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«Quanto
manca a Ostuni?»
La macchina, una lussuosa decappottabile blu, si era fermata accanto a
Domenico, che sedeva su uno dei paracarri ai margini della strada
sterrata. L’uomo valutò con un’occhiata la guidatrice. Giovane, piuttosto
bella dietro gli occhiali scuri, sicuramente ricca e senza dubbio
vanitosa. Parlavano per lei il rossetto carminio sulle labbra disegnate a
cuore, il foulard di seta allacciato con civetteria dietro la nuca, i
guantini di pelle chiara, il bracciale di lapislazzuli che portava al
polso sottile, aristocratico.
Domenico trasalì.
«Possibile che sia “quel” bracciale?» pensò «Il bracciale della
marchesa Cacciapuoti?»
Fanno male i ricordi. Soprattutto quando ti arrivano addosso
all’improvviso. Ancora di più quando non sono bastati ventisei anni a
farti capire se sei pronto a perdonare.
Domenico si rigirava il cappello tra le mani, impacciato. L’opulenza del
salone, carico di specchi dalle pesanti cornici dorate, di mobili che si
potevano graffiare solo a sfiorarli col gomito, di divani bianchi e
candelieri d’argento, gli faceva morire le parole in bocca. In cucina no,
lì ci entrava volentieri. Scaricava le provviste, rinnovava il ghiaccio
alla ghiacciaia, qualcuna delle donne gli allungava magari una fetta di
salame e in quello svolazzare di grembiuloni e di sottane senza fronzoli,
lui si sentiva bene. Ci scappava qualche volta una battuta e Anna, la sua
Anna, era la prima a ridere. Era bellissima, Anna, quando rideva.
Deglutì. Si raschiò la gola. I marchesi Cacciapuoti – lui in piedi accanto
al pianoforte, lei sprofondata nella poltrona sotto la finestra – lo
scrutavano impazienti. Domenico abbassò di nuovo lo sguardo, incapace di
sostenere l’urto di occhi tanto diversi dai suoi. Scoprì sul cappello uno
schizzo di fango secco: vi premette sopra il pollice, spaventato dall’idea
che quell’unghia di terra cadesse sul pavimento lustro, provocando una
crisi isterica alla marchesa.
E finalmente riuscì a dire: «Eccellenza, vi chiedo il permesso di andare
fino in paese a chiamare la levatrice, perché la mia sposa ha le doglie e
questa volta mi pare più brutta delle altre…»
«Certo, Domenico, andate pure» aveva risposto il marchese. Ma la moglie,
la marchesa “principessa” Clotilde, come la chiamavano sottovoce
quelli di casa, si era messa in mezzo: «Domenico, non vi avevo comandato
di stare a sorvegliare il parto della Bigia? Sono due mesi che ho promesso
al dottor Viggiani il vitellino, e ci tengo che nasca bene».
«Con rispetto parlando, signora marchesa, la Bigia non è ancora pronta…»
«Ma se l’ho sentita muggire con le mie orecchie! Un muggito che mi ha
spezzato il cuore! Volete per caso farmi passare da bugiarda, Domenico?»
era saltata su lei, chiudendo di scatto il ventaglio e puntandoglielo
contro.
«No, signora marchesa. Ma c’è la mia Anna che ha più bisogno… A badare
alla Bigia ci resta mio fratello Giovanni, che è pratico…»
«Pratico? Ah questa è buona! Giovanni va bene per cavare le uova da sotto
al didietro alle galline, e basta!» rideva la marchesa “principessa”,
rideva facendosi di nuovo aria col ventaglio, mentre guardava il marito
che si lisciava i baffi, imbarazzato. Da bravo diplomatico, stava cercando
un compromesso; e sperava che fossero i tasti del pianoforte a
suggerirglielo. Pigiò un tasto, un altro, un altro ancora, la fronte
aggrottata, gli occhi semichiusi:
«Questo si è calante, non trovi, Clotilde? Ascolta», pigiò di nuovo,
facendo assumere al volto l’espressione di un coniglio, «parte bene, però
poi diventa un bemolle. Eh, cala! Cala senza dubbio. Bisognerà avvertire
l’accordatore».
«C’è sempre qualcosa che non va, in questa casa!» sbottò la marchesa
“principessa”. «Pare tu faccia apposta a crearmi sempre nuovi dispiaceri.
E un’arrabbiatura oggi, una domani, vedrai... Andrà a finire che perderò
il latte!»
«Non ti alterare. Manderò qualcuno a portare un biglietto all’accordatore.
Scriverò che è urgente, va bene?» acconsentì il marchese, senza sollevare
lo sguardo dalla tastiera.
Domenico si mordeva il labbro.
«La levatrice… per la mia Anna» disse, sforzandosi di non mettersi a
gridare.
Delicatamente, come se stesse maneggiando una reliquia, il marchese stese
sulla tastiera un lungo panno ricamato.
«Facciamo così, Domenico: voi restate con la Bigia e a chiamare la
levatrice ci va la Claretta, o una delle altre donne».
La sua consorte muoveva il ventaglio così forte che pareva volesse fare
andare giù la casa. Le labbra le tremavano di indignazione: «Ah, no! La
Claretta è nel camerone con le altre a cucire le tende nuove, e da lì non
esce nessuno finché non hanno finito di attaccare la fettuccia con i
piombini! Voglio vederle appese in salotto stasera, quando vengono i
Montrucchio per la canasta. Queste mi fanno vergognare, tanto sono gialle
e lise. Una me l’hai rovinata tu sabato scorso col tuo maledetto sigaro:
guarda! Guarda!» staccò lo sguardo furente dal marito e si girò a indicare
una infinitesima macchiolina marrone, uno scacazzo di mosca naufragato tra
i marosi del drappeggio. «Un bel modo di rovinarmi la festa di compleanno!
Se continuo a trovarmi davanti questo orrore di tenda, andrà a finire che
dal dispiacere perderò il latte. E la balia dovremo farla venire da
Padova, perché io non mi fido del latte selvatico che esce dal petto delle
contadine! O invece a te garberebbe, una figlia bifolca? Dimmelo, se vuoi
aggiungere disgrazie alle disgrazie!» si sfiorò col ventaglio le poppe che
straripavano dalla scollatura. «E poi in fin dei conti il parto di una
contadina è una cosa naturale. Quanti ne ha già scodellati vostra moglie,
Domenico? Cinque? O sei?»
«Quattro. Quattro maschi sani e forti. Ma questa volta non è come le
altre. La mia Anna è caduta in delirio, è tutta rossa e gonfia, ha la
febbre alta, non mi risponde, non so neanch’io se mi riconosce…»
«Stupidaggini. Esagerazioni!» tagliò corto la marchesa. «Nascerà come al
solito. Tornate nella stalla, Domenico, dalla Bigia. Non vorrete farmi
fare brutta figura con i Montrucchio e col dottor Viggiani! E se poi
perdessi il latte?»
Lo sapevano tutti, alla tenuta, che il dottor Viggiani era il suo amante.
Tutti, fuorché il legittimo cornuto, naturalmente.
Il marchese aveva perso ogni interesse per il pianoforte e si era messo a
controllare un paio di fogli pescati a caso fra le ricevute bancarie che
gli ingombravano la scrivania. Sembrava impegnatissimo. Vigliacco come al
solito, aveva pensato Domenico.
«E allora, Domenico! Andate! Siete sordo?» aveva gridato la marchesa,
indicandogli la porta. E lui era rimasto a fissare il suo braccio nudo,
così morbido e bianco e molle e nudo, inghirlandato dal bracciale di
lapislazzuli che mandavano lampi cattivi come le spine.
«Siete sordo?» gli gridò la giovane seduta al posto di guida.
Solo allora Domenico si accorse che dietro, steso sui sedili di dietro,
c’era un fagotto avvolto in un plaid scozzese di lana buona. E da quel
fagotto spuntavano due mani guantate di merletto nero e una testa rugosa,
di testuggine, nella quale brillavano due occhietti liquidi e scuri. La
marchesa Clotilde Cacciapuoti. La “principessa” era invecchiata male,
nonostante i lussi della sua vita agiata, i giorni consacrati all’ozio e
le assidue cure del dottor Viggiani o di chi aveva preso il suo posto, nel
letto e nella farmacia. Doveva avere una sessantina d’anni e ne dimostrava
almeno dieci di più. Il bracciale di lapislazzuli lo aveva dato alla
figlia: non poteva che essere il frutto del ventre della “principessa”, la
guidatrice. La piccola Eleonora era cresciuta: si era fatta una signorina
bella e antipatica; aveva messo su carne e statura, ma era rimasta bella e
antipatica come prometteva già dalla culla. La stessa mascella quadrata,
dura, della madre; la stessa fronte alta, larga come una piazza, del
dottor Viggiani. Sei morto schiacciato dal peso delle corna, marchese
Cacciapuoti? Pensò Domenico.
E di nuovo si chiese se fosse arrivato il momento di perdonare. Di farsi
riconoscere. Di alzarsi in piedi e dire: «Sono Domenico. L’uomo a cui
avete rovinato la vita per una mucca, un vitello e dieci metri di tende
nuove».
Si alzò in piedi, infatti, e si accostò all’automobile. Ma non avrebbe
detto il suo nome. Voleva che fosse lei, la vecchia marchesa Clotilde, a
riconoscerlo: se non dall’aspetto, almeno dalla voce. Dall’accento
dialettale di quella terra lontana quasi mille chilometri da dove si
trovavano adesso. La loro bella terra veneta.
«Allora, quanto manca a Ostuni?» ripeté la guidatrice, abbassando gli
occhiali sul naso perché lui capisse con quanto schifo lo stesse
guardando. Un pezzente era, un pezzente.
«Questo scimunito sta facendo il possibile per rovinarci la villeggiatura.
Allora, volete rispondere sì o no alla domanda di mia figlia?» così aveva
parlato la marchesa Clotilde Cacciapuoti, un tempo “principessa”, ora
testuggine seppellita dentro un fagotto di lana scozzese.
Aveva partorito da sola, la sua povera Anna, sola come una capra. E lui
sua figlia l’aveva vista appena un momento e aveva avuto persino paura di
baciarla. Erano andate via insieme, l’Anna e la piccina, sul carretto del
beccamorto, un giorno che pioveva. Tornato dal cimitero, Domenico era
entrato nella stalla e a colpi di accetta aveva massacrato la Bigia e il
vitellino. Poi era scappato. Ai suoi quattro figli ci avrebbe pensato il
fratello Giovanni, glielo aveva promesso quando l’Anna aveva chiuso gli
occhi tenendosi sul petto la figlia nata morta.
Quattro, ne aveva avuti, di figli: tutti maschi. Chissà dove stavano, se
erano vivi o invece la guerra se li era portati via, da qualche parte, sul
Tagliamento, sul Carso… Non aveva mai trovato il coraggio di scrivere a
casa per avere notizie: neanche una volta. Non per la paura di scoprirsi,
rivelando nome e indirizzo. Più che i carabinieri davanti alla porta,
temeva di ricevere in risposta una lettera brutta, fradicia di astio,
pesante di rimproveri. Meglio tenersi la speranza che stavano tutti bene,
salvi e lontani da quel padre latitante da ventisei anni. E poi, lui non
sapeva neanche scrivere.
«Lo volete capire che ho poca benzina?» gridò spazientita la marchesina
Eleonora. «Prima di Ostuni troverò un distributore? Non c’è un paese più
vicino? E fra quanto ci arrivo, a questo benedetto paese?»
Domenico si levò il cappello per mostrare bene il viso, si raschiò la voce
e disse, con una pacatezza in cui si sarebbe potuto ravvisare di tutto,
fuorché la deferenza: «Sì, c’è Montalbano. Ma per arrivarci a piedi ci
vuole almeno un’ora. Se sei col carretto, dipende dalla voglia che ha il
somaro di muovere le zampe; perché se ha la luna per traverso e batte la
fiacca ti tocca scendere e tirare sia la bestia che il carretto».
Un altro ricordo balenò alla mente di Domenico. Più o meno in quel punto,
ventisei anni prima, aveva trovato un giovane che tirava per la cavezza un
somaro. Ma l’animale, cocciuto, non si muoveva di un centimetro. E il
giovanotto, rosso di rabbia e zuppo di sudore, lo prendeva a schiaffi, a
sputi, a calcioni, senza risultato.
«Ehi, compare, me la dareste una mano?»
«Un sistema c’è, per rimetterlo in moto» aveva detto Domenico.
«Ah sì? E quale?»
«Però dipende» aveva sorriso Domenico.
«E da cosa dipende, compare?»
«Da quanto tenete alla bestia».
L’altro aveva fatto una smorfia: «Volete quattrini, per il consiglio
vostro? E parlate chiaro!»
Domenico si era inoltrato nel campo vicino, aveva raccolto una manciata di
erba secca: «Legategliela sotto la coda, poi datele fuoco, e vedrete se sa
correre!»
Il giovane si era piegato in due, scosso da un accesso di riso convulso.
Quando rialzò la testa, gli occhi gli continuavano a ridere.
«Siete in gamba, compare».
«Però, se alla bestia ci tenete, meglio non provarci».
«Parole sante. Ce l’avete, un lavoro?»
Domenico fece scorrere lo sguardo sui campi. Era appena cominciata la
raccolta dei pomodori, ma nessuno dei “caporali” lo aveva voluto: «No»
disse.
«E un nome, ce l’avete?»
Domenico scosse un’altra volta la testa. Non aveva documenti, e i
carabinieri forse lo stavano cercando anche laggiù, nel tacco d’Italia.
«Allora venite con me» disse il giovanotto. «Io mi chiamo Peppino, ma in
giro mi conoscono come ’o Cacamuorte. E a voi un nome prima o poi lo si
trova».
«Dite?» balbettò Domenico.
«Dico! Dico!» rise il giovane. Cavò di mano a Domenico l’erba secca,
l’arrotolò intorno alla coda del somaro e senza pensarci due volte diede
fuoco. L’animale schizzò via come una scheggia, sollevando un polverone
che li fece ridere e tossire sino alle lacrime: per Domenico erano le
prime lacrime belle da quando era nato.
«E come ci si arriva a Montalbano? Ehi, vi siete incantato? Dico a voi!»
sibilò stizzita la marchesa, che si era levata di dosso il plaid e puntava
un’altra volta il dito verso Domenico. Al polso le brillava un bracciale
d’oro pesante come la catena di una nave.
Lui riconobbe anche quel bracciale. La marchesa Clotilde lo portava la
sera di gennaio in cui sorprese tutti, alla villa, con la sua astuzia
crudele. Da alcuni giorni si aggirava per la campagna un cane randagio –
qualcuno giurava fosse un lupo scappato dal circo che aveva tirato su le
tende a Vigonza – una bestiaccia che di notte faceva razzia nei pollai.
Anche a loro aveva dato fastidio. E più di qualche gallina era stata
azzannata, massacrata, fatta a pezzi dal cane maledetto, furbo più di un
demonio. Come il marchese diceva a qualcuno degli uomini di mettersi di
guardia con lo schioppo, si poteva stare tranquilli che il briccone non si
sarebbe fatto vedere. E Tonino, che si era passato tre notti di fila con
lo schioppo in grembo, ci aveva guadagnato la polmonite, e la sua vedova
giusto i soldi per il funerale. A quel punto la marchesa Clotilde aveva
strillato che erano tutti degli stupidi, degli incapaci, e che ci avrebbe
pensato lei a sistemarla, quella bestia della malora.
Si era precipitata in cucina come una furia. Aveva brandito un
coltellaccio e squartato un coniglio. La lama l’aveva ripassata più volte
sulle interiora, e solo quando l’aveva vista così sporca di sangue da fare
ribrezzo, aveva emesso un gridolino felice, o un ghigno da strega. Poi
aveva frugato tra le viscere, estraendo fegato e cuore, che aveva
infilzato sulla punta del coltello. E con le mani sporche di sangue, il
bracciale sporco, il coltello sporco guarnito di frattaglie, era uscita,
nel suo vestitino di seta celeste, senza uno scialle o un cappotto, senza
nessun riguardo per la sua condizione di puerpera, senza pensare che il
freddo – quello sì! – avrebbe potuto farle perdere il latte; era uscita
quasi volando, tanto erano leggeri e sicuri i suoi passi sul cortile
gelato, e poi sul viottolo bruciato dall’inverno, che conduceva al recinto
degli animali da cortile. Proprio davanti alla rete metallica, nel punto
preciso in cui quel farabutto di cane scavava la buca per razziare i
pennuti destinati alla mensa dei Cacciapuoti, la marchesa piantò il
coltellaccio dalla parte del manico. Da terra spuntava solo la lama, come
un fiore rosso e terribile.
La marchesa Clotilde rientrò alla villa con le guance accese più dalla
soddisfazione che dal freddo. Subito Claretta le porse un catino, Anna il
sapone e l’asciugamano. Si lavò per bene le mani, le unghie, i polsi e il
bracciale, la marchesa “principessa”. E spiegò al consorte, che la
guardava basito, e alle donne, che la fissavano recitando scongiuri a fior
di labbra, come quel sistema fosse infallibile, quando faceva un freddo
becco come in quei giorni. Il sangue si sarebbe ghiacciato subito, insieme
ai bocconcini infilzati sulla punta del coltello. Il cane, attirato
dall’odore del sangue, sarebbe accorso senza fallo e avrebbe cominciato a
leccare, leccare, sino a tagliarsi la lingua, sino a maciullarsela, perché
la lama gelata gli avrebbe impedito di avvertire il dolore, e alla fine
sarebbe morto soffocato dal suo stesso sangue.
Accadde proprio così.
L’indomani, quando le mostrarono la carogna del cane, la marchesa Clotilde
lanciò in alto le braccia, in segno di esultanza, e la chiusura del
bracciale d’oro si aprì di colpo, come se il monile si fosse stancato di
stare al suo polso. Cadde sul tappeto; fu Anna a raccoglierlo e a scoprire
tra le maglie minuscole macchie di sangue incrostato, che ben si guardò
dal ripulire: non voleva usare alcuna cortesia alla padrona, neanche
avesse avuto il presentimento che la marchesa, con la stessa leggerezza
con cui aveva fatto morire il cane, avrebbe fatto – sei mesi dopo – morire
anche lei e la bimba che portava in grembo.
Il ricordo aveva attraversato in un lampo la mente di Domenico. Mise le
mani in tasca, tirò fuori il fazzoletto e se lo passò sulle labbra. Poi lo
strinse così forte da sentirsi tremare le dita.
«Ehi, chiacchierone!» sibilò l’antica testuggine. «Invece di parlarci di
carretti e di somari, diteci come si arriva al distributore di benzina!»
Lui aveva fatto apposta a dilungarsi, per farsi riconoscere. Ma non
c’erano dubbi che la marchesa “principessa” doveva avere fatto milioni di
cose, in quei ventisei anni, tranne che pensare all’uomo cui aveva
rovinato la vita. Eccoti qua servito il mio perdono, disse fra sé
Domenico.
«La strada è facile, signora. Quando vedete una casa colonica dal tetto
crollato, girate a destra. Poi al bivio, a sinistra: e arrivate dritti a
Montalbano. Da lì la strada per Ostuni è tutta dritta. Non vi potete
sbagliare, Montalbano sta dietro il grande uliveto. Ma se siete a corto di
carburante, vi consiglio di fermarvi un po’ prima, alla cartiera che sta a
due miglia da qui. Lì ci sta brava gente: tengono sempre qualche tanica di
benzina a disposizione dei forestieri di passaggio. Altri distributori non
ce ne sono, perché da queste parti di macchine se ne vedono poche, e anche
di biciclette non è che...»
Tra uno sferragliare, un tossire e un rombare, la decappottabile ripartì,
sollevando una nuvola di polvere gialla.
«… Ce ne sono tante» concluse Domenico. Non gli piaceva lasciare le frasi
a metà. Non mi hanno nemmeno salutato, disse fra sé. Pazienza.
Si asciugò la fronte col fazzoletto prima di rincalzare il cappello sin
quasi ai sopraccigli; quindi tornò a sedersi sul paracarro. Si levò la
scarpa e il calzino, e prese a massaggiarsi il piede sinistro: era gonfio
e aveva cominciato a dolergli. Non c’era fretta, proprio nessuna fretta di
rimettersi in cammino. Con tutto quel sole, poi. E quel caldo. Non c’era
nessun paese, dopo l’uliveto: Montalbano stava dalla parte opposta, come
Ostuni e il suo bel mare. C’era solo la vecchia cartiera dove stavano
rintanati Peppino ’o Cacamuorte con i suoi briganti. Ci avrebbero pensato
loro a dare il benvenuto alle marchesine. Le avrebbero spogliate di tutto.
I corpi, poi, ai maiali. Un lavoro facile e pulito.
Per sé, avrebbe chiesto solo il bracciale di lapislazzuli.
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