IL PICCOLO TORCHIO
TESTI ON LINE


Premio letterario “Dante Graziosi/Terra degli aironi”
 

MICHELE BRUSATI
Ogni cosa è orizzontale


La chiamano la “Misericordia”. Chissà se si è sempre chiamata così, o se le hanno dato questo nome dopo l’orribile episodio di cui è stata protagonista. Non ricordi? In ogni caso, non è segnata nelle carte geografiche, nemmeno in quelle più dettagliate; ma non è raro che tali mappe non riportino i nomi e le posizioni delle cascine. Di tutte le cascine, poi, la “Misericordia” non è nemmeno la più grande, e men che meno la più bella. Sorge in un posto del tutto sbagliato, troppo attaccata al Ticino, in un pianoro rubato al bosco, e dal bosco è tutta circondata. C’è qualche campo nei paraggi: sassi grandi come meteoriti che spuntano dalla terra come fossero funghi, dalla mattina alla sera; guai ad affondare l’aratro, guai a bagnare troppo il terreno, o a bagnarlo troppo poco. Chi ha costruito una cascina in quella posizione, pensi, deve aver sperato in troppi tipi di clemenza: quella del terreno, che si distraesse un attimo e facesse crescere qualcosa di decente; quella del clima, che evitasse ogni eccesso; quella del fiume, che se ne stesse tranquillo nel suo letto, almeno nella stagione delle semine.
L’aereo plana verso il Ticino. Tu indichi il punto esatto al pilota; lui ribatte: «Quella cascina tutta rovi? Ma a chi speri di venderla, questa fotografia?»
«Io non vendo fotografie!» replichi seccato.
Ma forse ha ragione lui: probabilmente la vecchia cascina della “Misericordia” non interessa più a nessuno. Appartiene a un’epoca lontana appena uno sputo dalla tua; eppure sembra siano passati millenni. Vallo a raccontare a qualcuno, nell’epoca dei decoder digitali, che appena trent’anni fa c’era gente che ci viveva tranquillamente sotto quel tetto di coppi, con il granaio colmo all’inverosimile, i polli a scorrazzare liberi nel cortile.
(Eppure hai fatto in tempo anche tu, ad entrarci, alla “Misericordia”. Ricordi?)
Era un caldo sabato mattina di giugno; tuo padre ti aveva buttato sul biciclettino ed eravate partiti verso il Ticino. La scusa che aveva usato con tua madre era la solita: voleva portarti a fare un giro. Era però un uomo pratico, in mente aveva soltanto il lavoro. Eravate giunti alla “Misericordia” già annunciati: ad aspettarvi c’era già un signore molto alto, con un cappello di paglia in testa. Aveva il viso rosso di sole, e il naso ancora più rosso. I suoi occhi erano appena due fessure, impossibile distinguere se fossero aperti o chiusi. Tuo padre di mestiere aggiustava i tetti, a lui probabilmente ne serviva uno nuovo; avevano iniziato a parlare di lavoro, ti annoiavi, volevi vedere il mondo, avevi iniziato a scalpitare.
«Vai pure in giro, ma non allontanarti troppo!» ti aveva infine concesso tuo padre. Avevi varcato il portone. Sulla corte si affacciavano quattro lati di caseggiato. Fiori sulle ringhiere, balconate in legno, un carretto abbandonato sotto un cassero, attrezzi accatastati qua e là, una scala di legno tutta sbilenca appoggiata ad un fienile. Nel cortile alcuni bambini, probabilmente della tua stessa età, stavano giocando con delle biglie. Avevi fatto per avvicinarti, incuriosito. Dapprima non ti avevano notato; poi, vedendoti arrivare, avevano smesso di colpo di schiamazzare. Una bambina, la più piccola del gruppo, dai lunghi capelli biondi, ti aveva fissato intensamente. Non l’hai mai dimenticato, quello sguardo. Troppo sicuro, troppo distante da te. Troppo intenso. Ti aveva fatto sentire istantaneamente escluso; avevi finto indifferenza, ti eri allontanato infilandoti in un portone aperto. Eri finito nella stalla. Tutto, per te, aveva un sapore nuovo. Ti eri divertito a osservare una vacca mangiare scompostamente il suo fieno. E poi, la stessa vacca ti aveva rifilato un colpo di coda negli occhi, come per rimproverarti di esserti avvicinato troppo. Eri caduto a terra, avevi iniziato a piangere e a gridare. Erano accorsi tutti prontamente, compreso tuo padre.
(Tuo padre).
Tuo padre, e la sua espressione quando gli avevi detto: «Voglio fare il liceo artistico, a Novara. Voglio diventare un pittore». Come? Esisteva un liceo artistico a Novara? Esistevano ragazzi che sognavano di diventare pittori? Con tutti i tetti che rimanevano ancora da costruire, al mondo?
(E poi la tua insegnante di pittura, l’ultimo giorno di scuola).
«Hai un pregio, ragazzo. Meglio: hai un pregio e una dannazione. Primo: non sei capace di dipingere il cielo; e il cielo, povero te, si nasconde dappertutto: dietro una natura morta, in una finestra aperta, pure nei ritratti, nascosto nei riflessi degli occhi. Il cielo è da ogni parte; figurati poi in queste zone, dove ogni cosa è orizzontale. Secondo: hai il dono di guardare attraverso le cose, scavando nell’interiorità dei soggetti. Quando osservi una cosa, riesci a vederla come in trasparenza; e quando hai in mano un pennello, riesci a dipingerne l’essenza».
Era la prima volta che una persona ti parlava seriamente.
«E quale sarebbe il pregio? Quale sarebbe la dannazione?» avevi chiesto.
«Nessuno dei due. O tutti e due assieme. Lo scoprirai, prima o poi».
Brutte profezie. Uscito da scuola, nessuno si era dimostrato disposto a investire su di te. Giocoforza, gli obiettivi si erano sempre più assottigliati; e solo allora, rimasto senza più forze, avevi incontrato qualcuno disposto a darti una possibilità. Un vecchio pittore, che in seguito avresti chiamato semplicemente “Maestro”. Faceva un mestiere strano; agli inizi pensavi che c’entrasse davvero poco con la pittura. Insieme a lui, avevi iniziato a dipingere case. Case viste dall’alto, fotografate dall’alto di un aeroplano.
(Quante storie nascondono, le case. Fosse solo per quei tetti rossi, a vederle dall’alto, non si direbbe…).
E da allora bussi alle porte di gente sconosciuta; immancabilmente, una tenda si scosta, qualcuno sbircia da una finestra. Il citofono gracchia. Ti presenti in sette minuti, mentre in realtà ti occorrerebbero sette ore. Alcuni ti fanno entrare, altri no. Ad alcuni arrivi a mostrare la fotografia della loro casa; e immancabilmente ti chiedono:
«Bella la foto, me la venderebbe?»
Spieghi, trattenendo l’irritazione, che non vendi fotografie. Spieghi che sei un pittore, un pittore di case. A questo punto, le risposte possono essere molteplici. I più drastici: «No, non mi interessa!» I più pessimisti: «Cosa me ne faccio di un quadro con casa mia, che ci vivo tutti i giorni e manco mi piace!» I più taccagni: «Costa troppo; ed è inutile che lei mi dica il prezzo!» I più persistenti: «Il quadro non lo voglio; ma la foto, non me la venderebbe mica?» I più stupidi: «Ma allora non potrebbe dipingere direttamente il quadro sull’aereo?» E i più attenti, quelli a cui mostri qualche tuo quadro come esempio: «Lei ha una bella mano. Mi dica un po’: perché si ostina a dipingere case?»
«Perché mi piace» rispondi mentendo. «Perché non mi riesce altro» rispondi a te stesso. Ti tornano in mente i cieli che dipingevi a scuola: insulse distese di azzurro intervallate da qualche batuffolo di cotone a rappresentare una nuvola. Ottimi soggetti, rovinati da cieli senz’anima.
«Posseggo la rara dannazione di riuscire a dare un’anima alle cose» pensi. «E ho il pregio di non riuscire a dipingere il cielo, così posso fissare la mia attenzione sugli oggetti. Come diceva la mia insegnante di pittura: un pregio, e un difetto. O viceversa».
Però, contemporaneamente, ti tornano in mente le parole del Maestro: «Quanto credi che valga il saper disegnare alla perfezione un bel viso, o un bel paesaggio?»
«Tutto!» avevi risposto ingenuamente.
«E gli scrittori? Mi spieghi come fanno gli scrittori a vendere i libri? Dall’illustrazione sulla copertina?»
«No…» avevi sbottato, altrettanto ingenuamente. «Da quello che c’è dentro…»
Ti si erano aperte le porte dell’arte. E avevi iniziato a guardare le case con altri occhi. Avevi indiziato a guardarci “attraverso”.
(Come quella cascina)
Quella cascina, la cascina della “Misericordia”, che stai fotografando freneticamente. L’aereo la sorpassa lentamente, la osservi davanti a te, sotto di te, dietro di te. Vista dall’alto, la cascina sembra quasi dover crollare da un momento all’altro. Dal tetto che tuo padre aveva costruito spunta la cima di un albero; dalle finestre si affacciano sterpi e rovi di more selvatiche; un muro è completamente crollato. Cosa troveresti, entrando? Una pila di legna marcia? Un nido di fagiani? Un ex granaio ancora pieno di topi nostalgici? O siringhe, profilattici, cocci di bottiglie e resti di falò? E pensare che lì dentro ci vivevano forse anche tre famiglie…
«Torniamo a casa?» ti chiede il pilota; tu fai un cenno di assenso. Ma c’è qualcosa che ti è rimasto impresso: un qualcosa a cui solo il tuo sesto senso riesce a dare importanza… Perché quella cascina ti ha colpito tanto? Non c’era nulla di importante, da colpirti… Ma tanto la risposta già la sai.
(Non sono gli oggetti a colpire. Sono gli occhi di chi guarda, ad essere colpiti. Non è una piccola differenza, è una rivoluzione copernicana. È tutta una questione di occhi, non di immagini. Solo occhi allenati possono guardare in trasparenza quello che le immagini non vogliono fare vedere).
Ti tornano in mente gli occhi di quella bambina, secoli fa. Ti tornano in mente perché ce li hai davanti, ora, in quel lussuoso salotto di una casa di Novara città. Quello stesso sguardo si è fatto un po’ spento, col passare degli anni. Una scintilla c’è sempre, ma brilla ad intermittenza, solo quando vuole lei. Solo per chi se lo merita. È uno sguardo che ha dovuto imparare a donarsi col contagocce.
«Quindi lei vorrebbe vendermi questa foto» dice la donna dello sguardo, squadrando la fotografia della “Misericordia”. Questa volta non ti riesce di arrabbiarti. Dici che sei un pittore. Dici che potresti dipingerci un bellissimo quadro.
«Mi scusi: la vede bene questa cascina?» ribatte lei. «È allo sfascio, mezza diroccata… Come potrebbe uscire un bellissimo quadro?»
«Io… io l’ho vista quand’ero piccolo. Era bellissima».
Lei intende che stai parlando della cascina. Si blocca, immobile; e poi una piccola lacrima inizia a scorrerle sulla guancia. Tu intendevi lei, per come l’avevi vista da piccola, e per come la vedi ora; ma non hai il coraggio di aggiungere nulla. Anche tu sei bloccato; e a bloccarti è proprio quella donna. Per un attimo il suo sguardo ritorna bambino; e ti racconta una storia, la storia di un bruttissimo giorno. Uno dei giorni più brutti che il Ticino avesse mai visto: un sole alto ma neanche poi troppo caldo, gli scintillii riflessi sulla superficie dell’acqua, una primavera alle porte, un cielo senza alcuna nuvola. Ci sono quattro ragazzi, che si agitano nel cortile. Forse gli stessi che hai visto il giorno in cui sei stato colpito dalla mucca. I tre più grandicelli sono corsi a nascondersi nei punti più introvabili nel circondario, la più piccola è attaccata a un muro, ha il viso coperto da un gomito piegato e deve contare fino a cinquanta.
(Uno due tre…).
(Quattordici quindici sedici).
Contare è difficile, e non le riesce di concentrarsi. Sente voci troppo alte provenire da casa sua. Non ricorda che numero viene dopo il sedici. Sente suo padre urlare: «Non vi darò questa cascina! Spetta a me di diritto!»
Un altro grido: «Vergogna! L’avvocato dice…» la voce di suo fratello maggiore. «Sei solo uno sporco taccagno!» e poi suo zio: «Voi, proprio voi date a me del ladro; voi che…»
(Ventisei, ventisette, ventotto…)
Poi quell’urlo, quell’urlo orribile. Rumore di mobili spostati. Tre tonfi ravvicinati tra loro. Il rimbombo per tutta la valle. Poi qualcosa di soffocato, del tutto simile ad un urlo represso.
(Quarantacinque, quarantasei, quarantasette…)
Cinquanta. La bambina si gira. Di colpo, uno stormo di uccelli si alza da un campo lì vicino. Planano tra i boschi, compongono una geometria ellittica nel cielo, si posano sul tetto della “Misericordia”. Gli occhi della bambina, disabituati alla luce, fanno fatica a riprendersi: piccoli pallini gialli le disturbano la vista. Poi vede. Vede qualcuno; ma non può fare tana. Vede suo padre che cammina spedito verso la motoretta. Vede che ha le mani insanguinate, i pantaloni imbrattati di un liquido scuro.
Gli occhi di suo padre sono imperlati di pianto.
I suoi occhi, invece, sono quelli di una bambinetta di dieci anni. Una bambinetta che, per tutta la vita, avrebbe sognato di essere rimasta a contare a quel rimpiattino. Fino a cento. Fino a mille. Fino a un milione.
(Fino a un milione di anni).
«C’è una causa giudiziaria in atto tra la mia famiglia, i miei cugini, i cugini di mia madre…» la donna scaccia con un gesto tutti i brutti pensieri che le ritornano in testa. «Nei prossimi mesi un giudice dirà definitivamente a chi spetta la proprietà; e stabilirà chi è stato il primo a prendere in mano il fucile, quel maledetto giorno. Io ho vissuto tutta la mia infanzia alla “Misericordia”; da trent’anni nessuno non ci mette più piede».
«Dev’essere stata una cosa terribile».
«È una cosa che non riesco a comprendere nemmeno oggi. Ci abitavamo in quattro famiglie, in quella cascina. Solo il giorno prima avevo giocato a cavalluccio sulle ginocchia dello zio, e mio cugino Berto mi aveva regalato un sacchetto di biglie nuove. Mi chiamava “Principessa”. E io immaginavo che la “Misericordia” fosse il mio reame…»
Scoppia nuovamente a piangere. Tu vorresti essere in mille altri posti, tranne che lì.
Lei si ricompone: «Va bene: faccia quel quadro».
Ritiri in fretta tutto il tuo materiale. Quasi scappi. Ti resta solo una domanda: «E il giudice, a chi la affiderà?»
«Probabilmente andrà a mia zia. Ovvero alla moglie dell’uomo che ha ucciso mio fratello maggiore. Oppure alla moglie di mio cugino Berto, colui che ha sparato a mio zio. Oppure a mio fratello Nicola, che è diventato il maggiore dei miei fratelli dopo la morte di Guido. Solo che lui la cascina non la vuole: troppi ricordi, troppi fantasmi… Sarebbe disposto a pagare, per vederla crollare…»
«E lei che cosa preferirebbe?»
Volge lo sguardo verso la finestra. Non le riesce di fissare nulla per tre secondi consecutivi.
«Vorrei che mio padre tornasse a prenderla. La cascina era sua. Lo ripeteva ogni giorno: aveva lottato una vita intera per mantenerla e ingrandirla. Aveva progetti, aveva sogni, speranze… Vorrei che potesse essere qui a godersela. E invece, invece…»
(E invece, poco dopo aver inforcato la motocicletta, si era buttato nel Ticino, lasciandosi annegare. Aveva visto morire in pochi attimi suo figlio e il fratello di sua moglie. Aveva ucciso di mano propria suo nipote).
«Forse mi giudicherà pazza, ma mi aspetto che un giorno o l’altro mio padre torni e venga a riprendersi quello che ha lasciato…» poi, cercando di riprendersi: «Lo faccia, il quadro; lo faccia, è una bella idea. Un ricordo, a suo modo. Ma, la prego: non la ritragga così, la mia cascina. Voglio ricordarmela com’era esattamente il giorno prima che mi crollasse il mondo addosso… E poi: quel fiume, così fetente, non lo voglio vedere nel dipinto. La mia cascina, non la dipinga come nella foto: me la dipinga dal basso, e ci metta dietro un bel cielo, di quelli azzurri che qui in città si vedono così raramente».
Valle a raccontare che tu dipingi solo dall’alto. Valle a raccontare, in quella situazione, che dipingi le case dall’alto proprio perché non sei capace di dipingere i cieli. E valle a raccontare che è bastato quel colloquio di appena un quarto d’ora per farti innamorare perdutamente di lei.
(Il cielo. Nei tuoi quadri non c’è posto per il cielo).
(Siete tu e la pittura. Tu e l’oggetto. Tu e la casa. L’arte è un affare a due: non vuoi nessun altro a guardarti. Non ci deve essere nessun cielo di mezzo. Il cielo è una cosa troppo grande per essere contenuta in un quadro. Una casa no. Siete tu, il suo tetto, le sue finestre, i suoi muri e…).
(… e i suoi abitanti. Le loro storie).
Ti butti a capofitto nel lavoro. Stracci schizzi, sbatti a terra il cavalletto, giochi nervosamente a spremere i tubetti di tempera nel lavandino. Quel soggetto è un abito troppo stretto, che quando cerchi di indossarlo senti immancabilmente aprirsi le cuciture.
Quasi impazzisci.
Ripensi a quella storia. Al padre della tua committente; che, dopo aver visto morire tre persone, era corso verso il Ticino. Il fiume, fetente, non aveva saputo dargli risposte. L’aveva preso dentro di sé, forse con la scusa di cullarlo. Forse l’uomo aveva sentito come una carezza; forse aveva sentito il desiderio di addormentarsi. Vocabolario crudele: non si chiama forse “letto” il fondale di un fiume? Senti delle lacrime scorrerti lungo il viso, a quell’idea. Intingi il pennello sulla guancia, lo passi sulla tavolozza, stendi il colore sulla tela. Forse il tuo pianto riuscirà a trovare un cielo alla tua “Misericordia”. Ma ne ottieni un azzurro troppo chiaro, diluito da una lacrima e per questo troppo triste: l’esatto opposto di quello che vuole la tua committente. In lontananza, una nuvola che sembra incollata lì per caso. Provi a correggere. Ti esce uno stormo di uccelli che, stando alle tue intenzioni, dovrebbe spostare l’attenzione dal cielo. All’inizio non ti sembra tanto male. Poi lo guardi meglio. È orribile: è lo stesso stormo di corvi scattato via dal campo, quel giorno, e salito sul tetto per godersi il resto della scena.
«Ci sono centinaia di risposte capaci di rendere poetica una mancanza» diceva il Maestro, giustificando la tua incapacità. «Non si tratta di una caratteristica negativa, o di un imbroglio. Nell’arte il più delle volte le cose vanno a culoverso. Il genio diviene presto noia, e sono le mancanze a farsi poesia».
Prendi un taglierino, tracci sottili linee lungo la tela, le sollevi, le stacchi lentamente dal quadro, le accartocci e le butti sul pavimento. Svolgi questo lavoro con dedizione; alla fine, rimani di fronte al cavalletto vuoto. A quel punto squilla il telefono.
La voce sembra quella di un fantasma: «Ho cambiato idea. Non lo faccia più quel quadro. La pagherò lo stesso; ma non lo faccia più».
Riattacchi. Guardi l’orologio: è l’una di notte. Ti butti sul giaciglio steso a terra, le mani lungo i fianchi per non macchiare il materasso di azzurro, di blu, di nero. Non riesci a dormire: anche nel sonno, continui a lavorare. Muovi le mani, come a tentare di dipingere un cielo. Ma non ti esce azzurro. È rosso.

(Qualcosa, mentre cerchi di dipingere il cielo sopra la cascina, si macchia sempre di rosso. Come un presagio, come… Non c’è nulla di terso, nei cieli che dipingi sopra la “Misericordia”)
Riprende a suonare il telefono. Ti svegli, afferri meccanicamente la cornetta; sbirci l’orologio, sono le tre di notte. Chi ha chiamato ha voglia di raccontarti una storia.
«Ricordo la prima volta che ho visto la mietitura. Sulla strada verso Bellinzago c’era un’interminabile fila di trattori, che facevano la coda per entrare alla “Misericordia”. Scaricavano il fieno nel cortile; poi mio padre e un’altra decina di uomini lo caricavano su uno strano marchingegno, una specie di scala mobile che faceva salire il fieno fin sul cassero. Lei l’ha visto il cassero della “Misericordia”? È grande come quattro appartamenti moderni… Io piangevo. Piangevo perché non trovavo più Batuffolo, il mio gattino compagno di giochi. Tutti si erano bloccati. Piangevo talmente forte che nessuno se la sentiva di lavorare, vedendomi in quello stato. E poi avevano sentito un miagolio provenire dal fienile. «È qua sotto!» aveva urlato qualcuno, indicando una montagna di fieno già stipato. Mio padre aveva toccato qualche strano bottone, la scala mobile aveva iniziato a girare in senso inverso, dal fienile al cortile. «Scaricate tutto!» aveva urlato. «Ma ci vorranno ore e ore! E altrettante per rimettere tutto a posto! Ci sono venti trattori che aspettano…» Mio padre era stato irremovibile. E Batuffolo era davvero là sotto, tutto pieno di paglia, spaventato ma ignaro del reale pericolo che aveva corso. Per colpa mia, finirono alle tre di notte. Nessuno rimproverò nulla a mio padre, però».
Riattaccano. Provi a riaddormentarti, ma non ci riesci. Senti qualcosa ticchettare contro le tapparelle: piove, e dev’esserci pure un forte vento. Da quel momento in avanti, notte e giorno iniziano a confondersi. Rimani chiuso in casa per tre intere giornate. Dall’esterno senti giungere rumori inverosimili, come se il mondo stesse crollando. Non ti cambi, non ti lavi, non ti concedi distrazioni. Provi in tutte le maniere: la “Misericordia” ti esce con una precisione quasi fotografica; ma il cielo sembra qualcosa di posticcio, come lo sfondo dei presepi di Natale. Alla fine ti butti su una seggiola, esausto. Hai solo un’ultima possibilità. Afferri il telefono; componi un numero ben conosciuto, ma risponde una segreteria telefonica: «Aeroclub Monviso. A causa delle condizioni meteorologiche, il servizio è sospeso fino a data da destinarsi»
Riattacchi all’istante. Cosa stai facendo? Stai chiamando il tuo pilota di fiducia per ritornare sulla “Misericordia”? E cosa ne otterresti: un’altra foto dall’alto, un’altra immagine senza cielo? No, non può essere quella la soluzione. Ti rivesti, incontri la tua immagine nello specchio. Vedi un uomo dagli occhi provati e dalla barba sfatta. Lo ignori.
Esci di casa: piove ancora a dirotto. Sei senza ombrello, corri sotto il primo riparo, quello di un’edicola. I giornali titolano «Il Piemonte in ginocchio per l’alluvione» e «Ticino e Sesia ai massimi storici». Arrivi alla macchina che sei già fradicio; trovi tre multe sotto il tergicristallo, ormai talmente guaste di pioggia da risultare illeggibili. La tua vecchia Golf proprio non riesce a partire. Fai uno slalom tra i tombini ingorgati, corri verso un bar nei paraggi. Il barista ti prepara subito un caffè. La radio trasmette moniti severi: «È sconsigliato mettersi in viaggio…»
In altri momenti, con un’altra lucidità, torneresti a casa e ti concederesti una cioccolata calda. Ma non adesso. Tornare a casa, per cosa? Per non dormire la quarta notte su quattro? Per trovarti di fronte di nuovo a quella tela bianca?
Due persone vestite con pesanti giubbotti stanno parlando fittamente al bancone. Capisci che sono della Protezione civile: «Scommetto che ci faranno arrivare fino ai limiti dell’esondazione, e ci faranno star lì tutta la notte!»
«Sarà già un’impresa arrivarci!»
Ti infili in mezzo ai due: «Vengo con voi!» esclami. Loro ti guardano come un extraterrestre: «E per quale motivo?» ti chiedono, incuriositi. «Mi serve un cielo. Un cielo dietro una casa».
«E lo vuole proprio trovare oggi, con questo tempo?»
Parlate a lungo; e finisce che ti prendono in simpatia. Hanno un fuoristrada, sono esperti guidatori in situazioni di maltempo, ma rimangono comunque impantanati più volte, e altrettante volte devono deviare da strade allagate o impercorribili. «La “Misericordia”…» dice quello al volante, per smorzare la tensione. «Sa perché è chiamata cosi?»
«Per un bruttissimo fatto di sangue…» rispondi meccanicamente.
«Assolutamente no!» dice lui, fissandoti nello specchietto interno. «È un nome antico, risale al 1700. La leggenda vuole che il suo fondatore, dato per morto, fosse miracolosamente scampato a una piena del Ticino… Ecco perché l’hanno costruita così attaccata al fiume! Per voto!» I casi della vita: il fiume dà, il fiume prende. Scuoti la testa, poi la appoggi al finestrino. Fuori, non ti riesce di vedere nulla: solo acqua, vento e fango. Finalmente la jeep si ferma: di fronte a sé ha un mare invaso da tronchi e detriti galleggianti, come naufraghi alla ricerca di una riva. L’acqua è ferma, sporca, inquietante. Dove prima c’erano campi, ora c’è un’enorme distesa d’acqua.
«La “Misericordia” dovrebbe essere trecento metri più avanti. Ma da qui non si può proseguire…»
«Il fiume è arrivato fin qui?»
«Sono quattro giorni che piove ininterrottamente: c’è poco da stupirsi».
Rimani in macchina. Loro escono per fare dei rilevamenti, comunicano più volte attraverso la radio. Dicono che non possono riportarti indietro, che hanno avuto l’ordine di rimanere lì a monitorare la situazione, in attesa del cambio la mattina successiva. L’avevi preventivato, d’altronde. Ti accucci nel sedile, e ogni tanto attingi dal termos di tè caldo. Guardi il cielo: non riesci nemmeno a vederlo, tanto piove forte. Ti addormenti.
(Sogni un’immensa distesa di acqua. Sogni una persona che esce dal fiume, si avvicina a te, ti accarezza…).
Quando riapri gli occhi, ti accorgi che c’è molta più luce. Alzi lo sguardo: il cielo è ora di un azzurro indeciso, senza la minima presenza di nuvole. I due addetti della Protezione civile sono fuori dalla jeep. Ti fanno infilare due alti stivali, ti conducono su una piccola collinetta nei paraggi.
«Sembra tutto finito, le acque hanno già iniziato a ritirarsi!»
«Tra poco spunterà il sole!»
Il panorama che ti accoglie, arrivato in cima, è straordinario. C’è solo il Ticino. Tutto è Ticino: un unico e immenso mare, e i tronchi a galleggiare come barche, i cespugli come natanti, le punte degli alberi a spuntare come boe sull’acqua. Tutto sembra incredibilmente placido, naturale.
Chiedi dove si trovi la “Misericordia”; i due ti indicano un punto nel Ticino. Tu non vedi nulla.
«Crediamo sia stata spazzata via. Era troppo attaccata al fiume…»
Rimani a bocca aperta. E proprio in quel momento, fissando lo specchio d’acqua dove precedentemente sorgeva la cascina, vedi uno strano riflesso. È qualcosa di incredibilmente colorato. Alzi gli occhi verso il cielo: un arcobaleno indimenticabile, tanto vaporoso quanto sorridente, si è dipinto all’orizzonte. Fotografi mentalmente quell’immagine. Capisci di aver trovato finalmente il cielo per il tuo dipinto.
(Dapprima lo fotografi con lo sguardo, e poi lo dipingi col pennello, mantenendo gli occhi chiusi. Senza vedere niente, solo ricordando)
Anche la tua committente chiude gli occhi: «È un quadro bellissimo», dice, quasi sognando. Ha una bambinetta sulle ginocchia. Un altro marmocchio si sta agitando per tutta la casa, rincorso da un uomo che ti ha presentato come suo marito. La donna si alza, posa il quadro sul tavolo. Tu finisci la tazzina di caffè che ti hanno gentilmente offerto. La piccola te la prende di mano, con un gesto gentile; e nel breve momento in cui i vostri sguardi si incrociano, intravedi sua madre, alla sua stessa età. Poco prima hai cercato di spiegarle chi sei; ma ti sei trovato molto in difficoltà a descrivere il tuo lavoro. In effetti: come vi possono definire? Come viene chiamato il tuo mestiere?
(Non vi chiamano in nessun modo. Non siete mai stati così importanti da essere nominati. Nei circoli d’arte non si è mai parlato di voi. Siete pittori, certo; ma possono esistere pittori a domicilio? Certo che no. Ma vi piace bussare a porte sempre nuove, e curiosarvi dentro. Confrontare la vostra immaginazione con la realtà delle cose. «Siamo tutti porte: porte che aprono ad altri mondi» hai letto una volta in un libro: è una frase che sembra scritta apposta per te)
«È stato alla cascina, in questi giorni?» ti chiede la donna.
«Ci sono stato» le rispondi. «Ci sono stato ancora oggistesso. Il fiume ha spazzato via tutto» annunci, senza avere il coraggio di incrociare il suo sguardo.
Il tuo quadro. Guardi l’arcobaleno, guardi il tuo primo cielo.
«Si sbaglia» ribatte lei. «Il fiume non ha rubato nulla, ha solo restituito a mio padre quello che era suo. O, forse, è stato mio padre stesso che è venuto a riprenderselo. Da oggi può riposare in pace; e posso farlo anch’io».
Ti alzi, saluti cortesemente. Stringi le loro mani, sorridi ai loro ringraziamenti. Esci. Dici addio ad uno sguardo che non rivedrai mai più.
Riuscirai mai a smettere di fare tutto questo? Riuscirai a smettere di volare sopra le case della gente, per sognare nuove storie? Ti ritorna in mente il Maestro, il giorno che mollò il mestiere: «Lascio tutto a te. Non mi riesce più di dipingere nulla».
«Mancanza di ispirazione?» avevi chiesto.
«No, assolutamente». Aveva ritirato lentamente colori e pennelli, ti aveva stretto la mano e poi ti aveva abbracciato: «Vertigini».
Per te quel momento non è ancora giunto. Sei in strada. Ti commuovi, per tutto un insieme di cose; ma dura solo un attimo. Tre passi di corsa, e stai già pensando alla prossima porta a cui busserai.

 

Il Piccolo Torchio c/o Eikon Italia
via Pietro Micca 20 - 28100 Novara - tel. 0321 613002 fax 0321 612636
e-mail:
info@piccolotorchio.com


Torna