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Ogni notte mastro
Bastiano faceva il giro dei cavalli, sistemava le balle di biada, chiudeva
con la spranga le stalle di don Basilio e, steso sull’erba pesante, fumava
una Marlboro.
Di solito, andava al muretto di cinta che delimitava la proprietà. Si
sedeva lì, sfregava il fiammifero sulla carta vetrata, e guardava le
stelle: Orsa maggiore, Orsa minore, Alpha Centauri, Cassiopea, Stella
polare. E la fiammella della sigaretta luccicava nel buio come un fuoco
fatuo. Altre volte si accucciava ai piedi del pero che troneggia nel
centro del terreno di don Basilio, e il rituale era sempre lo stesso. Non
cambiava mai. Mai. Bastiano era preciso come un orologio svizzero o come
un milanese. E i gesti si ripetevano uguali, sempre quelli, come una
liturgia. Solo i luoghi cambiavano: la gebbia di Malopasso con l’acqua che
gorgoglia come se bollisse, il noccioleto di Calàta, tutto in discesa, che
porta fino in paese, azzimato di luminarie per la festa di San Cristoforo,
o la trazzera che porta a Montecubbo, dove c’è l’edicola della Madonna,
sempre piena di fiori bianchi, rossi e gialli.
Gli piaceva sentire il vento sferzargli la faccia. Ogni vento ha un calore
e un carattere diversi. Lo scirocco ha una voce dura, soffocante e
supplichevole. È il muggito di un vitello sgozzato, il singhiozzo di una
donna che ha perso la verginità. Bastiano emetteva cerchi di
fumo azzurrognoli.
Il libeccio ha voce lamentosa, e sussurra come un assassino quando giunge
dal mare della Libia, si insinua ululando sotto le porte, ti frusta la
nuca, aizza la febbre nelle notti di luna piena. Poi si stendeva
sull’erba.
La tramontana ha voce gutturale, sarcastica, quando increspa di schiuma le
onde, così lacerante che sembra il latrato di un cane. E chiamava le
stelle: Orsa maggiore, Orsa minore, Alpha Centauri, Cassiopea,
Stella polare…
Era uno che aveva viaggiato Bastiano. Uno che il mondo se l’era visto
in lungo e in largo, perché aveva quella spinta, quella specie di impulso
che possiede certa gente a visitare posti diversi, a sperimentare le cose
più lontane e bizzarre. Insomma aveva in corpo quella strana follia del
vagabondo che ti fa andare e poi andare e ancora andare. E così in paese
dicevano che si fosse trovato a fare il caricatore di porto a Tunisi e il
dentista a Tangeri, a fare la raccolta di frutta in Turchia e il mago
ciarlatano a Damasco. Si diceva che fosse stato pure in Egitto, a fumare
l’oppio e, madresantissima, perfino a cantare il Corano di quel diavolo di
Maometto, che gesucristo lo salvi, ed era stato con le puttane più belle
del mondo, al Cairo e ad Algeri. Tra quelle signore aveva perfino trovato
moglie. Una donna dalla pelle ramata che si chiamava Jamyla, conosciuta
una mattina in un bordello del Cairo, e di cui s’era innamorato. Il tempo
di fare l’amore con lei, di pagare il riscatto alla tenutaria della casa,
e la sera erano già sposati. Jamyla l’aveva seguito fino in Sicilia, ed
era diventata l’attrazione di Calàta, con quegli occhi che brillavano di
una luce occulta, gli zigomi saraceni, le braccia magre e le gambe che
erano il sogno dei chierichetti tredicenni che, dopo aver detto messa, si
chiudevano in bagno perdonando, a modo loro, quella Maddalena d’ebano.
Furono felici per sei mesi, Bastiano e Jamyla. Poi qualcosa si ruppe nel
loro rapporto e litigavano puntualmente, alla fine di ogni plenilunio.
Fino a quando, in una sera d’agosto in cui le stelle tremavano sullo
specchio del mare, la bella Jamyla sparì all’improvviso. Al povero
Bastiano lasciò un biglietto scritto con una grafia incerta: «Ho paura di
te!», e se ne tornò nella sua terra. Bastiano pianse per giorni. E per un
mese intero lo vedevi camminare per le strade di Calàta con lo sguardo
fisso a terra come se cercasse qualcosa.
Era pure uno che aveva studiato, mastro Bastiano. Don Basilio lo cazziava
sempre quando mollava la roncola per rintanarsi sotto una quercia a
leggere Macbeth.
Don Basilio, re della briscola e del quartuccio di vino, era un uomo
grasso e pesante, e a Bastiano non andava mica a genio. Camminava come se
non fosse costituito da carne, fibre e muscoli, ma da un mucchio d’ossa e
adipe assemblati insieme alla bell’e meglio, e si trascinava sulle gambe
malate come uno spettro che si porti addosso un fardello di pene.
A volte si alzava di mattina presto e andava ai campi a vigilare sul
lavoro dei suoi uomini, sbraitando continuamente, perché a don Basilio
niente andava mai bene. Sputava tabacco livido di sangue e, tra una
bestemmia e l’altra, ripeteva laconico il suo credo: «La vita è una merda
e poi si muore!» Teorema inconfutabile che racchiudeva tutto lo spessore
del suo pensiero. Quando lo sciorinava in paese, al circolo della
briscola, «La vita è una merda e poi si muore, signori miei», faceva
sobbalzare sullo scranno padre Vito, un sagrestano di Erice, venuto a
evangelizzare quel frammento di terra dannata. Ma per il povero padre Vito
era tutta fatica inutile.
A volte sembra che la Sicilia sia maledetta e che non attecchisca niente
se non erba cattiva che fa impazzire i cavalli, gramigna e arbusti secchi
e spolpati dal sole. In Sicilia nemmeno la religione fiorisce. E tutto
quel battersi di petto, quello sventolare di scialli neri, quello scialo
di madresantissima, luminarie accese e santini ex voto sono solamente
l’esibizione di uno status symbol. La gente rispettabile va in
chiesa. L’uomo d’onore si batte il petto. Il boss del paese va a messa
ogni domenica mattina, parla col prete e fa offerte alla parrocchia.
Infine accende un lumino, e s’inginocchia a pregare perché, minchia, lui
devotissimo alla Madonna è.
Perfino padre Vito, un tempo animato dallo zelo missionario, aveva ormai
rinunciato a catechizzare quegli uomini dal cuore chiuso come un pugno. E
ora, quando diceva messa, gli bastava vedere in prima fila don Basilio e
gli altri mafiosi delle campagne: gli Isgrò, i Santapaola, i baroni Oneto.
Gli bastava questo per sopportare a testa bassa le sue tirate sulla vita
«che è una merda», quella filosofia da quattro soldi snocciolata ai
tavoli, tra una mano di briscola e l’altra, «e poi si muore, signori
miei». Mentre il volto di don Basilio si faceva puntualmente più livido e
pareva gonfiarsi quando la quantità di vino superava il limite.
Sì, un tempo anche don Vito aveva creduto che prima o poi tutto sarebbe
cambiato. Ci aveva creduto davvero con lo slancio puro della fede. Ora,
quando arrivava la bella stagione e le zagare sbocciavano agli angoli dei
marciapiedi, annunciando il volo degli uccelli di passo, lo vedevi girare
in mutande in sagrestia, sotto gli sguardi scandalizzati della perpetua.
Il circolo della
briscola era frequentato pure da zu’ Fernando Grafeo, barbiere di corso
Vittorio, ex consigliere comunale e gran figlio di zoccola. Zu’ Fernando
aveva una testa a forma di pera, la cui sommità era rivestita da sparuti
ciuffi di capelli neri, parlava con voce melensa, quasi il fruscio di una
serpe che striscia sull’erba, e aveva lo sguardo opaco come un mattino
d’inverno. Era la malalingua del paese zu’ Fernando: quello che sapeva
tutto di tutti, e se non sapeva un pettegolezzo era disposto a inventare e
a spararla grossa mentre si curvava sul cliente a fargli il contropelo
alla barba o la sfumatura ai capelli: «havi a sapìri ca ’dda buttana ra
mugghieri ru sinnacu…» eccetera eccetera.
Una volta che era particolarmente in vena di chiacchiere, zu’ Fernando
mise in giro la voce che quello stravagante di Bastiano fosse «strumento
di luna». Cioè che quando c’è la luna piena (o a quintadecima, come
dicono da queste parti), lui, beddamatri, perde il lume della testa
e dà di matto, e si mette a ringhiare e ad abbaiare come fosse un cane
mazziato.
Padre Vito, suo cliente quel giorno, sorrise rassegnatamente con le guance
coperte di schiuma, e non credette alla storia: «Mastro Bastianu,
lupumannu è?», disse l’uomo di fede, «ma mi facissi ’u piaciri, zu’ Ferna’».
«Ce lo giuro quant’è vero Iddio!» E tornarono a parlare di quella
buttana della moglie del sindaco.
Quella notte il
vento portava con sé tutte le voci: latrati di cani, miagolii di gatti in
calore, pianti di bambini, doglie di donne gravide, lamenti di vergini,
voci di morti. La luna piena copriva tutto con uno smalto giallastro, e il
cielo notturno era pesante come il coperchio di una bara. All’interno
delle masserie la luce penetrava con un riflesso aspro e violetto,
tagliava in due le pareti e si rifrangeva sul cristallo delle bottiglie
come su un prisma. Poi si scioglieva in un chiarore lattiginoso.
Bastiano diceva che nelle notti di plenilunio il libeccio che soffia dalla
Cirenaica assume la voce degli uomini, e sussurra alle loro orecchie il
destino che li attende.
«Ascutalu», diceva con quegli occhi da pazzo, «Ascutalu, quannu parra: ’u
libbicu nun porta svintura!»
Attorno a me la terra marciva implorando la pioggia. In Sicilia, la vita
non si modella col soffio divino sulla creta ma sul fango duro e spaccato:
l’arsura sventra la terra e disegna un’enorme ragnatela di sete. Sotto a
quel suolo avido di ebbrezza e diluvi gorgoglia l’acqua che si invoca
scenda dal cielo. E invece lei è lì, dispettosa e insolente, perché
inattingibile, seppellita come un cadavere che non ha più niente da dire,
o come un tesoro su cui è peccato mortale posare le mani. La Sicilia è
zolfo e lava, dolore e sete. E il dolore è sempre muto su quest’isola
violenta, serrato eternamente in fondo al petto, chiuso tra le maglie di
uno scialle nero come l’abisso.
Forse la Sicilia è l’isola del diavolo. Che allunga la coda per maledire
il suolo che non dà frutti, ma partorisce contadini e ciclopi dal cuore
sordo. Uomini e mostri uniti dalla medesima condanna: scavare le zolle
sterili per sollecitare la pioggia e temporeggiare la morte. Ma non si
scava che fango e zolfo, croste di terra dura e zolle riarse. E, mentre
scavi, la morte ti ha già piagato le mani.
Solo certe notti, quando dalla Libia spira il soffio caldo che curva
l’erba e fa impazzire i cavalli, l’uomo si riappropria del suo arbitrio.
La vita non è più una condanna, ma un viaggio lungo che si svolge secondo
i dettami del fato. Solo quando soffia il libeccio, per ogni uomo si
compie il destino. Così raccontava mastro Bastiano. E ne era convinto.
Quella sera il mio destino era andare al pozzo di Malopasso, vicino alla
gebbia, dove riempivo i secchi d’acqua dei baroni Oneto, presso i quali
lavoravo come apprendista bracciante. La luce del plenilunio denudava le
zolle.
Avevo lasciato il malasieno con i contadini raccolti in cerchio sotto il
pergolato, in un’aria satura che sapeva di stalla e tabacco bruciato: una
lampadina penzolante dall’incannucciato schiariva i volti con luce
esangue, il sudore degli uomini si mischiava al puzzo delle galline, e i
bicchieri di birra e malvasia venivano vuotati in un baleno, in una
dimostrazione di prestante virilità. Qua essere uomo significa poche cose,
ma ben precise: andare a puttane almeno una volta la settimana, scolare
due boccali di birra accompagnati da un rutto profondo e gutturale come il
suono di un trombone, allevare alla meno peggio una mezza dozzina di figli
avuti da sei donne diverse, di cui una puttana, e bestemmiare come Dio
comanda.
Ma, quando arrivai a pochi metri dal pozzo di Malopasso, una visione
d’inferno mi gelò il sangue nelle vene, e la paura mi si attorcigliò alle
vertebre come una serpe. Un uomo stava chino sulla bocca del pozzo, e
vomitava un rivolo di sangue violaceo che cadeva per terra, mescolandosi
alla polvere. Ai sui piedi c’era un mucchio di pietre e di insetti morti
che volgevano le elitre al buio della notte. Sopra le sue spalle la luna
piena fiammeggiava in un’aura ubriaca.
Intravidi un volto deforme che le mani tremanti a mala pena riuscivano a
nascondere. Un volto irriconoscibile e ferino con gli occhi iniettati di
sangue e le orbite rotonde come la bocca del pozzo. Occhi scuri, di pazzo.
Arretrai di un paio di metri. Occhi inquisitori, orlati di bistro. Il
cuore in gola batteva come un tamburo. La paura mi congestionò il ventre.
Occhi che cercarono i miei occhi e, infine, occhi sfuggenti che
incrociarono i miei, e li puntarono a lungo. Provai un senso di vertigine
mentre fissavo quel volto martoriato dalla follia.
Il povero Bastiano fece pochi passi incerti, stravolto dal plenilunio e
dall’ululato dei cani. Lo vidi barcollare sulle gambe magre e poggiarsi
con una mano al bordo del pozzo, i piedi scalpicciarono sulle macchie di
sangue.
«Vattinni di cca’, Vice’» mi urlò con voce da orco. «Vattini di cca’,
chista è terra marditta, è terra malata!» E mi tese una mano in segno di
aiuto.
Il secchio mi cadde per terra. E allora Bastiano s’avvicinò a me,
trascinandosi sulle gambe. Mi mise le mani sul collo come se mi volesse
stritolare, invece la sua presa si trasformò in una carezza. Ma i suoi
occhi – non me li scordo più quegli occhi plumbei che tremavano di una
luce bestiale – mi scrutarono le iridi e mi lessero l’anima.
Mastro Bastiano era «strumento di luna». E, quando c’era la luna a
quintadecima, lui perdeva la testa e dava di matto, e si metteva a
ringhiare e ad abbaiare come fosse un cane mazziato. Proprio come diceva
quel figlio di zoccola di zu’ Fernando Grafeo. Mastro Bastianu
lupumannu era!
La povera Jamyla, raccattata dai bordelli del Cairo, che l’aveva seguito
fino a quello scampolo di terra che è il paese di Calàta, era fuggita
impaurita una notte d’agosto. Ormai stremata dalle smanie del marito che
si contorceva nel letto cercando il chiarore giallastro, sfinita dalle
fughe in piena notte e dalle corse per i campi in cerca di un pozzo sul
cui fondo si specchiasse la molle luce d’oro, la povera Jamyla fece le
valigie e tornò alla vecchia vita. Lasciando un vuoto nella fantasia dei
chierichetti che, nell’intimità dei bagni della sagrestia, continuarono a
sognare quella carne scura e ramata, che profumava d’Egitto e di peccato
mortale.
Quella notte vidi la follia in viso. Vidi un uomo stravolto dalla
mutevolezza della luna. Ma, al contempo, ascoltai una voce che da tempo mi
languiva nel petto, e che attendeva d’essere ascoltata. «Scappa, scappa,
Vice’, ’cca ’un ci nn’è vita!» Qua non c’è vita. Guarda i porti, viaggia,
impara cento lingue, pensa diversamente, abbraccia nuove religioni. Qua
non c’è vita. Vai a Damasco, in Egitto, a Tunisi e a Marrakech. Qua non
c’è vita. «Scappa, scappa, Vice’!» La voce da orco di Bastiano divenne la
voce della mia coscienza.
Fuggii impaurito da quell’uomo, e corsi attraverso i campi a rotta di
collo, con la luna che mi inseguiva e che sembrava dovesse cadermi
addosso. Mi fermai al muro di cinta delle terre degli Oneto. Dietro quella
bassa barriera di mattoni si estendeva la proprietà di don Basilio. Avevo
ancora impressa nella retina la visione degli occhi di Bastiano, quegli
occhi che tremavano e che non sembravano di uomo ma di belva. Mi appoggiai
al muro. Un alito di libeccio mi soffiò tra i capelli e suggerì il mio
destino, bisbigliandolo a un orecchio. «Vattinni di ’cca, chista è terra
marditta, è terra malata!»
Ora sono vent’anni che non metto piede in Sicilia. Ho visto i porti di
Tunisi e di Alessandria, le medine di Damasco e di Fes, i bordelli del
Cairo e gli incantatori di serpenti di Marrakech. E quando, ogni sera, il
sole scende dietro al noccioleto, rosso e gigante che sembra una moneta
d’oro, io prendo sottobraccio il mio tappeto ricamato e mi inchino a
pregare Maometto e gli altri satanassi.
Quando guardo il mare da una
terrazza sul Mediterraneo, ripenso a quell’isola del diavolo e a quegli
uomini dal cuore chiuso, a padre Vito e zu’ Fernando, a don Basilio e
mastro Bastiano. Intanto, sopra le onde scure della notte, la luna piena
fiammeggia, enorme come un doblone. Da qualche parte, al di là del mare,
mastro Bastiano si contorce in uno spasimo senza fine.
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