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La chiamano la “Misericordia”.
Chissà se si è sempre chiamata così, o se le hanno dato questo nome dopo
l’orribile episodio di cui è stata protagonista. Non ricordi? In ogni
caso, non è segnata nelle carte geografiche, nemmeno in quelle più
dettagliate; ma non è raro che tali mappe non riportino i nomi e le
posizioni delle cascine. Di tutte le cascine, poi, la “Misericordia” non è
nemmeno la più grande, e men che meno la più bella. Sorge in un posto del
tutto sbagliato, troppo attaccata al Ticino, in un pianoro rubato al
bosco, e dal bosco è tutta circondata. C’è qualche campo nei paraggi:
sassi grandi come meteoriti che spuntano dalla terra come fossero funghi,
dalla mattina alla sera; guai ad affondare l’aratro, guai a bagnare troppo
il terreno, o a bagnarlo troppo poco. Chi ha costruito una cascina in
quella posizione, pensi, deve aver sperato in troppi tipi di clemenza:
quella del terreno, che si distraesse un attimo e facesse crescere
qualcosa di decente; quella del clima, che evitasse ogni eccesso; quella
del fiume, che se ne stesse tranquillo nel suo letto, almeno nella
stagione delle semine.
L’aereo plana verso il Ticino. Tu indichi il punto esatto al pilota; lui
ribatte: «Quella cascina tutta rovi? Ma a chi speri di venderla, questa
fotografia?»
«Io non vendo fotografie!» replichi seccato.
Ma forse ha ragione lui: probabilmente la vecchia cascina della
“Misericordia” non interessa più a nessuno. Appartiene a un’epoca
lontana appena uno sputo dalla tua; eppure sembra siano passati millenni.
Vallo a raccontare a qualcuno, nell’epoca dei decoder digitali, che appena
trent’anni fa c’era gente che ci viveva tranquillamente sotto quel tetto
di coppi, con il granaio colmo all’inverosimile, i polli a scorrazzare
liberi nel cortile.
(Eppure hai fatto in tempo anche tu, ad entrarci, alla “Misericordia”.
Ricordi?)
Era un caldo sabato mattina di giugno; tuo padre ti aveva buttato sul
biciclettino ed eravate partiti verso il Ticino. La scusa che aveva usato
con tua madre era la solita: voleva portarti a fare un giro. Era però un
uomo pratico, in mente aveva soltanto il lavoro. Eravate giunti alla
“Misericordia” già annunciati: ad aspettarvi c’era già un signore molto
alto, con un cappello di paglia in testa. Aveva il viso rosso di sole, e
il naso ancora più rosso. I suoi occhi erano appena due fessure,
impossibile distinguere se fossero aperti o chiusi. Tuo padre di mestiere
aggiustava i tetti, a lui probabilmente ne serviva uno nuovo; avevano
iniziato a parlare di lavoro, ti annoiavi, volevi vedere il mondo, avevi
iniziato a scalpitare.
«Vai pure in giro, ma non allontanarti troppo!» ti aveva infine concesso
tuo padre. Avevi varcato il portone. Sulla corte si affacciavano quattro
lati di caseggiato. Fiori sulle ringhiere, balconate in legno, un carretto
abbandonato sotto un cassero, attrezzi accatastati qua e là, una scala di
legno tutta sbilenca appoggiata ad un fienile. Nel cortile alcuni bambini,
probabilmente della tua stessa età, stavano giocando con delle biglie.
Avevi fatto per avvicinarti, incuriosito. Dapprima non ti avevano notato;
poi, vedendoti arrivare, avevano smesso di colpo di schiamazzare. Una
bambina, la più piccola del gruppo, dai lunghi capelli biondi, ti aveva
fissato intensamente. Non l’hai mai dimenticato, quello sguardo. Troppo
sicuro, troppo distante da te. Troppo intenso. Ti aveva fatto sentire
istantaneamente escluso; avevi finto indifferenza, ti eri allontanato
infilandoti in un portone aperto. Eri finito nella stalla. Tutto, per te,
aveva un sapore nuovo. Ti eri divertito a osservare una vacca mangiare
scompostamente il suo fieno. E poi, la stessa vacca ti aveva rifilato un
colpo di coda negli occhi, come per rimproverarti di esserti avvicinato
troppo. Eri caduto a terra, avevi iniziato a piangere e a gridare. Erano
accorsi tutti prontamente, compreso tuo padre.
(Tuo padre).
Tuo padre, e la sua espressione quando gli avevi detto: «Voglio fare il
liceo artistico, a Novara. Voglio diventare un pittore». Come? Esisteva un
liceo artistico a Novara? Esistevano ragazzi che sognavano di diventare
pittori? Con tutti i tetti che rimanevano ancora da costruire, al mondo?
(E poi la tua insegnante di pittura, l’ultimo giorno di scuola).
«Hai un pregio, ragazzo. Meglio: hai un pregio e una dannazione. Primo:
non sei capace di dipingere il cielo; e il cielo, povero te, si nasconde
dappertutto: dietro una natura morta, in una finestra aperta, pure nei
ritratti, nascosto nei riflessi degli occhi. Il cielo è da ogni parte;
figurati poi in queste zone, dove ogni cosa è orizzontale. Secondo: hai il
dono di guardare attraverso le cose, scavando nell’interiorità dei
soggetti. Quando osservi una cosa, riesci a vederla come in trasparenza; e
quando hai in mano un pennello, riesci a dipingerne l’essenza».
Era la prima volta che una persona ti parlava seriamente.
«E quale sarebbe il pregio? Quale sarebbe la dannazione?» avevi chiesto.
«Nessuno dei due. O tutti e due assieme. Lo scoprirai, prima o poi».
Brutte profezie. Uscito da scuola, nessuno si era dimostrato disposto a
investire su di te. Giocoforza, gli obiettivi si erano sempre più
assottigliati; e solo allora, rimasto senza più forze, avevi incontrato
qualcuno disposto a darti una possibilità. Un vecchio pittore, che in
seguito avresti chiamato semplicemente “Maestro”. Faceva un mestiere
strano; agli inizi pensavi che c’entrasse davvero poco con la pittura.
Insieme a lui, avevi iniziato a dipingere case. Case viste dall’alto,
fotografate dall’alto di un aeroplano.
(Quante storie nascondono, le case. Fosse solo per quei tetti rossi, a
vederle dall’alto, non si direbbe…).
E da allora bussi alle porte di gente sconosciuta; immancabilmente, una
tenda si scosta, qualcuno sbircia da una finestra. Il citofono gracchia.
Ti presenti in sette minuti, mentre in realtà ti occorrerebbero sette ore.
Alcuni ti fanno entrare, altri no. Ad alcuni arrivi a mostrare la
fotografia della loro casa; e immancabilmente ti chiedono:
«Bella la foto, me la venderebbe?»
Spieghi, trattenendo l’irritazione, che non vendi fotografie. Spieghi che
sei un pittore, un pittore di case. A questo punto, le risposte possono
essere molteplici. I più drastici: «No, non mi interessa!» I più
pessimisti: «Cosa me ne faccio di un quadro con casa mia, che ci vivo
tutti i giorni e manco mi piace!» I più taccagni: «Costa troppo; ed è
inutile che lei mi dica il prezzo!» I più persistenti: «Il quadro non lo
voglio; ma la foto, non me la venderebbe mica?» I più stupidi: «Ma allora
non potrebbe dipingere direttamente il quadro sull’aereo?» E i più
attenti, quelli a cui mostri qualche tuo quadro come esempio: «Lei ha una
bella mano. Mi dica un po’: perché si ostina a dipingere case?»
«Perché mi piace» rispondi mentendo. «Perché non mi riesce altro» rispondi
a te stesso. Ti tornano in mente i cieli che dipingevi a scuola: insulse
distese di azzurro intervallate da qualche batuffolo di cotone a
rappresentare una nuvola. Ottimi soggetti, rovinati da cieli senz’anima.
«Posseggo la rara dannazione di riuscire a dare un’anima alle cose» pensi.
«E ho il pregio di non riuscire a dipingere il cielo, così posso fissare
la mia attenzione sugli oggetti. Come diceva la mia insegnante di pittura:
un pregio, e un difetto. O viceversa».
Però, contemporaneamente, ti tornano in mente le parole del Maestro:
«Quanto credi che valga il saper disegnare alla perfezione un bel viso, o
un bel paesaggio?»
«Tutto!» avevi risposto ingenuamente.
«E gli scrittori? Mi spieghi come fanno gli scrittori a vendere i libri?
Dall’illustrazione sulla copertina?»
«No…» avevi sbottato, altrettanto ingenuamente. «Da quello che c’è
dentro…»
Ti si erano aperte le porte dell’arte. E avevi iniziato a guardare le case
con altri occhi. Avevi indiziato a guardarci “attraverso”.
(Come quella cascina)
Quella cascina, la cascina della “Misericordia”, che stai fotografando
freneticamente. L’aereo la sorpassa lentamente, la osservi davanti
a te, sotto di te, dietro di te. Vista dall’alto, la cascina sembra quasi
dover crollare da un momento all’altro. Dal tetto che tuo padre aveva
costruito spunta la cima di un albero; dalle finestre si affacciano sterpi
e rovi di more selvatiche; un muro è completamente crollato. Cosa
troveresti, entrando? Una pila di legna marcia? Un nido di fagiani? Un ex
granaio ancora pieno di topi nostalgici? O siringhe, profilattici, cocci
di bottiglie e resti di falò? E pensare che lì dentro ci vivevano forse
anche tre famiglie…
«Torniamo a casa?» ti chiede il pilota; tu fai un cenno di assenso. Ma c’è
qualcosa che ti è rimasto impresso: un qualcosa a cui solo il tuo sesto
senso riesce a dare importanza… Perché quella cascina ti ha colpito tanto?
Non c’era nulla di importante, da colpirti… Ma tanto la risposta già la
sai.
(Non sono gli oggetti a colpire. Sono gli occhi di chi guarda, ad essere
colpiti. Non è una piccola differenza, è una rivoluzione copernicana. È
tutta una questione di occhi, non di immagini. Solo occhi allenati possono
guardare in trasparenza quello che le immagini non vogliono fare vedere).
Ti tornano in mente gli occhi di quella bambina, secoli fa. Ti tornano in
mente perché ce li hai davanti, ora, in quel lussuoso salotto di una casa
di Novara città. Quello stesso sguardo si è fatto un po’ spento, col
passare degli anni. Una scintilla c’è sempre, ma brilla ad intermittenza,
solo quando vuole lei. Solo per chi se lo merita. È uno sguardo che ha
dovuto imparare a donarsi col contagocce.
«Quindi lei vorrebbe vendermi questa foto» dice la donna dello sguardo,
squadrando la fotografia della “Misericordia”. Questa volta non ti riesce
di arrabbiarti. Dici che sei un pittore. Dici che potresti dipingerci un
bellissimo quadro.
«Mi scusi: la vede bene questa cascina?» ribatte lei. «È allo sfascio,
mezza diroccata… Come potrebbe uscire un bellissimo quadro?»
«Io… io l’ho vista quand’ero piccolo. Era bellissima».
Lei intende che stai parlando della cascina. Si blocca, immobile; e poi
una piccola lacrima inizia a scorrerle sulla guancia. Tu intendevi lei,
per come l’avevi vista da piccola, e per come la vedi ora; ma non hai il
coraggio di aggiungere nulla. Anche tu sei bloccato; e a bloccarti è
proprio quella donna. Per un attimo il suo sguardo ritorna bambino; e ti
racconta una storia, la storia di un bruttissimo giorno. Uno dei giorni
più brutti che il Ticino avesse mai visto: un sole alto ma neanche poi
troppo caldo, gli scintillii riflessi sulla superficie dell’acqua, una
primavera alle porte, un cielo senza alcuna nuvola. Ci sono quattro
ragazzi, che si agitano nel cortile. Forse gli stessi che hai visto il
giorno in cui sei stato colpito dalla mucca. I tre più grandicelli sono
corsi a nascondersi nei punti più introvabili nel circondario, la più
piccola è attaccata a un muro, ha il viso coperto da un gomito piegato e
deve contare fino a cinquanta.
(Uno due tre…).
(Quattordici quindici sedici).
Contare è difficile, e non le riesce di concentrarsi. Sente voci troppo
alte provenire da casa sua. Non ricorda che numero viene dopo il sedici.
Sente suo padre urlare: «Non vi darò questa cascina! Spetta a me di
diritto!»
Un altro grido: «Vergogna! L’avvocato dice…» la voce di suo fratello
maggiore. «Sei solo uno sporco taccagno!» e poi suo zio: «Voi, proprio voi
date a me del ladro; voi che…»
(Ventisei, ventisette, ventotto…)
Poi quell’urlo, quell’urlo orribile. Rumore di mobili spostati. Tre tonfi
ravvicinati tra loro. Il rimbombo per tutta la valle. Poi qualcosa di
soffocato, del tutto simile ad un urlo represso.
(Quarantacinque, quarantasei, quarantasette…)
Cinquanta. La bambina si gira. Di colpo, uno stormo di uccelli si alza da
un campo lì vicino. Planano tra i boschi, compongono una geometria
ellittica nel cielo, si posano sul tetto della “Misericordia”. Gli occhi
della bambina, disabituati alla luce, fanno fatica a riprendersi: piccoli
pallini gialli le disturbano la vista. Poi vede. Vede qualcuno; ma non può
fare tana. Vede suo padre che cammina spedito verso la motoretta. Vede che
ha le mani insanguinate, i pantaloni imbrattati di un liquido scuro.
Gli occhi di suo padre sono imperlati di pianto.
I suoi occhi, invece, sono quelli di una bambinetta di dieci anni. Una
bambinetta che, per tutta la vita, avrebbe sognato di essere rimasta a
contare a quel rimpiattino. Fino a cento. Fino a mille. Fino a un milione.
(Fino a un milione di anni).
«C’è una causa giudiziaria in atto tra la mia famiglia, i miei cugini, i
cugini di mia madre…» la donna scaccia con un gesto tutti i brutti
pensieri che le ritornano in testa. «Nei prossimi mesi un giudice dirà
definitivamente a chi spetta la proprietà; e stabilirà chi è stato il
primo a prendere in mano il fucile, quel maledetto giorno. Io ho vissuto
tutta la mia infanzia alla “Misericordia”; da trent’anni nessuno non ci
mette più piede».
«Dev’essere stata una cosa terribile».
«È una cosa che non riesco a comprendere nemmeno oggi. Ci abitavamo in
quattro famiglie, in quella cascina. Solo il giorno prima avevo giocato a
cavalluccio sulle ginocchia dello zio, e mio cugino Berto mi aveva
regalato un sacchetto di biglie nuove. Mi chiamava “Principessa”. E io
immaginavo che la “Misericordia” fosse il mio reame…»
Scoppia nuovamente a piangere. Tu vorresti essere in mille altri posti,
tranne che lì.
Lei si ricompone: «Va bene: faccia quel quadro».
Ritiri in fretta tutto il tuo materiale. Quasi scappi. Ti resta solo una
domanda: «E il giudice, a chi la affiderà?»
«Probabilmente andrà a mia zia. Ovvero alla moglie dell’uomo che ha ucciso
mio fratello maggiore. Oppure alla moglie di mio cugino Berto, colui che
ha sparato a mio zio. Oppure a mio fratello Nicola, che è diventato il
maggiore dei miei fratelli dopo la morte di Guido. Solo che lui la cascina
non la vuole: troppi ricordi, troppi fantasmi… Sarebbe disposto a pagare,
per vederla crollare…»
«E lei che cosa preferirebbe?»
Volge lo sguardo verso la finestra. Non le riesce di fissare nulla per tre
secondi consecutivi.
«Vorrei che mio padre tornasse a prenderla. La cascina era sua. Lo
ripeteva ogni giorno: aveva lottato una vita intera per mantenerla e
ingrandirla. Aveva progetti, aveva sogni, speranze… Vorrei che potesse
essere qui a godersela. E invece, invece…»
(E invece, poco dopo aver inforcato la motocicletta, si era buttato nel
Ticino, lasciandosi annegare. Aveva visto morire in pochi attimi suo
figlio e il fratello di sua moglie. Aveva ucciso di mano propria suo
nipote).
«Forse mi giudicherà pazza, ma mi aspetto che un giorno o l’altro mio
padre torni e venga a riprendersi quello che ha lasciato…» poi, cercando
di riprendersi: «Lo faccia, il quadro; lo faccia, è una bella idea. Un
ricordo, a suo modo. Ma, la prego: non la ritragga così, la mia cascina.
Voglio ricordarmela com’era esattamente il giorno prima che mi crollasse
il mondo addosso… E poi: quel fiume, così fetente, non lo voglio vedere
nel dipinto. La mia cascina, non la dipinga come nella foto: me la dipinga
dal basso, e ci metta dietro un bel cielo, di quelli azzurri che qui in
città si vedono così raramente».
Valle a raccontare che tu dipingi solo dall’alto. Valle a raccontare, in
quella situazione, che dipingi le case dall’alto proprio perché non sei
capace di dipingere i cieli. E valle a raccontare che è bastato quel
colloquio di appena un quarto d’ora per farti innamorare perdutamente di
lei.
(Il cielo. Nei tuoi quadri non c’è posto per il cielo).
(Siete tu e la pittura. Tu e l’oggetto. Tu e la casa. L’arte è un affare a
due: non vuoi nessun altro a guardarti. Non ci deve essere nessun cielo di
mezzo. Il cielo è una cosa troppo grande per essere contenuta in un
quadro. Una casa no. Siete tu, il suo tetto, le sue finestre, i suoi muri
e…).
(… e i suoi abitanti. Le loro storie).
Ti butti a capofitto nel lavoro. Stracci schizzi, sbatti a terra il
cavalletto, giochi nervosamente a spremere i tubetti di tempera nel
lavandino. Quel soggetto è un abito troppo stretto, che quando cerchi di
indossarlo senti immancabilmente aprirsi le cuciture.
Quasi impazzisci.
Ripensi a quella storia. Al padre della tua committente; che, dopo aver
visto morire tre persone, era corso verso il Ticino. Il fiume, fetente,
non aveva saputo dargli risposte. L’aveva preso dentro di sé, forse con la
scusa di cullarlo. Forse l’uomo aveva sentito come una carezza; forse
aveva sentito il desiderio di addormentarsi. Vocabolario crudele: non si
chiama forse “letto” il fondale di un fiume? Senti delle lacrime scorrerti
lungo il viso, a quell’idea. Intingi il pennello sulla guancia, lo passi
sulla tavolozza, stendi il colore sulla tela. Forse il tuo pianto riuscirà
a trovare un cielo alla tua “Misericordia”. Ma ne ottieni un azzurro
troppo chiaro, diluito da una lacrima e per questo troppo triste: l’esatto
opposto di quello che vuole la tua committente. In lontananza, una nuvola
che sembra incollata lì per caso. Provi a correggere. Ti esce uno stormo
di uccelli che, stando alle tue intenzioni, dovrebbe spostare l’attenzione
dal cielo. All’inizio non ti sembra tanto male. Poi lo guardi meglio. È
orribile: è lo stesso stormo di corvi scattato via dal campo, quel giorno,
e salito sul tetto per godersi il resto della scena.
«Ci sono centinaia di risposte capaci di rendere poetica una mancanza»
diceva il Maestro, giustificando la tua incapacità. «Non si tratta di una
caratteristica negativa, o di un imbroglio. Nell’arte il più delle volte
le cose vanno a culoverso. Il genio diviene presto noia, e sono le
mancanze a farsi poesia».
Prendi un taglierino, tracci sottili linee lungo la tela, le sollevi, le
stacchi lentamente dal quadro, le accartocci e le butti sul pavimento.
Svolgi questo lavoro con dedizione; alla fine, rimani di fronte al
cavalletto vuoto. A quel punto squilla il telefono.
La voce sembra quella di un fantasma: «Ho cambiato idea. Non lo faccia più
quel quadro. La pagherò lo stesso; ma non lo faccia più».
Riattacchi. Guardi l’orologio: è l’una di notte. Ti butti sul giaciglio
steso a terra, le mani lungo i fianchi per non macchiare il materasso di
azzurro, di blu, di nero. Non riesci a dormire: anche nel sonno, continui
a lavorare. Muovi le mani, come a tentare di dipingere un cielo. Ma non ti
esce azzurro. È rosso.
(Qualcosa, mentre cerchi di dipingere il cielo
sopra la cascina, si macchia sempre di rosso. Come un presagio, come… Non
c’è nulla di terso, nei cieli che dipingi sopra la “Misericordia”)
Riprende a suonare il telefono. Ti svegli, afferri meccanicamente la
cornetta; sbirci l’orologio, sono le tre di notte. Chi ha chiamato ha
voglia di raccontarti una storia.
«Ricordo la prima volta che ho visto la mietitura. Sulla strada verso
Bellinzago c’era un’interminabile fila di trattori, che facevano la coda
per entrare alla “Misericordia”. Scaricavano il fieno nel cortile; poi mio
padre e un’altra decina di uomini lo caricavano su uno strano
marchingegno, una specie di scala mobile che faceva salire il fieno fin
sul cassero. Lei l’ha visto il cassero della “Misericordia”? È grande come
quattro appartamenti moderni… Io piangevo. Piangevo perché non trovavo più
Batuffolo, il mio gattino compagno di giochi. Tutti si erano bloccati.
Piangevo talmente forte che nessuno se la sentiva di lavorare, vedendomi
in quello stato. E poi avevano sentito un miagolio provenire dal fienile.
«È qua sotto!» aveva urlato qualcuno, indicando una montagna di fieno già
stipato. Mio padre aveva toccato qualche strano bottone, la scala mobile
aveva iniziato a girare in senso inverso, dal fienile al cortile.
«Scaricate tutto!» aveva urlato. «Ma ci vorranno ore e ore! E altrettante
per rimettere tutto a posto! Ci sono venti trattori che aspettano…» Mio
padre era stato irremovibile. E Batuffolo era davvero là sotto, tutto
pieno di paglia, spaventato ma ignaro del reale pericolo che aveva corso.
Per colpa mia, finirono alle tre di notte. Nessuno rimproverò nulla a mio
padre, però».
Riattaccano. Provi a riaddormentarti, ma non ci riesci. Senti qualcosa
ticchettare contro le tapparelle: piove, e dev’esserci pure un forte
vento. Da quel momento in avanti, notte e giorno iniziano a confondersi.
Rimani chiuso in casa per tre intere giornate. Dall’esterno senti giungere
rumori inverosimili, come se il mondo stesse crollando. Non ti cambi, non
ti lavi, non ti concedi distrazioni. Provi in tutte le maniere: la
“Misericordia” ti esce con una precisione quasi fotografica; ma il cielo
sembra qualcosa di posticcio, come lo sfondo dei presepi di Natale. Alla
fine ti butti su una seggiola, esausto. Hai solo un’ultima possibilità.
Afferri il telefono; componi un numero ben conosciuto, ma risponde una
segreteria telefonica: «Aeroclub Monviso. A causa delle condizioni
meteorologiche, il servizio è sospeso fino a data da destinarsi»
Riattacchi all’istante. Cosa stai facendo? Stai chiamando il tuo pilota di
fiducia per ritornare sulla “Misericordia”? E cosa ne otterresti: un’altra
foto dall’alto, un’altra immagine senza cielo? No, non può essere quella
la soluzione. Ti rivesti, incontri la tua immagine nello specchio. Vedi un
uomo dagli occhi provati e dalla barba sfatta. Lo ignori.
Esci di casa: piove ancora a dirotto. Sei senza ombrello, corri sotto il
primo riparo, quello di un’edicola. I giornali titolano «Il Piemonte in
ginocchio per l’alluvione» e «Ticino e Sesia ai massimi storici». Arrivi
alla macchina che sei già fradicio; trovi tre multe sotto il
tergicristallo, ormai talmente guaste di pioggia da risultare illeggibili.
La tua vecchia Golf proprio non riesce a partire. Fai uno slalom tra i
tombini ingorgati, corri verso un bar nei paraggi. Il barista ti prepara
subito un caffè. La radio trasmette moniti severi: «È sconsigliato
mettersi in viaggio…»
In altri momenti, con un’altra lucidità, torneresti a casa e ti
concederesti una cioccolata calda. Ma non adesso. Tornare a casa, per
cosa? Per non dormire la quarta notte su quattro? Per trovarti di fronte
di nuovo a quella tela bianca?
Due persone vestite con pesanti giubbotti stanno parlando fittamente al
bancone. Capisci che sono della Protezione civile: «Scommetto che ci
faranno arrivare fino ai limiti dell’esondazione, e ci faranno star lì
tutta la notte!»
«Sarà già un’impresa arrivarci!»
Ti infili in mezzo ai due: «Vengo con voi!» esclami. Loro ti guardano come
un extraterrestre: «E per quale motivo?» ti chiedono, incuriositi. «Mi
serve un cielo. Un cielo dietro una casa».
«E lo vuole proprio trovare oggi, con questo tempo?»
Parlate a lungo; e finisce che ti prendono in simpatia. Hanno un
fuoristrada, sono esperti guidatori in situazioni di maltempo, ma
rimangono comunque impantanati più volte, e altrettante volte devono
deviare da strade allagate o impercorribili. «La “Misericordia”…» dice
quello al volante, per smorzare la tensione. «Sa perché è chiamata cosi?»
«Per un bruttissimo fatto di sangue…» rispondi meccanicamente.
«Assolutamente no!» dice lui, fissandoti nello specchietto interno. «È un
nome antico, risale al 1700. La leggenda vuole che il suo fondatore, dato
per morto, fosse miracolosamente scampato a una piena del Ticino… Ecco
perché l’hanno costruita così attaccata al fiume! Per voto!» I casi della
vita: il fiume dà, il fiume prende. Scuoti la testa, poi la appoggi al
finestrino. Fuori, non ti riesce di vedere nulla: solo acqua, vento e
fango. Finalmente la jeep si ferma: di fronte a sé ha un mare invaso da
tronchi e detriti galleggianti, come naufraghi alla ricerca di una riva.
L’acqua è ferma, sporca, inquietante. Dove prima c’erano campi, ora c’è
un’enorme distesa d’acqua.
«La “Misericordia” dovrebbe essere trecento metri più avanti. Ma da qui
non si può proseguire…»
«Il fiume è arrivato fin qui?»
«Sono quattro giorni che piove ininterrottamente: c’è poco da stupirsi».
Rimani in macchina. Loro escono per fare dei rilevamenti, comunicano più
volte attraverso la radio. Dicono che non possono riportarti indietro, che
hanno avuto l’ordine di rimanere lì a monitorare la situazione, in attesa
del cambio la mattina successiva. L’avevi preventivato, d’altronde. Ti
accucci nel sedile, e ogni tanto attingi dal termos di tè caldo. Guardi il
cielo: non riesci nemmeno a vederlo, tanto piove forte. Ti addormenti.
(Sogni un’immensa distesa di acqua. Sogni una persona che esce dal fiume,
si avvicina a te, ti accarezza…).
Quando riapri gli occhi, ti accorgi che c’è molta più luce. Alzi lo
sguardo: il cielo è ora di un azzurro indeciso, senza la minima presenza
di nuvole. I due addetti della Protezione civile sono fuori dalla jeep. Ti
fanno infilare due alti stivali, ti conducono su una piccola collinetta
nei paraggi.
«Sembra tutto finito, le acque hanno già iniziato a ritirarsi!»
«Tra poco spunterà il sole!»
Il panorama che ti accoglie, arrivato in cima, è straordinario. C’è solo
il Ticino. Tutto è Ticino: un unico e immenso mare, e i tronchi a
galleggiare come barche, i cespugli come natanti, le punte degli alberi a
spuntare come boe sull’acqua. Tutto sembra incredibilmente placido,
naturale.
Chiedi dove si trovi la “Misericordia”; i due ti indicano un punto nel
Ticino. Tu non vedi nulla.
«Crediamo sia stata spazzata via. Era troppo attaccata al fiume…»
Rimani a bocca aperta. E proprio in quel momento, fissando lo specchio
d’acqua dove precedentemente sorgeva la cascina, vedi uno strano riflesso.
È qualcosa di incredibilmente colorato. Alzi gli occhi verso il cielo: un
arcobaleno indimenticabile, tanto vaporoso quanto sorridente, si è dipinto
all’orizzonte. Fotografi mentalmente quell’immagine. Capisci di aver
trovato finalmente il cielo per il tuo dipinto.
(Dapprima lo fotografi con lo sguardo, e poi lo dipingi col pennello,
mantenendo gli occhi chiusi. Senza vedere niente, solo ricordando)
Anche la tua committente chiude gli occhi: «È un quadro bellissimo», dice,
quasi sognando. Ha una bambinetta sulle ginocchia. Un altro marmocchio si
sta agitando per tutta la casa, rincorso da un uomo che ti ha presentato
come suo marito. La donna si alza, posa il quadro sul tavolo. Tu finisci
la tazzina di caffè che ti hanno gentilmente offerto. La piccola te la
prende di mano, con un gesto gentile; e nel breve momento in cui i vostri
sguardi si incrociano, intravedi sua madre, alla sua stessa età. Poco
prima hai cercato di spiegarle chi sei; ma ti sei trovato molto in
difficoltà a descrivere il tuo lavoro. In effetti: come vi possono
definire? Come viene chiamato il tuo mestiere?
(Non vi chiamano in nessun modo. Non siete mai stati così importanti da
essere nominati. Nei circoli d’arte non si è mai parlato di voi. Siete
pittori, certo; ma possono esistere pittori a domicilio? Certo che no. Ma
vi piace bussare a porte sempre nuove, e curiosarvi dentro. Confrontare la
vostra immaginazione con la realtà delle cose. «Siamo tutti porte: porte
che aprono ad altri mondi» hai letto una volta in un libro: è una frase
che sembra scritta apposta per te)
«È stato alla cascina, in questi giorni?» ti chiede la donna.
«Ci sono stato» le rispondi. «Ci sono stato ancora oggistesso. Il fiume ha
spazzato via tutto» annunci, senza avere il coraggio di incrociare il suo
sguardo.
Il tuo quadro. Guardi l’arcobaleno, guardi il tuo primo cielo.
«Si sbaglia» ribatte lei. «Il fiume non ha rubato nulla, ha solo
restituito a mio padre quello che era suo. O, forse, è stato mio padre
stesso che è venuto a riprenderselo. Da oggi può riposare in pace; e posso
farlo anch’io».
Ti alzi, saluti cortesemente. Stringi le loro mani, sorridi ai loro
ringraziamenti. Esci. Dici addio ad uno sguardo che non rivedrai mai più.
Riuscirai mai a smettere di fare tutto questo? Riuscirai a smettere di
volare sopra le case della gente, per sognare nuove storie? Ti ritorna in
mente il Maestro, il giorno che mollò il mestiere: «Lascio tutto a te. Non
mi riesce più di dipingere nulla».
«Mancanza di ispirazione?» avevi chiesto.
«No, assolutamente». Aveva ritirato lentamente colori e pennelli, ti aveva
stretto la mano e poi ti aveva abbracciato: «Vertigini».
Per te quel momento non è ancora giunto. Sei in strada. Ti commuovi, per
tutto un insieme di cose; ma dura solo un attimo. Tre passi di corsa, e
stai già pensando alla prossima porta a cui busserai.
Il Piccolo Torchio c/o Eikon Italia
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