IL PICCOLO TORCHIO
TESTI ON LINE


Premio letterario “Dante Graziosi/Terra degli aironi”
 

VINCENZO CALÒ
Luna malata

Ogni notte mastro Bastiano faceva il giro dei cavalli, sistemava le balle di biada, chiudeva con la spranga le stalle di don Basilio e, steso sull’erba pesante, fumava una Marlboro.
Di solito, andava al muretto di cinta che delimitava la proprietà. Si sedeva lì, sfregava il fiammifero sulla carta vetrata, e guardava le stelle: Orsa maggiore, Orsa minore, Alpha Centauri, Cassiopea, Stella polare. E la fiammella della sigaretta luccicava nel buio come un fuoco fatuo. Altre volte si accucciava ai piedi del pero che troneggia nel centro del terreno di don Basilio, e il rituale era sempre lo stesso. Non cambiava mai. Mai. Bastiano era preciso come un orologio svizzero o come un milanese. E i gesti si ripetevano uguali, sempre quelli, come una liturgia. Solo i luoghi cambiavano: la gebbia di Malopasso con l’acqua che gorgoglia come se bollisse, il noccioleto di Calàta, tutto in discesa, che porta fino in paese, azzimato di luminarie per la festa di San Cristoforo, o la trazzera che porta a Montecubbo, dove c’è l’edicola della Madonna, sempre piena di fiori bianchi, rossi e gialli.
Gli piaceva sentire il vento sferzargli la faccia. Ogni vento ha un calore e un carattere diversi. Lo scirocco ha una voce dura, soffocante e supplichevole. È il muggito di un vitello sgozzato, il singhiozzo di una donna che ha perso la verginità. Bastiano emetteva cerchi di fumo azzurrognoli.
Il libeccio ha voce lamentosa, e sussurra come un assassino quando giunge dal mare della Libia, si insinua ululando sotto le porte, ti frusta la nuca, aizza la febbre nelle notti di luna piena. Poi si stendeva sull’erba.
La tramontana ha voce gutturale, sarcastica, quando increspa di schiuma le onde, così lacerante che sembra il latrato di un cane. E chiamava le stelle: Orsa maggiore, Orsa minore, Alpha Centauri, Cassiopea, Stella polare…
Era uno che aveva viaggiato Bastiano. Uno che il mondo se l’era visto in lungo e in largo, perché aveva quella spinta, quella specie di impulso che possiede certa gente a visitare posti diversi, a sperimentare le cose più lontane e bizzarre. Insomma aveva in corpo quella strana follia del vagabondo che ti fa andare e poi andare e ancora andare. E così in paese dicevano che si fosse trovato a fare il caricatore di porto a Tunisi e il dentista a Tangeri, a fare la raccolta di frutta in Turchia e il mago ciarlatano a Damasco. Si diceva che fosse stato pure in Egitto, a fumare l’oppio e, madresantissima, perfino a cantare il Corano di quel diavolo di Maometto, che gesucristo lo salvi, ed era stato con le puttane più belle del mondo, al Cairo e ad Algeri. Tra quelle signore aveva perfino trovato moglie. Una donna dalla pelle ramata che si chiamava Jamyla, conosciuta una mattina in un bordello del Cairo, e di cui s’era innamorato. Il tempo di fare l’amore con lei, di pagare il riscatto alla tenutaria della casa, e la sera erano già sposati. Jamyla l’aveva seguito fino in Sicilia, ed era diventata l’attrazione di Calàta, con quegli occhi che brillavano di una luce occulta, gli zigomi saraceni, le braccia magre e le gambe che erano il sogno dei chierichetti tredicenni che, dopo aver detto messa, si chiudevano in bagno perdonando, a modo loro, quella Maddalena d’ebano.
Furono felici per sei mesi, Bastiano e Jamyla. Poi qualcosa si ruppe nel loro rapporto e litigavano puntualmente, alla fine di ogni plenilunio. Fino a quando, in una sera d’agosto in cui le stelle tremavano sullo specchio del mare, la bella Jamyla sparì all’improvviso. Al povero Bastiano lasciò un biglietto scritto con una grafia incerta: «Ho paura di te!», e se ne tornò nella sua terra. Bastiano pianse per giorni. E per un mese intero lo vedevi camminare per le strade di Calàta con lo sguardo fisso a terra come se cercasse qualcosa.
Era pure uno che aveva studiato, mastro Bastiano. Don Basilio lo cazziava sempre quando mollava la roncola per rintanarsi sotto una quercia a leggere Macbeth.
Don Basilio, re della briscola e del quartuccio di vino, era un uomo grasso e pesante, e a Bastiano non andava mica a genio. Camminava come se non fosse costituito da carne, fibre e muscoli, ma da un mucchio d’ossa e adipe assemblati insieme alla bell’e meglio, e si trascinava sulle gambe malate come uno spettro che si porti addosso un fardello di pene.
A volte si alzava di mattina presto e andava ai campi a vigilare sul lavoro dei suoi uomini, sbraitando continuamente, perché a don Basilio niente andava mai bene. Sputava tabacco livido di sangue e, tra una bestemmia e l’altra, ripeteva laconico il suo credo: «La vita è una merda e poi si muore!» Teorema inconfutabile che racchiudeva tutto lo spessore del suo pensiero. Quando lo sciorinava in paese, al circolo della briscola, «La vita è una merda e poi si muore, signori miei», faceva sobbalzare sullo scranno padre Vito, un sagrestano di Erice, venuto a evangelizzare quel frammento di terra dannata. Ma per il povero padre Vito era tutta fatica inutile.
A volte sembra che la Sicilia sia maledetta e che non attecchisca niente se non erba cattiva che fa impazzire i cavalli, gramigna e arbusti secchi e spolpati dal sole. In Sicilia nemmeno la religione fiorisce. E tutto quel battersi di petto, quello sventolare di scialli neri, quello scialo di madresantissima, luminarie accese e santini ex voto sono solamente l’esibizione di uno status symbol. La gente rispettabile va in chiesa. L’uomo d’onore si batte il petto. Il boss del paese va a messa ogni domenica mattina, parla col prete e fa offerte alla parrocchia. Infine accende un lumino, e s’inginocchia a pregare perché, minchia, lui devotissimo alla Madonna è.
Perfino padre Vito, un tempo animato dallo zelo missionario, aveva ormai rinunciato a catechizzare quegli uomini dal cuore chiuso come un pugno. E ora, quando diceva messa, gli bastava vedere in prima fila don Basilio e gli altri mafiosi delle campagne: gli Isgrò, i Santapaola, i baroni Oneto. Gli bastava questo per sopportare a testa bassa le sue tirate sulla vita «che è una merda», quella filosofia da quattro soldi snocciolata ai tavoli, tra una mano di briscola e l’altra, «e poi si muore, signori miei». Mentre il volto di don Basilio si faceva puntualmente più livido e pareva gonfiarsi quando la quantità di vino superava il limite.
Sì, un tempo anche don Vito aveva creduto che prima o poi tutto sarebbe cambiato. Ci aveva creduto davvero con lo slancio puro della fede. Ora, quando arrivava la bella stagione e le zagare sbocciavano agli angoli dei marciapiedi, annunciando il volo degli uccelli di passo, lo vedevi girare in mutande in sagrestia, sotto gli sguardi scandalizzati della perpetua.

Il circolo della briscola era frequentato pure da zu’ Fernando Grafeo, barbiere di corso Vittorio, ex consigliere comunale e gran figlio di zoccola. Zu’ Fernando aveva una testa a forma di pera, la cui sommità era rivestita da sparuti ciuffi di capelli neri, parlava con voce melensa, quasi il fruscio di una serpe che striscia sull’erba, e aveva lo sguardo opaco come un mattino d’inverno. Era la malalingua del paese zu’ Fernando: quello che sapeva tutto di tutti, e se non sapeva un pettegolezzo era disposto a inventare e a spararla grossa mentre si curvava sul cliente a fargli il contropelo alla barba o la sfumatura ai capelli: «havi a sapìri ca ’dda buttana ra mugghieri ru sinnacu…» eccetera eccetera.
Una volta che era particolarmente in vena di chiacchiere, zu’ Fernando mise in giro la voce che quello stravagante di Bastiano fosse «strumento di luna». Cioè che quando c’è la luna piena (o a quintadecima, come dicono da queste parti), lui, beddamatri, perde il lume della testa e dà di matto, e si mette a ringhiare e ad abbaiare come fosse un cane mazziato.
Padre Vito, suo cliente quel giorno, sorrise rassegnatamente con le guance coperte di schiuma, e non credette alla storia: «Mastro Bastianu, lupumannu è?», disse l’uomo di fede, «ma mi facissi ’u piaciri, zu’ Ferna’».
«Ce lo giuro quant’è vero Iddio!» E tornarono a parlare di quella buttana della moglie del sindaco.

Quella notte il vento portava con sé tutte le voci: latrati di cani, miagolii di gatti in calore, pianti di bambini, doglie di donne gravide, lamenti di vergini, voci di morti. La luna piena copriva tutto con uno smalto giallastro, e il cielo notturno era pesante come il coperchio di una bara. All’interno delle masserie la luce penetrava con un riflesso aspro e violetto, tagliava in due le pareti e si rifrangeva sul cristallo delle bottiglie come su un prisma. Poi si scioglieva in un chiarore lattiginoso.
Bastiano diceva che nelle notti di plenilunio il libeccio che soffia dalla Cirenaica assume la voce degli uomini, e sussurra alle loro orecchie il destino che li attende.
«Ascutalu», diceva con quegli occhi da pazzo, «Ascutalu, quannu parra: ’u libbicu nun porta svintura!»
Attorno a me la terra marciva implorando la pioggia. In Sicilia, la vita non si modella col soffio divino sulla creta ma sul fango duro e spaccato: l’arsura sventra la terra e disegna un’enorme ragnatela di sete. Sotto a quel suolo avido di ebbrezza e diluvi gorgoglia l’acqua che si invoca scenda dal cielo. E invece lei è lì, dispettosa e insolente, perché inattingibile, seppellita come un cadavere che non ha più niente da dire, o come un tesoro su cui è peccato mortale posare le mani. La Sicilia è zolfo e lava, dolore e sete. E il dolore è sempre muto su quest’isola violenta, serrato eternamente in fondo al petto, chiuso tra le maglie di uno scialle nero come l’abisso.
Forse la Sicilia è l’isola del diavolo. Che allunga la coda per maledire il suolo che non dà frutti, ma partorisce contadini e ciclopi dal cuore sordo. Uomini e mostri uniti dalla medesima condanna: scavare le zolle sterili per sollecitare la pioggia e temporeggiare la morte. Ma non si scava che fango e zolfo, croste di terra dura e zolle riarse. E, mentre scavi, la morte ti ha già piagato le mani.
Solo certe notti, quando dalla Libia spira il soffio caldo che curva l’erba e fa impazzire i cavalli, l’uomo si riappropria del suo arbitrio. La vita non è più una condanna, ma un viaggio lungo che si svolge secondo i dettami del fato. Solo quando soffia il libeccio, per ogni uomo si compie il destino. Così raccontava mastro Bastiano. E ne era convinto.
Quella sera il mio destino era andare al pozzo di Malopasso, vicino alla gebbia, dove riempivo i secchi d’acqua dei baroni Oneto, presso i quali lavoravo come apprendista bracciante. La luce del plenilunio denudava le zolle.
Avevo lasciato il malasieno con i contadini raccolti in cerchio sotto il pergolato, in un’aria satura che sapeva di stalla e tabacco bruciato: una lampadina penzolante dall’incannucciato schiariva i volti con luce esangue, il sudore degli uomini si mischiava al puzzo delle galline, e i bicchieri di birra e malvasia venivano vuotati in un baleno, in una dimostrazione di prestante virilità. Qua essere uomo significa poche cose, ma ben precise: andare a puttane almeno una volta la settimana, scolare due boccali di birra accompagnati da un rutto profondo e gutturale come il suono di un trombone, allevare alla meno peggio una mezza dozzina di figli avuti da sei donne diverse, di cui una puttana, e bestemmiare come Dio comanda.
Ma, quando arrivai a pochi metri dal pozzo di Malopasso, una visione d’inferno mi gelò il sangue nelle vene, e la paura mi si attorcigliò alle vertebre come una serpe. Un uomo stava chino sulla bocca del pozzo, e vomitava un rivolo di sangue violaceo che cadeva per terra, mescolandosi alla polvere. Ai sui piedi c’era un mucchio di pietre e di insetti morti che volgevano le elitre al buio della notte. Sopra le sue spalle la luna piena fiammeggiava in un’aura ubriaca.
Intravidi un volto deforme che le mani tremanti a mala pena riuscivano a nascondere. Un volto irriconoscibile e ferino con gli occhi iniettati di sangue e le orbite rotonde come la bocca del pozzo. Occhi scuri, di pazzo. Arretrai di un paio di metri. Occhi inquisitori, orlati di bistro. Il cuore in gola batteva come un tamburo. La paura mi congestionò il ventre. Occhi che cercarono i miei occhi e, infine, occhi sfuggenti che incrociarono i miei, e li puntarono a lungo. Provai un senso di vertigine mentre fissavo quel volto martoriato dalla follia.
Il povero Bastiano fece pochi passi incerti, stravolto dal plenilunio e dall’ululato dei cani. Lo vidi barcollare sulle gambe magre e poggiarsi con una mano al bordo del pozzo, i piedi scalpicciarono sulle macchie di sangue.
«Vattinni di cca’, Vice’» mi urlò con voce da orco. «Vattini di cca’, chista è terra marditta, è terra malata!» E mi tese una mano in segno di aiuto.
Il secchio mi cadde per terra. E allora Bastiano s’avvicinò a me, trascinandosi sulle gambe. Mi mise le mani sul collo come se mi volesse stritolare, invece la sua presa si trasformò in una carezza. Ma i suoi occhi – non me li scordo più quegli occhi plumbei che tremavano di una luce bestiale – mi scrutarono le iridi e mi lessero l’anima.
Mastro Bastiano era «strumento di luna». E, quando c’era la luna a quintadecima, lui perdeva la testa e dava di matto, e si metteva a ringhiare e ad abbaiare come fosse un cane mazziato. Proprio come diceva quel figlio di zoccola di zu’ Fernando Grafeo. Mastro Bastianu lupumannu era!
La povera Jamyla, raccattata dai bordelli del Cairo, che l’aveva seguito fino a quello scampolo di terra che è il paese di Calàta, era fuggita impaurita una notte d’agosto. Ormai stremata dalle smanie del marito che si contorceva nel letto cercando il chiarore giallastro, sfinita dalle fughe in piena notte e dalle corse per i campi in cerca di un pozzo sul cui fondo si specchiasse la molle luce d’oro, la povera Jamyla fece le valigie e tornò alla vecchia vita. Lasciando un vuoto nella fantasia dei chierichetti che, nell’intimità dei bagni della sagrestia, continuarono a sognare quella carne scura e ramata, che profumava d’Egitto e di peccato mortale.
Quella notte vidi la follia in viso. Vidi un uomo stravolto dalla mutevolezza della luna. Ma, al contempo, ascoltai una voce che da tempo mi languiva nel petto, e che attendeva d’essere ascoltata. «Scappa, scappa, Vice’, ’cca ’un ci nn’è vita!» Qua non c’è vita. Guarda i porti, viaggia, impara cento lingue, pensa diversamente, abbraccia nuove religioni. Qua non c’è vita. Vai a Damasco, in Egitto, a Tunisi e a Marrakech. Qua non c’è vita. «Scappa, scappa, Vice’!» La voce da orco di Bastiano divenne la voce della mia coscienza.
Fuggii impaurito da quell’uomo, e corsi attraverso i campi a rotta di collo, con la luna che mi inseguiva e che sembrava dovesse cadermi addosso. Mi fermai al muro di cinta delle terre degli Oneto. Dietro quella bassa barriera di mattoni si estendeva la proprietà di don Basilio. Avevo ancora impressa nella retina la visione degli occhi di Bastiano, quegli occhi che tremavano e che non sembravano di uomo ma di belva. Mi appoggiai al muro. Un alito di libeccio mi soffiò tra i capelli e suggerì il mio destino, bisbigliandolo a un orecchio. «Vattinni di ’cca, chista è terra marditta, è terra malata!»
Ora sono vent’anni che non metto piede in Sicilia. Ho visto i porti di Tunisi e di Alessandria, le medine di Damasco e di Fes, i bordelli del Cairo e gli incantatori di serpenti di Marrakech. E quando, ogni sera, il sole scende dietro al noccioleto, rosso e gigante che sembra una moneta d’oro, io prendo sottobraccio il mio tappeto ricamato e mi inchino a pregare Maometto e gli altri satanassi.
Quando guardo il mare da una terrazza sul Mediterraneo, ripenso a quell’isola del diavolo e a quegli uomini dal cuore chiuso, a padre Vito e zu’ Fernando, a don Basilio e mastro Bastiano. Intanto, sopra le onde scure della notte, la luna piena fiammeggia, enorme come un doblone. Da qualche parte, al di là del mare, mastro Bastiano si contorce in uno spasimo senza fine.

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