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Guardo Claudio e la
sua fronte fasciata, mentre la madre ci riempie i piatti, e mi scappa da
ghignare. Lui se ne accorge nell’atto di bere e, non riuscendo a
trattenersi, sbruffa la Coca Cola sulla tovaglia facendosela uscire anche
dal naso; in preda al convulso riso indica il mio occhio nero e nemmeno si
accorge dello sberlone che gli arriva sulla nuca da sua mamma.
Stiamo festeggiando l’inizio di una nuova vita. A tredici anni si
ricomincia, e tutto grazie a un pesce: un barbo enorme, come non ne avevo
mai visti, di cinquantuno centimetri per tre chili e due di peso.
Una volta Villa
Pausino era una frazione a sé stante. Si estendeva timida ai piedi di una
collina, con attorno decine di chilometri di pianura in direzione di ogni
punto cardinale a eccezione dell’est: da quella parte si saliva, e si
sale, per una ripida china di tre chilometri e mezzo verso la città.
Adesso Villa Pausino non esiste più, almeno come nome. La città vicina ha
allungato i suoi tentacoli anche lì come una piovra apportatrice di piani
regolatori, e dove un tempo c’erano case coloniche ora ci sono palazzi di
quattro o cinque piani. Il problema è che un tempo a dividere una casa
dall’altra c’erano ettari di campi, ora invece i condomini li costruiscono
attaccati. Solo il cosiddetto centro, due file di vecchie case una di
fronte all’altra sulla statale, si è salvato; ma Borgo Santissimo
Crocifisso ora, sull’elenco telefonico, non si trova più.
A Villa Pausino scorre un fiume che, per l’appunto, si chiama Pausino. Io
e Primo Stacchietti abitavamo al centro, uno di fianco all’altro. Di
fronte avevamo la chiesa del Santissimo Crocifisso e, qualche decina di
metri più in là, il cinema parrocchiale. Sotto casa mia c’era invece il
salone di Otello, il barbiere. Quando mio padre vedeva Primo con i capelli
tagliati spediva anche me a farmi «dare una sistemata», come diceva lui.
In pratica significava farsi rasare con la macchinetta, perché sembrava
che Otello sapesse lavorare solo così.
Claudio Cervigni invece se ne stava nei pressi del fiume in una casa di
campagna, di quelle con tanto di stalla, di capanno per gli attrezzi, di
tettoia sotto la quale venivano custodite le balle di fieno, di cane
bastardino di nome Dick perennemente attaccato alla catena ad abbaiare, e
di galline e papere a passeggio per l’aia.
La casa di Claudio era il nostro punto di ritrovo. Da lì, tra maggio e
giugno, in concomitanza con il Giro d’Italia, partivano le nostre corse in
bicicletta, rigorosamente a tappe, in cui il primo che arrivava prendeva
il distacco agli altri. C’erano diverse prove in pianura, quelle miste in
cui si saliva fino alla città e poi si ridiscendeva, la cronometro, e i
tapponi di montagna con arrivo sul punto più alto della città. Tutte le
volte la gara iniziava dall’aia, che in qualche occasione faceva anche da
traguardo.
Nonno Pacifico, detto Pacì, lo trovavi sempre seduto in cima alle scale,
sulla soglia di quella vecchia casa di mattoni anneriti che a me sembrava
pericolante; ci guardava, bofonchiava qualcosa e scuoteva la testa. Se ne
stava con un bastone puntato a terra, le mani sopra l’impugnatura e il
mento sopra le mani. Sempre così, tutti i giorni di sole e quelli
nuvolosi, bastava che non piovesse o non facesse troppo freddo. Mi sembra
ancora di rivederlo, e sono passati trent’anni, con un sigaro toscano in
bocca e un cappello di paglia a falde larghe, che di sicuro aveva
conosciuto tempi migliori, calzato fin sulla fronte. Quello che mi colpiva
di lui, e ogni volta mi costringeva a fissarlo, era l’incredibile quantità
di rughe profonde sul volto sempre perfettamente rasato: richiamavano alla
mente una cartina geografica. Se invece lo osservavi da dietro ti
accorgevi che la trama delle crespe sul collo era diversa, ancora più
strana. L’avevo subito collegata a un’immagine che avevo visto sul testo
di geografia, un terreno con le zolle spaccate dalla siccità fotografato
dall’alto.
Comunque le tappe le vinceva quasi sempre Claudio che, magro come un
chiodo com’era e con quelle gambe senza un filo di nessun’altra cosa che
non fossero pelle e muscoli, eccelleva soprattutto in salita. A cronometro
e in pianura però ce la battevamo, mentre Primo Stacchietti arrivava
spesso ultimo; e la cosa non stupiva nessuno, vista la ciccia che doveva
trascinarsi appresso.
Un’altra cosa che ci piaceva tantissimo era andare a pesca.
Il tutto ha avuto
inizio l’altro giorno, sabato 21 luglio.
Scendendo le scale di casa pensavo che se Primo non fosse stato lì fuori
ad aspettarmi, cosa che mi auguravo con tutto me stesso, non l’avrei
chiamato. La scusa c’era, bell’e pronta: era troppo presto e avrei potuto
svegliare i genitori i quali, poi, si sarebbero arrabbiati come iene. Ho
aperto il portone. Nemmeno il tempo di rendermi conto che era ancora buio
ed ecco una ghignata nasale tanto conosciuta quanto idiota.
«Gnec gnec gnec… “Vianghì”, era ora».
Ho guardato per un istante, disperato, con gli occhi ancora
impiastricciati dal sonno, quella massa gelatinosa in camicia a rombi
sgargianti di fronte a me.
Non sopporto che mi chiami così storpiando il mio cognome, Bianchini. Come
non ho mai digerito quell’amicizia voluta dai nostri genitori e dallo
stesso Primo, ma non da me.
Mentre aprivo il garage mi è venuto da rispondergli per le rime, da tirar
fuori uno dei nomignoli che gli avevamo affibbiato, tipo “bomboletta
spray” o “palla di lardo”, e da sillabargli il mio nome, Fa-bri-zio. Ma il
doloroso ricordo dell’ultimo pugno ricevuto sulla spalla mi ha fatto
abbandonare l’idea.
«Prendo la bici e andiamo».
«Allora muoviti con quel catorcio, ché è tardi».
Purtroppo il grassone con le tette come quelle di una donna aveva ragione:
lui ha una Bianchi Campagnolo da corsa color latte, una favola. Niente a
che vedere con la mia Titan Cycle verde ramarro da passeggio, che di
sicuro erano secoli che se ne stava in un angolo remoto del negozio in
attesa di mio padre.
«Sono queste che contano» ho risposto, piccato, toccandomi le gambe. Poi
ho preso la borraccia e il cestino con l’occorrente sistemandomeli a
tracolla e, dopo aver controllato che la canna da pesca fosse ben
assicurata alla canna della bicicletta, ho tirato fuori la Titan Cycle dal
garage.
«Che schifo» ha sentenziato Primo, serio, scuotendo il capo. «Più la
guardo e più sono convinto. E poi ha solo tre rapporti».
Salito in bicicletta sono partito senza rispondere, con il gelatinoso a
ruota, destinazione casa di Claudio.
Una volta usciti dal borgo abbiamo pedalato per circa un chilometro in
direzione ovest, mentre il cielo sopra di noi cominciava a schiarire,
prima di svoltare verso lo stradone imbrecciato che ci avrebbe condotti
sull’aia del mio amico.
Claudio se ne stava seduto sulle scale con la schiena appoggiata al muro.
Come ci ha visti è balzato in piedi per dirigersi verso la propria bici,
su cui aveva già assicurato la canna da pesca.
«Cervigni, tirchio d’un contadino» ha gracchiato Primo. Per lui i nomi di
battesimo non esistono. «Quando ti decidi a cambiare quel rottame?»
Mi è venuto da sbuffare, pensando a come tutte le volte Stacchietti
attaccasse la stessa solfa. Da una parte però mi sono sentito sollevato,
perché almeno se la prendeva con qualcuno con la bici peggiore della mia.
Quella di Claudio è veramente un ammasso di ruggine vecchio di decenni e
dalle ruote troppo grandi, ma sotto di lui sembra comunque volare.
«E tua sorella dove sta? Gnec gnec gnec».
«A Pisa, a studiare» ha replicato Claudio, fulminandolo con lo sguardo.
«Dove vuoi che
sia?»
«Peccato».
«Peccato perché?»
Stavolta il tono del mio amico era minaccioso. E questo significava che
stava rischiando di prenderle.
«Dai, andiamo», ho detto, «sennò facciamo tardi».
Ai tempi del
barbo eravamo nel periodo delle vacanze estive tra la seconda e la terza
media.
La nostra scuola si chiamava Dante Alighieri e, è ovvio, si trovava nella
città più vicina. Tutti noi provenienti da Villa Pausino e dalle campagne
limitrofe venivamo assegnati alla sezione A, e così anche in classe si
stava insieme. Siccome Claudio, oltre a essere magrissimo, aveva i denti
sporgenti, Stacchietti a scuola di fronte ai ragazzi delle altre sezioni
lo soprannominava “sorcio” e minacciava di chiamare il gatto; poi si
metteva a miagolare, e tutti ridevano. Oppure gli offriva dei pezzi di
formaggio ammuffito, che portava sempre in tasca avvolto nella carta
stagnola. Non soddisfatto di ciò lo prendeva anche in giro perché vestiva
sempre con magliette e camicie striminzite, e perché aveva le scarpe
perennemente sporche di fango. Claudio sorrideva e sembrava non
prendersela.
All’epoca non riuscivo a spiegarmi il comportamento di Primo. Oggi so che
lo faceva per ingraziarsi i ragazzi di città che ci consideravano tutti
campagnoli e ci guardavano dall’alto in basso, senza eccezioni.
Claudio però, oltre al carattere, aveva un’altra cosa bella: la sorella.
Fu lei la prima persona della famiglia Cervigni che conobbi. Mi sembra
ancora di rivederla, in cima alla scalinata di quella casa fatiscente, i
capelli biondi sciolti sulle spalle e gli occhi azzurri, con indosso
pantaloncini corti e una maglietta attillata a righe orizzontali bianche e
rosa.
Nell’estate di vacanza dalla quinta elementare avevo deciso di darmi al
commercio e così, messi in una sacca a tracolla i miei vecchi giornalini,
battevo in bici la pianura intorno a Borgo Santissimo Crocifisso in cerca
di acquirenti. Cristina fu gentilissima. Con la sua deliziosa “erre”
moscia, in un italiano impeccabile e forbito, mi spiegò che si erano
trasferiti lì da poco più di una settimana; poi acquistò diversi pezzi del
mio campionario.
Fu così che mi innamorai perdutamente di lei, più grande di me di almeno
dieci anni. Quasi tutti i giorni passavo a trovarla, con offerte e
promozioni sempre più strepitose. E in una di quelle visite conobbi quello
che sarebbe diventato il mio migliore amico, prima per mero calcolo e poi
per affinità caratteriali. L’infatuazione nei confronti di Cristina rimase
pura per circa un anno, poi esplose la tempesta ormonale. I miei primi
sogni bagnati riguardarono lei, e le fantasticherie su noi due si
sprecavano. La più ricorrente, è incredibile ma ancora la ricordo, ci
vedeva entrambi sotto le coperte, in camera mia, a leggere i giornalini; a
un certo punto Cristina mi chiedeva se poteva togliersi la maglietta a
righe lasciandosi su i pantaloni e io le dicevo che a me stava bene. Una
volta spogliatasi mi afferrava la testa e se la appoggiava tra i suoi
seni, grandi e duri, e iniziava a carezzarmi…
Ma di tutto questo a Claudio non ho mai parlato.
Lasciato lo
stradone, pedalando in fila indiana con Claudio a fare l’andatura, abbiamo
preso ancora verso ovest per un buon paio di chilometri fino all’incrocio
per Passo della Rocca. A quel punto siamo smontati dalle biciclette e,
conducendole per mano, abbiamo attraversato un pascolo coperto di cacche
di mucca che ci separava dal fiume.
Quel giorno, non so perché, eravamo stranamente silenziosi.
Una volta giunti all’argine, abbiamo cominciato a risalire il fiume per un
buon centinaio di metri fino a che, con il sole ormai alto, non siamo
arrivati al nostro posto: un punto in cui l’acqua è calma perché deviata
in un’insenatura, dove poter pescare con il galleggiante. Qui ne abbiamo
sempre presi parecchi, perlopiù barbi e lasche, talvolta quasi ai limiti
della legge; e i nostri genitori ci mandano tranquilli perché l’acqua è
bassa, al massimo un metro e mezzo. L’unica raccomandazione che ci fanno,
fino alla nausea, è di non andare oltre la pozza perché lì il fiume scorre
impetuoso e la corrente ti può travolgere.
Abbiamo appoggiato le bici alle piante e armato le canne. L’esca era
quella di sempre: vermi di terra, li avevamo trovati la sera precedente
attorno alla casa di Claudio. Il primo a lanciare è stato il mio amico
mentre il cicciabomba ha iniziato subito, come suo solito, a impicciare il
filo.
«Vianghì, dammene un po’» ha detto, una volta riuscito a mettere in acqua,
vedendomi bere.
«Possibile che non te la porti mai? Poi non basta» ho risposto, con poca
convinzione, passandogli la borraccia.
«Che, sono scemo? Gnec gnec gnec… pesa».
«Per favore…» ha sussurrato Claudio. «I pesci si spaventano».
«Io parlo quanto mi pare». Primo si è rivolto al mio amico con la faccia
truce, ma poi è stato zitto.
Ce ne siamo rimasti in silenzio per un bel po’, seduti sulla riva a
fissare i galleggianti immobili sull’acqua. Dopo circa mezz’ora mi sono
alzato per sgranchire le gambe.
«Mi dai un’occhiata alla canna?» ho chiesto a Claudio. Quindi ho fatto
qualche passo alla mia sinistra e, raggiunta una piccola rientranza dove
l’acqua era stagnante e il fondo ricoperto da foglie gialle, mi sono messo
a guardare e ho visto alcuni gamberi che se ne stavano lì tranquilli. Per
un momento mi è passato per la testa di usarli come esche, ma poi ho
abbandonato l’idea e sono ritornato a sedere.
«Fra un po’ vado via, mi sono rotto» ha detto Primo.
«Faresti proprio bene, oggi non è aria» ho risposto, speranzoso.
Claudio ci ha guardati per un istante e non ha aperto bocca.
Dopo un po’ il mio amico ha indicato un enorme cerchio sull’acqua, proprio
attorno a dove aveva lanciato lui. Nemmeno il tempo di renderci conto e il
galleggiante ha avuto un lieve sussulto e poi si è disteso orizzontale,
immobile.
«Vai!» ha esclamato Primo.
Claudio sembrava paralizzato, con gli occhi fissi sull’acqua.
Ancora qualche secondo, e il galleggiante è sparito di botto, come
risucchiato.
A quel punto Claudio si è alzato in piedi. Ha dato un colpo secco
provando, contemporaneamente, a recuperare. Si è fermato quasi subito.
«Non è possibile» mi ha sussurrato.
In risposta alle sue parole il filo si è mosso piano, da sinistra verso
destra. Claudio ha allentato la frizione e subito il rotolo ha preso a
dipanarsi veloce, verso la corrente; allora ha richiuso e dato un altro
strattone. Quindi ha provato di nuovo a recuperare con il mulinello, ma
con scarsi risultati. Infatti il cimino della canna sembrava gemere e il
filo era teso allo spasimo, ma il pesce quasi non si muoveva. Mi sono
voltato verso Stacchietti: se ne stava a bocca spalancata, senza
respirare.
«Dev’essere enorme. Qui rischio di rompere tutto» ha sibilato Claudio,
rilasciando per un istante la frizione. «Cerco di portarlo più vicino di
altri quattro o cinque metri e poi dovete andare in acqua».
«Togliti le scarpe» ho detto a Primo.
Il cicciabomba è rimasto ancora in trance per qualche istante; quindi,
visto che io ero già scalzo, mi ha imitato. «Cosa sarà?» chiedeva in
continuazione, senza ricevere risposte.
Ci sono voluti almeno una decina di minuti e tutta la bravura del mio
amico per portare il pesce vicino alla riva. Un paio di volte abbiamo
visto la coda uscire dall’acqua, ma per la testa niente da fare. E sarebbe
bastata una sola boccata d’aria per rendere tutto più facile.
«Ora!» ha urlato Claudio. Sudava come un maiale.
Ormai vestiti delle sole mutande, siamo saltati dentro senza pensarci su e
abbiamo accerchiato il pesce muovendoci curvi con le braccia immerse
nell’acqua. Ogni tanto Claudio era costretto a rilasciare qualche decina
di centimetri di filo, e questo permetteva alla bestia di sfuggirci
proprio mentre eravamo sul punto di farcela.
Alla fine quel fesso è finito tra le gambe di Primo, che l’unica cosa che
sa fare è catturare pesci con le mani. Il ciccione è stato velocissimo nel
serrare la presa. Con un urlo di trionfo, tenendolo ben stretto sotto
l’apertura delle branchie, lo ha estratto dall’acqua; quindi ha cominciato
a correre verso la riva sollevando spruzzi che sembravano onde.
Quando si
ammazzava il maiale, da Claudio era una festa. La sera invitavano i
vicini, che poi a loro volta avrebbero ricambiato nei giorni a venire, e
insieme mangiavano il sanguinaccio: praticamente friggevano il sangue di
maiale con sale e farina. A me faceva schifo e mi limitavo a bere qualche
bicchiere di Coca Cola, mentre Primo e Claudio ne erano ghiotti.
In quegli anni ho assistito ad autentiche ecatombi di conigli, papere,
galline, agnelli, piccioni e, appunto, maiali. Avevo anche imparato a
tirare il collo alle galline e a spennarle, e davo una mano volentieri;
una volta ammazzate le mettevamo dentro un grande pentolone nero pieno di
acqua bollente chiamato lu callà, e poi si procedeva. Le papere mi
facevano una gran pena, perché continuavano a muoversi a lungo durante
l’agonia, ma di fronte all’uccisione degli agnelli stavo proprio male:
dopo essere stati scannati annaspavano con le zampette e belavano in
maniera così accorata da far stringere il cuore, e mi salivano le lacrime
agli occhi; però resistevo mordendomi le labbra e facevo finta di niente.
Il cuore mi ha fatto
una capriola in petto. Quel bestione che si dibatteva tra i sassi era un
barbo enorme: il colore verdastro sul dorso, i fianchi dorati e i baffi
agli angoli della bocca non lasciavano dubbi.
«L’ho preso!» strillava Primo. «Sono stato io. Guardate che mostro! Voglio
farmici le foto!»
«Questo ci mette un sacco di tempo a morire» ho detto.
Il mio amico, senza dire una parola, ha raccolto un grosso sasso liscio.
Allora mi sono chinato sul pesce e l’ho bloccato a terra tenendolo con le
mani appena sotto le branchie.
«Fermi, che fate?» si è lamentato Primo che si stava rimettendo i
pantaloni sopra le mutande bagnate. «Voglio vederlo schiattare un po’ alla
volta».
Abbiamo fatto finta di non sentirlo. Claudio si è inginocchiato di fianco
a me e ha sferrato un colpo sulla testa dell’animale, poi un altro. Il
barbo ha avuto un lungo fremito rallentato e non s’è mosso più. Adesso
potevamo guardarlo meglio: aveva diverse cicatrici lungo i fianchi e sul
muso, segno evidente di lotte con altri pesci delle sue dimensioni o
magari anche più grandi.
«Gnec gnec gnec. Non vedo l’ora di portarlo a casa».
«Questo è di tutti e tre» ha detto Claudio.
«Lui che c’entra?» Primo ha indicato me.
Ci siamo rimessi in piedi. Io mi sentivo in imbarazzo.
«Fabrizio ha contribuito alla cattura» ha risposto il mio amico, con
sicurezza. «Mi sa che la cosa migliore è mangiarlo insieme; mamma lo
cucinerà di sicuro».
«E per la foto?» ha insistito Primo, dubbioso.
«A casa c’è la macchina fotografica di Cristina, useremo quella».
«Però lo porto io».
Claudio ha scosso la testa: «Non se ne parla. Il pesce ha abboccato al mio
amo, e se non fossi stato un quarto d’ora a lavorare di frizione non
l’avremmo preso».
Primo ha fatto un passo in avanti, minaccioso.
Allora Claudio ha alzato il sasso con il quale aveva ucciso il barbo. «Non
ti ci provare. Stavolta non te la diamo vinta».
Io ho serrato i pugni e, accostandomi al mio amico, ho provato a fare la
faccia torva. Non avrei mai creduto che Claudio fosse capace di tanto
coraggio.
Incredibile a dirsi, il ciccione ha mollato. È rimasto un po’ in silenzio,
serio, e poi ha detto: «D’accordo. Però io vado avanti, Vianghì dietro di
me, e tu per ultimo».
Claudio ha tirato fuori la borsa di tela che usa per mettere i pesci e ha
fatto per prendere il barbo.
«No. Tocca a me». Primo si è chinato e ha raccolto la nostra preda; se l’è
rimirata a lungo e poi l’ha infilata nella sacca.
«Mi sa che è meglio che cominciamo ad andare» ho detto, rivestendomi.
Ho dato un’occhiata al sole, alto sopra le colline. Poi ho guardato
Claudio che ha fatto di sì con la testa in maniera quasi impercettibile, e
ha gettato via il sasso tra gli sterpi alla sua destra. Un fagiano s’è
alzato strepitando a non più di cinque metri di distanza; a momenti ci
rimanevamo, dallo spavento.
Dopo avere raccolto le nostre cose e sistemato le canne sulle bici, ci
siamo avviati in fila indiana secondo quanto stabilito da Primo. Una volta
arrivati alla statale siamo saliti in sella mantenendo le posizioni, in
silenzio. Avevamo fatto solo pochi metri quando, dopo essermi girato un
istante verso Claudio e avere ricevuto un suo cenno di assenso, mi sono
portato con la ruota anteriore a metà di quella posteriore di Primo. Ho
dato una sterzata secca finendo con il copertone tra i raggi, e gli sono
franato addosso. Immediatamente Claudio è scattato, guadagnando subito
metri. Ho fatto per rialzarmi e scappare ma, prima che riuscissi a tirar
su la bici, Stacchietti mi ha afferrato per un braccio da terra e mi ha
trascinato giù. Tra i tanti pugni che ho preso uno mi è arrivato
sull’occhio sinistro, facendomelo nero.
«Bastardo… pezzo di merda…» grugniva il ciccione e io, malgrado le botte
da cui cercavo di ripararmi con le braccia, ridevo come un pazzo. «Dì al
tuo amico che non la passa liscia» ha detto alla fine, mentre ripartiva in
bicicletta lasciandomi a terra pesto e insanguinato.
Il cicciabomba è stato di parola: la sera stessa si è appostato nei pressi
dello stradone di casa Cervigni e, come ha visto Claudio fare capolino,
gli ha stampato una sassata sulla fronte.
Dopo la storia
del barbo l’amicizia tra me e Claudio, che doveva ormai essere eterna, è
durata solo per poco più di un anno. Poi si è spenta così, in maniera
lenta e inesorabile. Una volta terminata la terza media Claudio ha
lasciato la scuola per lavorare i campi con i genitori, mentre io ho
iniziato a frequentare il ginnasio e, distratto da nuovi interessi e
amicizie, ho cominciato a cercarlo sempre di meno fino a perderlo di
vista. Però nell’estate successiva agli esami della terza media ci siamo
divertiti da pazzi, noi due soli, anche se questa è un’altra storia. Per
sgravarmi la coscienza, tuttora provo a pensare che comunque sia stata
anche colpa di Claudio che, lavorando, aveva sempre meno tempo. Ma so che
non è così, che la responsabilità è stata mia. Mi costa ammetterlo ma,
crescendo, cominciavo a vergognarmi di quel ragazzo dalle unghie nere e
dalle magliette striminzite e impataccate: non potevo uscire con lui, a
passeggio per il centro della città, e presentarlo alle mie nuove
amicizie. Purtroppo quando si è giovani si è anche un po’ stronzi, ma poi
tutto si paga; anche, semplicemente, con il rimpiangere qualcosa di unico
e irripetibile.
Primo oggi lavora in banca e, a quarant’anni suonati, sfoggia un fisico
invidiabile da palestrato. Io mi sono trasferito a Tolentino, rimanendo in
qualche modo in pianura, e tuttora faccio delle passeggiate in bicicletta
con la mia Bianchi da corsa. Rispetto a quei tempi, quando ero magro quasi
quanto il mio amico, ho messo su qualche chilo ma non me ne faccio un
problema. Claudio invece è restato nella stessa casa di allora, che però
nel frattempo è diventata una bella villa. Gli è andata bene, a quel
ragazzino tutto pelle e muscoli trasformatosi in un signore calvo e un po’
imbolsito: ha aperto un negozio di articoli e macchinari per l’agricoltura
che, con gli anni, è divenuto il più grande della provincia. Capita di
incontrarci, con l’uno o con l’altro, molto di rado. E sono sempre saluti
formali e due parole dette così, per cortesia; mai un accenno a quei
giorni.
Il letto del fiume è profondamente cambiato. La pozza dove venivamo a
pescare non esiste più, e al posto dell’impetuosa corrente cristallina
scorre un misero rigagnolo marrone e maleodorante. Anche il pascolo è
sparito; ora ci sono uno spiazzo asfaltato e una fila di villette a
schiera.
Tiro un sasso tra i rovi da cui, trent’anni fa, si alzò quel fagiano.
Niente, nemmeno il rumore di una biscia. Mi giro e torno sui miei passi,
spingendo la Bianchi per quei pochi metri che mi separano dal cemento.
Alzo lo sguardo alle nuvole sulle colline dove il sole sta ormai
tramontando: si è fatto tardi.
Il barbo non è un
granché, ma ha il sapore particolare e gustoso delle grandi conquiste.
«Allora, sei sicuro? Il padre ha messo Primo in castigo per tutta
l’estate?» mi chiede Claudio con la bocca piena.
«Stai tranquillo. Anche se dovesse uscire non ci cercherà più. Ci odia».
«Finalmente noi due da soli. Sai che spasso…» Claudio ha gli occhi che
brillano. Alza il bicchiere di Coca Cola: «Facciamo un brindisi: alla
nostra amicizia, che duri per sempre».
Raccolgo il suo invito, raggiante: «Alla nostra amicizia. Per sempre».
E ridiamo, eccitati e felici.
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