di impegno per dargliele sode.
Ma anche piangendo e affannandosi con bende bagnate, neanche per un istante ad Anna viene di pensare qualcosa di brutto contro il “suo” Toni. Non contro di lui, rinchiuso in un buco da qualche parte giù in Africa.
E anche se i giorni sembrano di metallo pesante, immutabili e tristi, lo stesso trascorrono. Uno dopo l’altro, in fila, passano.
Ogni giorno Anna zappa la terra di suo padre, e gli anni di guerra sfioriscono e portano addosso le prime ombre del tempo. Eppure in tanti di quelli in orbace le perdonerebbero volentieri il padre e l’estrazione sociale pur di tirarsela in casa...
Quanti occhi la spogliano quando passa per portare le uova al mercato o quando fa la fila alla fontana in fondo alla piazza.
Intanto le amiche la mettono in guardia sulla bellezza che corre, sul tempo che passa. Sta andando l’età da marito...
Anna, tranquilla, si alza ogni giorno al cantare del gallo, fa i servizi per casa, segue suo padre che si avvia per i campi in silenzio. E con suo padre lavora, china per ore, con la schiena spezzata, e ogni tanto si drizza, le mani sui fianchi, gli occhi a fissare la strada, quasi davvero qualcuno dovesse arrivare...

Passano i giorni. Sembra impossibile ma passano. Anche quelli di metallo pesante.
Così succede che quelli col fez diventano ogni settimana meno boriosi, meno presenti, meno sicuri.
Fino ai giorni folli delle divise tedesche, dei morti, dei prigionieri, degli “alleati” che rovesciano bombe dagli aerei come piovesse. I giorni in cui sembrano diventati tutti matti, tutti spauriti, tutti nemici.
Nessuna regola, nessun senso, nessuna pietà.
Infine alle giubbe tedesche si sovrappongono quelle americane ed entrano in paese i primi ragazzi di colore che si siano mai visti da quelle parti, appollaiati su enormi camion militari. In molti dalle lunghe colonne ferme ai lati della strada sorridono e fischiano, e chiamano Anna che passa veloce per andare al mercato.
E sono quei fischi, quegli scherzi, quelle risate a dire davvero che la guerra è finita.
Solo che ad Anna non basta.
A lei interessa una sola notizia ormai, che infine si decide ad arrivare: lo hanno liberato Toni, lo hanno liberato, sta per tornare!
Lo aspettano in paese, non tutti col sorriso sulle labbra (se lo ricordano bene quand’era partito col teschio sul braccio...): comunque lo aspettano, la madre che piange, gli amici rimasti, quelli che ci avevano creduto, quelli che non ci avevano creduto.
Gli uni e gli altri meno giovani, quasi tutti meno convinti che si possa davvero spaccare il mondo o firmare la storia.
Lo aspetta anche il padre, da dietro il bancone dell’osteria del Casaccio, fattosi mogio e silenzioso, d’un tratto invecchiato.

Succede sempre così. Ogni volta uguale.
È un dato di fatto che la guerra non rispetta gli amori.
Succede proprio quando abbassi la guardia, quando tiri un sospiro di sollievo.
La nave di Toni colpisce una mina vagante tra le onde e in pochi momenti duecento ragazzi spariscono in una vampata di fuoco sul mare.

Il sole è sempre quello sul francobollo di terra né grassa né secca del podere del Faggio; solo l’uomo che zappa è un poco più curvo, un poco più lento, e la ragazza accanto a lui, che da lontano sembra ancora un bel fiore, basta farsi da presso per scoprirla appassita, per notare la rete di rughe e il corpo appesantito dal tempo.
Eppure gli occhi neri e grandi sono ancora belli, un po’ più vaghi forse, un po’ più opachi. Forse perché di tanto in tanto si sollevano a fissare la strada, che oggi è asfaltata, e davvero gli pare di vedere in arrivo un carretto tirato da un mulo sfiancato. Sul carro ricoperto di paglia Toni si leva e sorride, togliendosi ogni volta il cappello con lo stesso gesto tra l’ironico e il galante. Un po’ malandrino.
Anna ogni volta arrossisce, mentre il cuore perduto per sempre le batte più forte nel petto. Poi Toni svanisce nella luce del sole e Anna, lentamente, china la testa e si rimette a zappare la terra bruciata.
Pensa a lui, a loro.
Alla guerra che non rispetta gli amori.
Al fatto che non si sono neanche mai parlati...

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