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Nessuna guerra è
guerra finché il fratello
non alza il braccio sull’altro fratello
E. Kusturica, Underground
«E il fucile lo devi
doperare solo quando proprio serve: ché il Vulpìn non è uno che i morti li
spreca».
Non faceva in tempo a dire la parola morto, o fucile, o colpo che quel
disgraziato già attaccava con quel suo sorriso che gli faceva la faccia
che sembrava un diavolo, sembrava. Che all’inizio lo chiamavano il diavolo
proprio per quello.
«Ché qui regole ce ne son mica tante, sai!, ma va di non dimenticarle che
’ltrimenti gnanco un mese, se ti va bene sei di nuovo a vangar la terra,
ti va male la terra te la vangan loro per te».
«Boia, un altro! Dì, Rosso: ma qui i santi non li vuol far più nisuno?
Tuti ladri briganti?» gli diceva il Milanese, intanto che il Rosso gli
finiva di spiegare come si faceva il mestiere. Ché noi lo pensavamo un po’
un mestiere, lo pensavamo. Mica che ci piaceva, di ammazzar la gente.
Diciamo che quello che facevamo tutti i giorni era ammazzarsi per vivere,
e questo forse è un po’ il senso di tutti i mestieri. E c’era sempre dei
meschini e dei signori. Solo che lì si trattavano un po’ diverso dagli
altri mestieri.
Era anche un giorno già brutto, quello lì. Di quelli che il cielo sembra
più pesante del solito, pronto a cadere e a schiacciarti e non farti più
respirare. Ché non c’era il sole ma si sudava anche a star fermi, anche a
dormire la notte, ché quando ti svegliavi ti sembrava di essere le budelle
che dopo ammazzate le vacche si lascia lì, nel sangue e nella piscia delle
stalle. E le risaie sembrava sudavano anche loro, sembrava.
Si andò a sedere vicino di un fucile che qualcheduno, penso il Milanese,
aveva lasciato giù. Stava lì col mento verso il collo, con la testa
piegata come se doveva guardare per terra, però con gli occhi ci guardava
noi. Dico noialtri briganti che eravamo lì vicino. Non mi ero accorto che,
da lì seduto dove era, aveva raccolto un’ortica, e adesso ci giocava con
le dita. Aveva una faccia che se uno si deve immaginare un brigante va
subito a pensare a lui, va subito: guardava intorno con un sorriso
all’incontrario, come quando uno non sorride, però lui si capiva che era
un sorriso, e tutto quello che faceva vedere sarà stati due denti neri e
basta, con la faccia tagliata dal sole come i vecchi, ma lui non era mica
vecchio. Una faccia che sembrava una gallina bruciata viva. A un certo
punto gira la testa verso di me che lo stavo guardando e io mi son messo a
guardare il fucile che ci aveva di fianco, tanto per far finta di niente.
Allora lui si alza, e sempre con quell’ortica, ormai tutta sciupata, che
teneva in mano, va via, gira dietro lo stabbio, dove io non lo vedo più.
«Va’ che ci ha proprio del diavolo» ho pensato prima di alzarmi anch’io,
ché il Milanese mi aveva chiamato.
La prima volta che
lo sentii parlare sarà stato un sei o sette o giorni dopo, la sera. Era
una di quelle sere che stare in campagna c’è proprio da essere contenti.
Ché quando è un mese che le risaie e i fossi stan lì a sbuffarti in faccia
il loro fiato fetido come una carogna, quando finalmente senti che il
cielo fa ballare i rametti degli alberi e ti regala qualche sospiro fresco
come un ruscello, ti butti fuori e non te ne lasci scappare neanche uno.
Stavamo tutti seduti sul prato davanti della capanna, col Rosso che diceva
qualcosa che faceva ridere gli altri. Lui, guardarlo, sembrava che era in
un altro posto, dove non c’era il Rosso che parlava. Un dato momento gli
stavo guardando, di nascosto, il suo sorriso all’incontrario, e vedo che
all’improvviso quello si rompe.
«C’è di fare un assalto a un treno che viene giù da Milano, né?»
Il Rosso smette di parlare e, meravigliato che quel diavolo lo sapesse,
gli dice di sì. Solo che adesso nessuno si rimetteva ad ascoltare il
Rosso, eran tutti dietro a guardarlo, chi il suo sorriso all’incontrario e
chi non si capiva cosa guardasse di preciso in quella gallina bruciata
viva. Ma quasi tutti gli guardavano l’ortica che teneva in mano, perché da
quando che era arrivato nessuno si ricordava di averlo visto senza
un’ortica in mano.
Allora il Biondo gli fa: «Dì, Ortica», e qui qualcuno fa un risolino, «ma
te perché lo fai, il brigante?»
Lui sta zitto, come se ci deve pensare un po’ su. Poi risponde: «Non lo so
mica. E perché devo farlo? Perché, te perché lo fai, non c’è mica un
motivo perché si fa il brigante».
«Sì che c’è» dice il Biondo ridendo, e con la mano fa segno i sghei.
«Cosa facevi prima di fare il brigante?» gli chiede il Milanese. Così
questo si rimette di nuovo zitto, come se dovesse pensarci anche su quello
che aveva fatto prima. Poi rompe il sorriso all’incontrario e continuando
a far girare l’ortica tra le dita parla.
«Facevo il contadino, facevo. Ma non ci avevo mica voglia di lavorare».
«Allora qui sei al tuo posto» gli fa il Rosso, e gli altri ridono.
«Stavo in una cascina con la mia famiglia, a lavorare la terra c’eravamo
io e mio fratello, insieme a mio padre. Solo che mio fratello non lavorava
mica come me. Era sempre lì dietro al vecchio. Quando c’era da fare questo
e quando c’era da fare quello. E il vecchio, che gli venise un
cancheraccio, era sempre dietro a dirmelo, “che se si mangiava era solo
grazie a lui”, “che di me ci aveva vergogna”, e quando poteva darmi un
qualche cinturata sulla schiena, sta tranquillo che non si dimenticava
mica di farlo, sai. Ma io me ne fregavo lo stesso, eh. Anzi quando potevo
dargli io un calcio nel culo a mio fratello, non mi dimenticavo. E gli
ricordavo a lui di tutte quelle che mi dava il vecchio. E poi c’era anche
mia madre che era sempre lì a dirmi che in paese lo sapevano tutti che non
ci avevo voglia di lavorare, che la gente se ne accorge quando non vai mai
in chiesa, che quando le chiedevano “E il Beppe?” ci aveva vergogna di
rispondere... E io le rispondevo che non me ne fregava niente. E
continuavo a fare quello che avevo sempre fatto».
«Di’, Volpe, va’ che questo è venuto qui a fare il brigante per non andare
alla messa alla domenica mattina!» tagliò il Milanese. E gli altri si
misero a ridacchiare, come se fossero tutti più tranquilli dopo che
avevano sentito la sua storia.
Lui, che aveva appena ricostruito il suo sorriso all’incontrario, si alzò,
con quella diavolo d’un’ortica sempre in mano. E quella sera, l’Ortica,
non lo vide più nessuno.
I giorni dopo erano
ancora uguali. Sembrava che fosse tutto morto, le risaie, il cielo, i
fossi. Si sentiva solo le rane, che però si era talmente bituati di
sentirle che era come se non c’erano neanche. Poi tutto era fermo e
silenzioso, come se fosse appiccicato nel sudore che ci avevamo addosso.
Veniva quasi paura, la notte, di girarsi nelle brande e rimanere con tutta
la campagna incollata sulla pelle, di svegliarsi la mattina e scoprire che
di tutto quello che era morto, le risaie, il cielo, le roggie, non c’era
rimasta che una carogna impastata col sudore tra la schiena e il materasso
rancido. E c’era l’Ortica che me non mi pagava ancora mica tanto l’occhio,
quel cristo. Era sempre lì, zitto, con quella diavolo di un’ortica sempre
in mano e quel suo sorriso all’incontrario che ci aveva sempre.
Un giorno io ero lì che pulivo il fucile e lui mi viene vicino, si siede e
inizia a fissarmi con quella faccia da diavolo che gli avevo visto il
primo giorno che era arrivato. Io facevo finta di niente, ma non ero mica
tranquillo. Gnitanto valzavo gli occhi dal fucile e provavo di guardarlo,
ma poi smettevo subito.
Un certo punto lui fa uno scatto colla testa e mi fa: «Ma quando prendiamo
quel treno che viene giù da Milano, ci abbiamo la faccia coperta, né?»
Io gli faccio un cenno per dirgli di sì, e allora lui non dice niente e se
ne va.
Perché in più c’era anche che continuava a chiedere dell’assalto al treno
di Milano. Sembrava che non gli importava niente del resto, neanche di
imparare come si faceva il mestiere gli importava.
«Quello lo ammazzano la prima volta che usciamo» diceva il Rosso.
E la prima volta che dovevamo uscire era proprio per quel treno, quello lì
che chiedeva l’Ortica. Eravamo tuti lì che aspettavamo oramai, perché
l’Ortica ci aveva messo addosso una tensione che non riuscivamo più a
resistere. Chi era l’Ortica? E perché ci teneva proprio di fare l’attacco
a quel treno? Il Milanese diceva che quello non gliene fregava mica di
fare il brigante: faceva il treno di Milano e poi era a posto. Qualcuno
diceva invece che l’Ortica era solo un matto, che non era neanche vera la
storia della cascina, che era un qualche delinquente venuto dalla città
che ci aveva voglia di sparare a qualcheduno per poi ’ndare da qualche
altra parte. D’ognimodo non eravamo mica tranquilli, anzi il Rosso diceva
di aspettare all’ultimo momento, mica d’andare a dargli un fucile per
farci fare qualche scherzo a noi.
E alla fine arrivò l’assalto al treno che se dovevamo aspettare un giorno
in più scoppiavamo tutti. La sera prima eravamo tutti seduti fuori sul
prato, ma nessuno diceva niente. Perché c’era lì anche l’Ortica, che in
genere non lo si vedeva mica. Il Rosso cercava di dire qualcosa, ma
sembrava che c’era qualcheduno che subito la faceva dimenticare, per
obbligarci tutti al silenzio. Ognuno faceva finta di niente, ma se poteva
buttarci uno sguardo veloce all’Ortica lo faceva. E lui se n’era accorto,
quel disgraziato. Stava seduto col sorriso all’incontrario, la faccia
rivolta verso in terra ma gli occhi alti, che guardavano verso di noi e
l’ortica in mano, che più si stava zitti e più girava velocemente, come se
era in gabbia tra le sue mani e, inquieta, cercava di uscire. Allora
incomincia a parlare, come se era già dietro a farlo da mezz’ora.
«Ma anche di quello che mi diceva la vecchia non mi fregava mica, sai!
Sta’ attento se io sto lì a preoccuparmi perché dicono che non vado alla
messa, o che non ci ho voglia di lavorare! E anche di mio fratello, me ne
fregavo. Una volta, era di sera, io ero andato giù in paese, e tornato su
lo incontro sull’aia. Era un po’ di giorni che stavo in paese, per via che
per un po’ di giorni non mi ero fatto vedere a lavorare e se il vecchio mi
trovava mi gonfiava la schiena, mi gonfiava. Allora mi vedo lui sull’aia,
al buio, che non mi aveva visto, e gli do un carcone che senza neanche che
se ne accorge si ritrova con la faccia che mangia la terra, si ritrova. E
gli dico “To’, per quelle che domani il vecchio mi dà!”»
Gli altri che eravamo lì intorno continuavamo ad ascoltarlo. Sembrava che
il silenzio poteva essere qualcosa che può aumentare anche da quando già
tutti stanno zitti. E più andava avanti a parlare più quell’ortica
sembrava intenibile.
«Solo che un giorno stavamo bruciando le stoppie del campo vicino alla
cascina, e il vecchio e mio fratello un certo punto si devono allontanare.
Mio papà mi guarda con una faccia che mi fa già sentire le legnate sulle
costole, mi fa già sentire. Ma io me ne frego, e dopo dieci minuti mi vado
a fare gli affari miei. C’era su vento e neanche due minuti, da dietro il
capannone dove sono vedo che il fumo è grosso il doppio, e allora corro
subito indietro pensando già a tutte le legnate che mi devo prendere. Solo
che quando arrivo vedo che il fuoco è già arrivato fin sotto alla casa, e
mi butto a cercare di spegnerlo, ma non ci riesco mica. È troppo più
grosso di me. E allora corro giù in paese, pensando di non farmi vedere
per un bel po’. E pensa che scendendo incontro pure il vecchio, che però
non mi dice niente, mi guarda per un secondo e poi corre su, verso la
cascina. Poi due giorni in paese uno mi dice che su la cosa è venuta fuori
grossa. Mia madre era nella casa quando è arrivato il fuoco e da dov’era
non riusciva più a uscire. Mio fratello è arrivato subito, ed è riuscito a
entrare da dietro, però quando è entrato l’ha trovata morta soffocata in
un angolo, la vecchia. In più poi non riusciva più a uscire neanche lui e
l’han trovato solo quando son riusciti dopo a spegnere l’incendio. Ma non
s’era fatto granché quel disgraziato, dicevano che ci aveva solo la faccia
e la schiena che erano bruciati e attaccati insieme ai vestiti che ci
aveva addosso. Mio padre invece non ci aveva niente, era rimasto fuori a
cercare di spegnere il fuoco insieme agli altri. Solo che della cascina
non c’è rimasto più niente, non c’è rimasto. Non so cosa ha fatto poi il
vecchio per campare».
Il Rosso era rimasto immobile, come incantato, a guardare in terra. Poi
alzò la testa lentamente e gli chiese: «E tuo fratello, Ortica, cosa fa
adesso tuo fratello?»
Lui riprese per un attimo il sorriso all’incontrario, e, d’una maniera
come se stesse per ridacchiare, rispose: «Di’, quasi non so cosa faccio
io, adesso mi devo preoccupare anche di quell’altro cristo!»
E nessuno disse più niente, restava solo quel silenzio che sembrava essere
sempre più silenzio, e che tormentava tutti come un sassolino nella
scarpa.
Quella notte, poi, forse non dormì nessuno, eccetto l’Ortica. Restai lì a
guardarlo tutta notte dalla mia branda. Cercavo di dividere i punti della
sua faccia per cercare di capire come poteva essere quella di sua madre
morta. Ma soprattutto quella di quell’altro disgraziato di suo fratello.
Adesso che dormiva sembrava quasi di non conoscerlo più. Quella faccia che
ci aveva che sembrava una gallina bruciata viva adesso sembrava come
pulita. Mi veniva in mente di quando che vedevo il cortile tutto pieno di
maciame sbattuto in giro, e poi, dopo che aveva nevicato sembrava come se
nel cortile il maciame non c’era mai stato, come se quasi non c’era
neanche mai passato nessuno. Come se di natura era così, pulito. E
l’Ortica quella volta lì che dormiva mi sembrava quasi così, mi sembrava.
E chissà se l’hanno pensato anche gli altri, che quella notte vedevo i
luccichini dei loro occhi che lo guardavano anche loro.
La mattina dopo mi
svegliai che non mi ero neanche addormentato. Avevo la testa che mi
sembrava come di avere un pezzo di ghiaccio incastrato sotto la fronte, di
quel freddo che fa un male boia quando tocca. All’Ortica ci diedero il
fucile che eravamo quasi arrivati al punto dove dovevamo fermare il treno,
e io continuavo di guardarlo, come se mi aspettavo che un certo punto ci
poteva sparare anche a noi, quel diavolo. Era un giorno che faceva anche
più caldo degli altri, faceva.
Arrivammo vicino alla ferrovia che era quasi mezzogiorno, e il treno stava
per arrivare. Generalmente quando c’era un treno del genere prima passava
i soldati che controllavano e dopo arrivava il treno con di fianco le
altre guardie che lo difendevano, mica che c’erano i briganti.
Ci sdraiammo dietro il dosso che c’è sopra il passaggio della ferrovia, e
cominciammo ad aggiustarci. L’Ortica s’era già messo la benda sulla faccia
da gallina bruciata viva e ci aveva sempre quell’ortica che teneva in
mano. Questa volta sembrava davvero che era viva, sembrava. Sembrava come
se aveva in mano una mosca ammattita e che doveva tenerla ferma senza di
farla scappare, tanto la faceva girare veloce tra le dita. Tutti
guardavano verso la ferrovia, se arrivavano primi i soldati, ma io pensavo
che in realtà più che il treno stavamo aspettando quello che doveva fare
l’Ortica.
Il sole poi a quell’ora era come se ci spaccava di botte tutti. Mi
sembrava che faceva sciogliere lentamente, da farmi più male, quel pezzo
di ghiaccio che mi picchiava la testa.
E poi arrivarono le prime guardie giurate, e il Vulpìn ci fece segno di
stare pronti ché adesso doveva passare il treno, di fare come avevamo
detto, di aspettare che la metà dei vagoni arrivava dove c’eravamo noi.
Un certo punto vedo che l’Ortica si alza di scatto, come se aveva avuto un
segno che gli aveva detto che era adesso, e si butta giù per il dosso
verso il treno.
«Ma cosa diavolo gli è venuto in mente di fare, a quel disgraziato!» si
mette a gridarci il Rosso, e fa vedere che prima di alzarsi l’Ortica aveva
buttato via i colpi del fucile, che adesso erano per terra dove era
sdraiato, erano.
E lui si mette a puntare una guardia precisa correndo verso di lei col
fucile in mano come se deve sparargli, anche se i colpi li ha lasciati lì
dove ci siamo noialtri briganti. Ma quella guardia non lo sapeva mica, e
quando vede l’Ortica che gli va incontro, col fucile puntato, tira fuori
lei il suo fucile e gli spara una fucilata in mezzo allo stomaco. E
l’Ortica crolla, con la faccia nel prato, e la pancia aperta, che si
svuota nell’erba.
Il Rosso si alza, come se si è dimenticato che è un brigante e che deve
stare nascosto, e dopo di lui tutti, anche il Vulpìn, ci ritroviamo lì, in
piedi a guardare verso del morto.
Il soldato che gli aveva sparato si avvicina lentamente all’Ortica, con il
fucile ancora in mano, mica che l’Ortica viene ancora su a sparargli. Poi
lo gira a pancia in su e gli toglie la benda dalla faccia. E si lascia
cadere sulle ginocchia e inizia a piangere come se è un bambino. E allora
me mi viene un dubbio e mi avvicino al treno, anch’io come se non mi
ricordo più che siamo briganti. Ci aveva la faccia tutta bruciata, ci
aveva, il soldato. E stava lì a piangere sull’Ortica, che adesso sembrava
che dormiva. Ché quel sorriso all’incontrario adesso gli era diventato un
sorriso normale, e l’ortica che ci aveva sempre in mano adesso l’aveva
lasciata cadere di fianco a lui su quella pozza di sangue che faceva
sembrare la terra negra come il carbone, grassa come un canchero.
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