IL PICCOLO TORCHIO
TESTI ON LINE


Premio letterario “Dante Graziosi/Terra degli aironi”
 

MARIA ADELE GARAVAGLIA
Bonsoir et courage…

«Ma quando torna la Nori?» chiese la ragazza annoiata e un po’ stizzita.
«È andata dalla zia Angiolina a portarle il pane» le rispose la madre, indaffarata a scottare il pollo. Cominciò dalle zampe, poi avvicinò alla fiamma viva tutto il corpo per benino e arrivò alla cresta. Per l’aria si diffuse un odore nauseabondo di pelle bruciata.
«E sono andate anche la Vanna e la Franca con lei?» insistette la figlia.
«No, loro sono con il papà, in paese».
Era l’8 settembre 1943, giorno della festa della Madonna, a Vespolate, nella Bassa.
«Non so che cosa fare, senza di loro!» miagolò la ragazzina, lisciandosi i capelli bruni che aveva arricciato un po’ troppo con il ferro.
«Lo so io che cosa potresti fare» rispose la madre. «Vieni qui: disfa questa sciarpa, ché è brutta! Falla nuova, aggiungendo quella lana azzurra: vedrai che sarà utile a qualcuno. L’inverno è dietro la porta e va sempre bene avere una sciarpa da regalare ai nostri soldati, con questa guerra... Ah, Madre di Dio guarda giù!»
Ernesta sapeva toccare il tasto giusto per far cessare le lagne della figlia.
Giuse si schermì: «Ma mamma, quella sciarpa… l’ho fatta l’anno scorso. Devo già disfarla?»
«Fare e disfare è tutto un lavorare!» sentenziò la donna, mordendosi le labbra per non sorridere.
Poi si concentrò sul pollo: tolse le punte delle penne ancora rimaste incastrate nella pelle, lo lavò, lo asciugò. Lo sistemò in una casseruola con gli odori e lo mise sul fuoco, voltandolo con cura perché rosolasse da tutte le parti.
Per la cucina si diffuse un profumino di aglio, olio, rosmarino.
«Sì, dopo! Adesso mi sono ricordata che devo andare nell’orto!»
«Giuse! Vieni qui!»
Ma la ragazza era già sparita.
La cascina Bertottina, dove Giuse viveva con i genitori e tre sorelle, sorgeva nella distesa di risaie che da Vespolate si estendono verso Robbio, limitate dall’Agogna. Terra pacifica, prospera, dove l’eco degli avvenimenti arrivava attutito dalla naturale pacatezza della gente. La guerra, però, non risparmiava nemmeno quell’angolo di Pianura Padana dove le persone volevano soltanto vivere in pace e morire nel proprio letto.
Giuse arrivò nell’orto pensando alla sciarpa: adorava lavorare a maglia, ma non sulla lana di recupero. Si guardò intorno, annusando l’aria. Altro che inverno! Quella sembrava una giornata d’estate, non di primavera inoltrata. Una di quelle belle mattinate di maggio con il cielo terso, l’aria calda ma non ancora afosa.
La ragazza gironzolò un poco tra le dalie che stavano sbocciando e le rose che, quell’anno, sembravano non smettere più di fiorire: sarebbero andate avanti sino a novembre se non fosse gelato, pensò, strappando qualche petalo. Si mise a frugare nelle corolle per cercare i maggiolini di cui le galline andavano ghiotte, ma già, non era stagione di maggiolini. Andò a dare un’occhiata agli alveari. Le cassettine, saggiamente isolate in un angolo, sembravano ribollire di vita e ronzii. Giuse assaporò il sole e il silenzio, ma si accorse di sentirsi sola. Che sciocca era stata! Sarebbe potuta andare anche lei dalla zia, in paese! Era perduta senza la sorella maggiore.
D’un tratto le prese un senso di angoscia: si era pur sempre in guerra, con gli angloamericani alle porte: che ne sarebbe stato di loro? Sarebbero tornati a casa tutti sani e salvi gli amici partiti per il fronte? Si parlava di bombardamenti, a Milano, e anche a Novara qualche volta gli aerei mitragliavano i treni merce al Boschetto. Sino a quel momento, per loro, ogni cosa era andata bene: avevano da mangiare in abbondanza e ne davano anche ai parenti in paese, persino a quelli in città, le sorelle del papà, le miti signorine Zorzoli, tanto garbate e gentili, ma sempre magre magre. Sfido! Non si ingrassa con il pane della tessera annonaria, fatto con la segale, né si coloriscono le guance con il surrogato di caffè!
Le risaie erano nel pieno del loro trionfo: il riso stava facendosi bruno e tra poco sarebbe stato maturo per la mietitura. I pioppi, allineati nei lunghi filari che segnavano i confini delle proprietà, ridevano nella brezza del mattino con le foglie tremolanti a ogni minimo soffio. Era passato il “soffoco” dell’estate, i moscerini si diradavano, volavano lenti, come intontiti sulle stoppie dell’avena già falciata e ben riposta per l’inverno. Sulle piante dell’orto maturavano le mele e sotto i pampini, addossata al muretto di recinzione, l’uva americana, ancora verde, prometteva di inturgidirsi succosa. Giuse colse due acini e li mangiò: adorava la frutta acerba.
«È in casa il papà?»
La domanda la colse di sorpresa. Era il veterinario, il dottor Graziosi. La interpellava dal finestrino della sua Topolino. Giuse, che non aveva sentito il rumore del motore, trasalì.
«No, ma c’è la mamma» rispose intimidita.
«Posso entrare?» insistette l’uomo.
«Sì, certo» e la ragazza si avviò dietro l’auto che, lentamente per non sollevare polvere, fece il suo ingresso nell’ampio cortile. Si fermò davanti al giardinetto che ornava l’abitazione del fittavolo.
«Oh!» Giuse si tappò la bocca con le due mani. Non stava bene mostrarsi sorpresa di fronte ai giovanotti, bisognava tenere un giusto contegno, come le avevano insegnato in collegio.
Dietro al veterinario erano scesi due uomini altissimi, bellissimi, stranissimi.
«Chi sono ’sti armadi?» chiese l’Ernesta al veterinario.
Era uscita in quel momento e si era un po’ impressionata anche lei.
«Possiamo entrare?» chiese il dottore.
«Prego, si accomodi, tra poco arriverà mio marito… ah, eccolo!»
Vincenzo arrivava dalla porta della cascina che guardava a sud, in direzione del paese, con le due figlie minori, ancora adolescenti. Squadrò severo i compagni del veterinario e lo salutò cortesemente.
«Ho bisogno di un favore». Graziosi non si perdeva in convenevoli.
«Due, se posso, ma è meglio entrare. Voi tre, aspettate fuori!» disse Vicens alle figlie.
«Uffa!» Ma le ragazze non si persero d’animo e spiarono dalla finestra.
Ernesta guardò il suo pollo che stava rosolando per benino e capì che, per quella giornata, sarebbe bastato. Invitò il veterinario a fermarsi a mangiare, dato che era quasi mezzogiorno, ma quello declinò l’invito con un po’ di rammarico: la fittavola aveva fama di buona cuoca.
«Passo a spiegarvi» disse spiccio. «Oggi Badoglio ha detto che l’Italia è uscita dalla guerra. Ma non illudetevi, non siamo affatto in pace, anzi: non siamo per niente al sicuro!»
«Già. Ero in paese, quando abbiamo sentito la radio. La gente rideva e si abbracciava, ma a me questa storia piace poco…» commentò Vicens.
«Infatti. Bisogna stare attenti. Bisogna stare a vedere. Comunque dal campo di Granozzo sono stati liberati i prigionieri inglesi. Io vi chiedo di nasconderli per qualche settimana appena… di tenerli qui a lavorare… di proteggerli, sciur Vicens. Stiamo organizzando il loro trasferimento in Svizzera, mimetizzandoli con i tagliariso. Sarà questione di poco, ma bisogna che i tedeschi non li trovino».
«I tedeschi?»
«Proprio! Ora diventeranno i nostri nemici e ce la faranno pagare! Grideranno al tradimento! Badoglio ha aggiunto che la guerra continua. Contro chi, secondo lei? Contro i tedeschi».
«O mamma mia!» Ernesta si mise le mani nei capelli. «I tedeschi sono tremendi».
«Non saranno mesi buoni, i prossimi» aggiunse il veterinario. «Perciò è necessario che questi se ne vadano al più presto».
«Va bene». Vicens aveva capito perfettamente. «Li metterò a lavorare. Tra poco comincerà la mietitura. Li inserirò nella lista dei miei lavoranti.. Staranno con gli altri e la notte dormiranno nello stanzone, mentre di giorno mieteranno nei campi. Mi dovranno ubbidire: ubbidire a me, come gli altri. Parlano italiano?»
«Non molto, ma lo capiscono e sono dei soldati. Mac era guardia reale, prima di venire in Italia con l’esercito» e Graziosi indicò il giovane bruno e massiccio che li guardò intimidito. «È irlandese. Sam, invece», e l’altro, biondo con gli occhi azzurri, accennò a un risolino timido, consapevole che stessero parlando di lui, «è inglese. Ascolteranno volentieri Radio Londra».
«Per oggi potranno stare nel fienile. Da domani vivranno con tutti gli altri» decise Vicens, mentre Ernesta stava già avviandosi dalle donne dei lavoranti, in cerca di qualcosa di adatto per loro.
«Abiteranno da noi?» sussurrò la Vanna, il murgiulìn di famiglia: aveva tredici anni.
«No, abiteranno nel casone. Lavoreranno con gli altri» obiettò Giuse dall’alto dei suoi diciassette anni non ancora compiuti.
«Ma si vede che non sono italiani!» disse Franca.
«Si vede sì. Ma che cosa importa?» replicò Vanna.
«E se li trovano i tedeschi?» Franca, la più sensibile, aveva già capito, anche se non sapeva darsi ragione, che stavano iniziando tempi difficili.
«Il papà sa quello che fa» concluse Giuse, impaziente di dire tutto alla sorella maggiore, quando fosse tornata.
Era un’impresa disperata rivestirli, con quelle gambe che sembravano trampoli e quelle braccia che non finivano più. Ernesta pensò che doveva mettere sotto le figlie per allungare gli orli dei calzoni, i polsini delle camicie, ma, anche così, non sarebbe bastato.
«Sembreranno due tanducòn, con quei pantaloni a metà polpaccio» disse al marito pensieroso.
«Meglio che i tedeschi li credano due toni-barloni, piuttosto che degli inglesi scappati dal campo!» replicò lui con saggezza.
La Nori tornò dal paese, posò la bicicletta nel sottoscala ed entrò in casa, pacata come al solito. Non si scompose troppo nel vedere due ospiti a tavola, riferì alla madre una commissione della sorella: «La zia Angiolina ti ringrazia e ti chiede se puoi, la prossima volta, farle avere il burro, perché sta per finirlo!»
«Le è piaciuto il mio pane nero?» chiese la Vanna.
«Sì, ma preferisce quello bianco della mamma!»
«A me piace il pane nero della tessera. Non capisco, mamma, perché non mangiamo quello, a tavola!»
«Oca che sei! Quello bianco è più buono, più leggero!» la zittì Giuse con impazienza.
«Ma se a me piace quello nero…» insistette la ragazzina.
«Zitte, marmaglia!» tuonò il padre. Quella parola difficile che le figlie non capivano molto bene sortiva comunque sempre il suo effetto.
Durante il pranzo Sam e Mac parlarono tra di loro in inglese sottovoce e ringraziarono spesso tutti, anche le ragazze, a gesti e sorrisi. Apprezzarono la minestra, il pollo, il pane, la frutta, ma anche il formaggio e il salame dla duja che Ernesta diede loro a fine pasto, perché si accorse che avevano ancora fame, da come avevano addentato, facendo a metà, il collo dell’animale rimasto nel piatto di portata, in mezzo alla tavola, dimenticato dagli altri… D’altra parte erano stati prigionieri sino a poche ore prima, poveri figli, e chissà che fame arretrata! Così iniziò la vita di Sam e di Mac alla Bertottina di Vespolate. Nessuno degli uomini e delle donne della cascina fece domande: tutti sapevano che, con i giovani in guerra, le braccia per lavorare scarseggiavano e, quindi, andava bene anche gente di passaggio. Non parlavano mai, quei due, ma sembravano poveri diavoli e capivano il dialetto.
Poi le cose precipitarono. L’esercito italiano sbandò e i soldati, soprattutto quelli di leva, iniziarono a tornare a casa, disorientati, perplessi, sconvolti. I tedeschi riapparvero nemici, questa volta, e più che mai decisi a farla pagare cara alla gente quella bella pensata di Badoglio. E il re?
Non si capiva più niente.
Tutte le sere Vicens, con la moglie, le figlie e i due inglesi, dopo aver messo gli scuri alle finestre, spente le luci, tranne una candela nel focolare, ascoltava Radio Londra. Mac e Sam non mancavano mai all’appuntamento e commentavano a bassa voce nella loro lingua.
«Tu tu tu tum! Tu tu tu tum! Bonsoir et courage!» esordiva Ruggero Orlando, pronunciando molte frasi che non avevano un significato chiaro, frasi in codice.
Dal paese cominciarono ad arrivare notizie tremende: i tedeschi e i repubblichini facevano rastrellamenti, catturavano i ragazzi che erano tornati in famiglia e li obbligavano a entrare nelle fila di un nuovo esercito: quello della Repubblica di Salò. E il re? E il governo legittimo? E Badoglio?
Un giorno Vincenzo si trovò a casa tre ragazzi che aveva visto nascere, figli dei suoi lavoranti.
«La salutiamo, sciur Vicens».
«E dove andate?»
«In montagna, in val d’Ossola. Lì ci sono i partigiani. Lo sa, vero, che cosa sono i
partigiani?»
«Lo so, sì… non avete scelta…»
«Bella cosa che avete fatto voi, eh?» disse uno con sfida.
«E cosa abbiamo fatto… noi?» chiese Vincenzo, sinceramente stupito.
«Ci avete ingannato. Ci avete fatto credere che l’Italia è grande e forte, la prima nel mondo, che quello là era un genio, un padre, un dio!»
«Noi non vi abbiamo fatto credere niente. È stato lui che…»
«Ma via! Non mi dica che lei ci credeva, che lei considerava grande quel pagliaccio! E allora, perché non dirlo anche a noi? Perché lasciare che idolatrassimo quel figlio di…»
«Lei!», aggiunse un altro che studiava al liceo, prima della guerra, «una volta aveva parlato del socialismo, del sole dell’avvenire!»
«È vero, e allora?»
«Questo dovevate dirci. Di non credere. Lei non ha mai creduto a quello là quando parlava dal palazzo Venezia. Sua moglie, la signora Ernesta, l’ho vista piangere quando è scoppiata la guerra, mentre tutti, anche noi, andavamo in visibilio! Eppure lei non ci ha mai detto niente. Neanche i miei professori non mi hanno detto niente. E noi abbiamo creduto. E adesso che abbiamo capito il nostro errore andiamo in montagna. E scenderemo a liberarvi dai tedeschi e anche da quei porci che continuano a spadroneggiare vestiti di nero».
Il terzo non aveva mai parlato. Vincenzo lo guardò: «Be’ adesso tocca a te!» lo incoraggiò con amarezza.
«La saluto, sciur Vicens. Forse avremo bisogno di lei. Spero che ci aiuti!»
«Buona fortuna!»
«Oh, aspettate! Gianfranco, Piero… Anche tu Luigi, dove andate?» Ernesta aveva preso un sacco e lo riempiva di roba da mangiare. «La val d’Ossola non è mica qui a due passi…»
E venne ottobre e poi novembre con le sue nebbie mattutine, quando i campi sembrano fumare, i cachi splendono sugli alberi senza foglie, l’uva americana è già matura e la sera, nel latte, si mangiano le castagne secche lasciate macerare. La situazione si faceva sempre più difficile. Ora i partigiani si nascondevano nelle cascine: non erano più soltanto quei fantasmi della montagna di cui si sentiva parlare come dei briganti, dei ribelli. Erano i loro ragazzi che scappavano dalle retate, che si organizzavano, che si nascondevano per uscire allo scoperto quando si poteva dargliele ai repubblichini, pestare i tedeschi…
E Vicens li aiutava, come no! Li lasciava dormire nei fienili, anche se poi doveva convincere i fascisti che il fieno pestato era normale, in quella stagione in cui si andava a prendere la paglia per gli animali.
Un giorno una squadra arrivò in cascina di sorpresa.
«I fascisti!» Era stata la Franca a dare l’allarme.
I partigiani sbucarono dal fienile e decisero di piazzare una mitraglietta alle due porte del cascinale che era recintato, come una piccola fortezza.
«Franco, per l’amor di Dio, va’ via!» supplicava l’Ernesta. «Ci fai bruciare la cascina!»
«Gliela facciamo vedere noi!» ripetevano i ragazzi esaltati. Ma bastò l’intervento autorevole del Vicens: «Arrivano da Vespolate! Via per i campi, dall’altra parte. Tu, caricati in spalla questo arnese, non vuoi mica che mi fucilino? Perché lo fanno, se trovano qui una mitragliatrice!»
Fecero appena in tempo, perché in pochi minuti il cortile della Bertottina pullulò di gente in camicia nera che latrava ordini.
«Voi quattro su in camera e non fatevi vedere!» fu l’ordine del fittavolo alle ragazze che si rintanarono nella loro stanza e guardarono la scena da dietro le tendine.
Mac si era nascosto tra il fieno, Sam correva nei campi, verso la boscaglia.
«Dove corre, quello?» chiese l’ufficiale al Vicens.
«L’ho mandato a dire agli uomini che vadano avanti nella mietitura senza di me. Ho fatto male?»
«Lei si metta qui!» intimò l’ufficiale, spingendo l’uomo al muro, e alzò il fucile come per sparare, ma poi lo abbassò ridendo.
L’anziano fittavolo, che aveva fatto la Grande Guerra in Russia, non si era scomposto, deciso a conservare un contegno tranquillo. Intanto un giovane fascista si era avvicinato al mucchio di fieno dentro cui Mac respirava appena. Una gallina stava covando.
«Piano!» disse a un compagno. «Non disturbarla. Quando fa l’uovo ce lo beviamo!» e attesero pazienti, mentre l’irlandese avrebbe voluto trattenere il fiato all’infinito.
«Lei qui nasconde i partigiani! Lo sappiamo!» urlò l’ufficiale.
«Cercate in giro!» replicò Vincenzo pacato.
«Quassù ci sono segni di gente: il fieno è pestato!» strepitò un fascista. L’ufficiale prese la mira con la pistola puntata sul fittavolo e Vanna, dietro la tendina, urlò.
«È normale che il fieno sia pestato» argomentò Vincenzo con calma. «La gente deve salirci sopra per spingerlo giù quanto serve alle bestie. Mandi qualcuno a controllare bene!» suggerì.
«Sali tu!» ordinò l’ufficiale al suo secondo, un uomo dall’aspetto severo.
Quello salì e ispezionò il fienile. La gallina continuava la sua cova, imperterrita.
«È vero, capitano. Ci sono segni di pedate, ma è ovvio. Il fieno non scende da solo» disse.
Per quel giorno Vincenzo l’aveva scampata, ma proprio per un capello.
«Beh, andiamo!» ordinò il capitano. «Anche voi due, via, si sgombra!»
La gallina non venne disturbata e Mac riprese a respirare. Vicens lasciò il muro e guardò la camionetta partire, gremita di camicie nere. Sua moglie lo raggiunse. Piangeva senza accorgersene.
«Se trovo chi ha fatto la spiata te lo preparo da arrostire sul fuoco, come un porcellino da latte a Natale!» seppe soltanto dire l’Ernesta.
Vincenzo l’abbracciò, davanti a tutti, sotto gli occhi delle figlie.
Una sera Graziosi arrivò alla Bertottina.
«Siamo pronti. I capostazione sono tutti d’accordo. Partono i tagliariso. Una tradotta, da Borgolavezzaro, porterà gli inglesi in Svizzera. Preparateli. Il ritrovo è domani mattina, all’Agogna».
Ernesta andò a dare la notizia ai due, che l’accolsero con molta freddezza: non volevano partire, temevano un tranello.
«No, no!» continuavano a ripetere, scuotendo la testa.
Toccò alla Giuse accompagnarli, la mattina dopo, al luogo dell’appuntamento. Sam aveva un ascesso al piede e calzava una scarpa e una ciabatta. Seguiva la ragazza, lungo la strada che portava all’Agogna, malvolentieri, con timore e sospetto. Mac, più fiducioso, si guardava comunque intorno, all’erta.
«Ma non crederete che vi denunci ai tedeschi, eh?» ripeteva la Giuse un po’ offesa. «State tranquilli! Tornerete a casa! Fidatevi di me!» La sua voce risuonava attutita dalla nebbia fitta.
«Noi stavamo bene con l’Ernesta» ripeteva Mac, mentre Sam annuiva, zoppicando. Tenevano entrambi in mano un falcetto.
«Sì, ma si sta meglio a casa propria». Giuse voleva sempre l’ultima parola.
«No, qui è la nostra casa» insisteva l’inglese, quello cocciuto.
«Ma Sam, cosa dici? E anche tu, Mac, possibile che non capisci? Ve ne tornate da vostra madre». Giuse non si rassegnava a quella che credeva pura ingratitudine.
I due camminavano cupi in viso, come a fatica con i pantaloni troppo corti che davano loro quell’aria patetica da tanducòn, derelitti, pensierosi. D’un tratto arrivarono in prossimità dell’Agogna dove si infittiva la boscaglia. Giuse si fermò. Si udì un fischio e uscì un uomo ad accogliere i due, che stavano in guardia. Non era né un fascista e nemmeno un tedesco.
«Hallo, boy» disse loro porgendo la mano. E subito dai cespugli sbucarono volti che i due, dopo un attimo, riconobbero sorpresi. Allora il tripudio si levò, silenzioso, ma tangibile, avvolgente, tra compagni che si ritrovavano dopo un mese trascorso poco lontani gli uni dagli altri, a loro insaputa. Fu così che scoppiò la fiducia e, insieme, la gratitudine.
Sam abbracciò Giuse con affetto: «Grazie, non vi dimenticherò mai!» disse con la sua voce profonda, mentre scoccava un gran bacio sulla guancia della ragazza, rossa e imbarazzata.
«E tanti baci anche a Ernesta, a Vicens, alle tue sorelle, a tutte le belle e brave ragazze italiane».
Giuse si sciolse ruvida dall’abbraccio e se ne andò emozionata, senza voltarsi, col cuore in gola e la testa confusa, lasciando dietro di sé espressioni di giubilo, misurate, contenute, come si conviene a fuggiaschi che ancora non sono in salvo.
Giuse rientrava alla sua casa, cercando di imprimersi la scena nella mente, per raccontarla la sera. Sentiva un po’ di vuoto senza quei due che, ormai, sapevano spiegare così bene gli strani messaggi di Radio Londra.
«Bonsoir et courage» gracchiava tutte le notti Ruggero Orlando dentro l’enorme apparecchio appoggiato sul buffet. Quella sera sarebbe stata là, con i genitori e le sorelle ad ascoltarlo, a commentare, pensando che tanto coraggio ci voleva a vivere: forse quanto a morire.
Era mattina inoltrata, ma la nebbia, sempre fitta, toglieva l’orientamento. Qualche rana gracidava sotto i covoni di riso, ripetendo la solita nota che accompagnava il ritorno della Giuse alla Bertottina. La ragazza correva lungo la strada, tra i filari di pioppi, per rientrare prima di mezzogiorno, e intuiva, dal nodo fermo lì, in gola, com’è faticoso, ma come fa bene credere alla vita.

Il Piccolo Torchio c/o Eikon Italia
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