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Quel mattino la “Verna” presentava il suo aspetto peggiore: triste,
avvolta nella nebbia, solitaria. Ausilia era giunta da pochi giorni in
quel vasto agglomerato di casali agresti posto dopo Lumellogno, lungo la
strada che da Vercelli conduce a Novara.
Aveva subito appreso il
significato del nome: la “Verna” derivava dalla presenza nei dintorni
della cascina, fino ad alcuni decenni prima, di un fitto bosco di ontani.
Una vegetazione che ora era quasi del tutto scomparsa per far posto alle
risaie, la risorsa in cui la gente di campagna sperava per un'agricoltura
in evidente stato di crisi agli albori di quel travagliato ventesimo
secolo, immerso nelle spire sempre più contorte di una recessione
produttiva e di una esasperata conflittualità sociale.
La “verna” era il legname più usato, nei mesi invernali, nei camini delle
case degli schiavandari che ad ogni 11 novembre effettuavano il trasloco
di “San Martino”, da un cascinale all'altro, proprio come il padre di
Ausilia, nella speranza quasi sempre vana, di andar incontro a miglior
fortuna, un'esistenza meno priva dei mezzi primari di sussistenza, una
scorta sufficiente di “meliga” e riso, e la disponibilità di qualche
pagnotta di pane. Anche quell'anno il “rito” si era da poco concluso.
Ausilia si guardava attorno, nel grande cortile della “Verna”, con al
centro la monumentale “pompa” a mano, dall'enorme vasca di pietra per
l'abbeveraggio del bestiame.
Fra sé la ragazza rimuginava prospettive plumbee come il cielo di quella
metà di novembre. Ogni anno, tutte le volte che incominciava ad allacciare
qualche amicizia, per non parlare di “simpatie” con risvolti sentimentali,
il “San Martino” di famiglia la costringeva a troncare, ad azzerare i
possibili sviluppi di qualsiasi relazione affettiva precedentemente
avviata.
Ormai era entrata nell'età cruciale, gli anni caldi dell'adolescenza,
sedici già compiuti nell'ultima primavera e il richiamo dei sensi amorosi
nonché il vigore sanguigno di un corpo in piena evoluzione fisica,
facevano avvertire turbe ed inquietudini tipiche dell'età vissuta. Il
giovane “cavallante”, che a Desana, il paese abbandonato da poco, nella
“bassa Vercellese”, guidava i carri come un auriga classico dei tempi
omerici e sollevava in spalla i pesanti sacchi di “risone” come fossero
fuscelli, difficilmente l'avrebbe rivisto su rotte stradali fuorviate, che
ora puntavano alla Lomellina ed al Novarese! E dire che con lui le cose
sembravano mettersi decisamente bene: reciproca attrazione, coincidenza di
gusti, affinità di caratteri. Tutte le premesse per sognare in rosa e
fantasticare nidi d'amore intrecciati di tenere pagliuzze.
Ma le esigenze di bilancio famigliare passavano sopra ai dorati castelli
in aria di un'adolescente. Lì alla “Verna” avrebbe ancora avuto le
opportunità lasciate senza seguito nella vecchia residenza? Ausilia
s'interrogava con presentimenti foschi. Finora alla “Verna” aveva
incontrato coloni freddi e malmostosi nei confronti dei nuovi arrivati,
braccianti intenti agli ultimi lavori stagionali, nessun coetaneo disposto
a lanciare segnali amichevoli e a manifestare piacere d'incontri e
conversazioni.
Quando la nebbia calava più fitta del solito attorno al cascinale, Ausilia
avvertiva maggiormente il senso di solitudine. Per questo, un mattino
brumoso, mentre si era allontanata dalla casa, monolocale, affidata dal
“padrone” allo schiavandaro, per raccogliere, sotto le superstiti piante
di ontano e di quercia, un volume sufficiente di foglie secche con cui
riempire un saccone da usare come materasso, quasi trasalì sentendo una
voce scaturire dal nulla al suo fianco. Uno sconosciuto era sbucato
all'improvviso dall'umida matassa grigia che l'avvolgeva, provocandole un
sussulto di spavento:
«Non voglio farti del male,
bella giovane! Stai tranquilla! Del resto la mia età dovrebbe metterti al
riparo da gesti inconsulti e dai pericoli che temi!» si sentì dire Ausilia da
una voce calma, che non tradiva cattive intenzioni e induceva alla
fiducia. Rallentò il passo, anche perché procedeva alla ventura, senza una
meta precisa. Quell'individuo, poi, sbucato dalla nebbia, rappresentava un
po' una novità, un colpo di scena imprevisto che rompeva la piatta
monotonia della permanenza in un luogo dove la noia, l'indifferenza,
l'isolamento, sembravano farla da dominatori assoluti.
«M'interessava sapere solo
se hai già uno sposo!» fu la continuazione
sorprendente dell'approccio verbale di quell'essere ignoto,
inaspettatamente materializzatosi. La particolarità della domanda
costringeva ora Ausilia a rivedere le prime impressioni, nel complesso
tranquillizzanti, sul conto dello strano interlocutore.
I1 tono di voce era sempre calmo, ed il frasario, nonché il senso logico
dei termini pronunciati non erano quelli di uno sprovveduto totale
nell'utilizzo di mezzi linguistici o di un mentecatto. Nonostante timori e
diffidenza, Ausilia non riuscì a trattenere l’increspatura di un'ombra di
sorriso alla richiesta stravagante dello sconosciuto, indotta anche dagli
indumenti eccentrici con cui era vestito: una giacca, con qualche rattoppo
di troppo, su di un paio di pantaloni dallo strano colore tra il marrone
scuro ed il rosso rugginoso, che si vede sulle foglie delle querce
nell'autunno avanzato. In testa portava un cappello dalle mille battaglie,
calcato leggermente di sghembo sulle orecchie.
In fondo, quella rivoltale, era una domanda che, per il suo aspetto di
giovane ormai matura per il matrimonio, più che di sedicenne adolescente,
si era sentita fare parecchie volte, mai però, così a bruciapelo, e per di
più dal primo arrivato, spuntatole di fianco dal nulla, come uno stregone,
un satiro, un anacoreta, ritiratosi a vita eremitica nella campagna per
sfuggire la comunità umana!
«Perché se ce l'hai, lo
sposo, io posso regalarti l'abito di nozze! Disegnato su di un foglio di
carta, s'intende!» continuò lo strano
indefinibile soggetto. Ausilia continuava a rimanere muta, più per lo
sbigottimento che per la paura. Capiva di aver a che fare con un tipo
bizzarro, non nel pieno possesso delle caratteristiche individuali più
comuni!
Nonostante il persistente silenzio della ragazza, lo sconosciuto non
demordeva dalle sue stranezze imprevedibili: addirittura aveva
incominciato a tirar fuori dalla tasca un foglio di carta stropicciato e
un mozzicone di matita, con cui si apprestava a tracciare linee e segni. A
questo punto Ausilia afferrò velocemente il sacco, pieno a metà di foglie,
se lo caricò in spalla e quasi fuggì di corsa verso casa, sparendo nella
nebbia agli occhi dell'indecifrabile figuro, che rimase immobile sul
posto.
Il giorno dopo la figlia dello schiavandaro osò accostare Ottavina, la
moglie del “bergamino”, che si alternava col padre nei lavori e nelle cure
del bestiame nella stalla.
Dalla donna che, quand'era in vena, indugiava volentieri in conversazioni
utili a riempire i momenti vuoti della giornata, molte cose apparvero
chiare ad Ausilia sull'avventura vissuta il giorno prima. Venne persino a
sapere il nome del sospettabile ed insolito “uomo dei campi” con cui aveva
parlato il giorno prima: “Bunsi”!
Un nome che finora non aveva mai sentito e che non sapeva proprio cosa
significasse, né da dove derivasse. Forse aveva una vaga origine di
carattere enologico, perché nei vari gerghi dialettali dei paesi in cui
era stata, le pareva di aver già udito un verbo similare, “bunsé”, per
indicare l'attrazione per Bacco, la tentazione ad alzare frequentemente il
gomito!
Il “Bunsi” si comportava, con tutte le giovani che a lui sembravano in età
da marito, nella stessa maniera in cui si era comportato con lei in quel
suo primo incontro.
Effettivamente il girovago sapeva disegnare, in particolare tracciare dei
modelli di abiti da sposa, non si sa se per un dono di natura, oppure per
un esercizio precedentemente praticato in qualche professione giovanile:
fatto sta che gli schizzi da lui abbozzati, in quattro e quattr’otto, su
un qualsiasi pezzo di carta, si prestavano veramente e magnificamente ad
essere tradotti in pratica dalle mani di un'abile sarta. Per questa sua
prerogativa il “Bunsi” si distingueva dagli altri “camminanti” che ogni
tanto transitavano dalla “Verna”. I “camminanti” erano tipi particolari,
espressione del costume e della società di quello spicchio iniziale di
secolo.
Definirli appropriatamente è difficile: il termine è un'espressione modale
del verbo “camminare”, un atteggiamento caratterizzante, che sta alla base
inconfutabile dell'individuazione e catalogazione sociale di quella sorta
di gente. I “camminanti” sono girovaghi vagabondi, in perenne movimento e
trasferimento da un luogo all'altro, che vivono ai limiti della corretta
convivenza e del rispetto civile e legale, ricorrendo, per il
sostentamento, ad espedienti, sotterfugi, stratagemmi, risorse e mezzi di
fortuna, più o meno ammissibili sotto l'aspetto morale, più o meno
accettabili dalla legge.
Un campionario di liceità, abusi, trasgressioni, astuzie, adattamenti che
consentivano di vivere alla giornata e di reperire il necessario a
sbarcare il lunario ed a garantire la funzione fisiologica degli organi
corporei. L'aspetto esteriore dei “camminanti” era molto dimesso, i
pantaloni sgualciti, le scarpe sempre da risuolare, un tascapane consunto
a tracolla, dove riponevano un pezzo di lardo e gli scarsi viveri
raccattati nel peregrinare tra i casolari della campagna o battendo agli
usci dei paesi.
Per gli abitanti dei cascinali dove arrivavano erano personaggi più
coreografici che fastidiosi e dannosi: offrivano talora qualche piccolo
servigio in cambio del vitto e dell'ospitalità ricevuta. Sovente animavano
le serate trascorse sull'aia o al chiuso delle stalle: infatti conoscevano
perfettamente le favole più in voga e le trame dei romanzi d'appendice e
dei “feuilleton” che andavano per la maggiore.
Inoltre fungevano da trasmettitori di notizie fresche, apprese
nell'attraversamento delle terre, vicine o lontane, da cui provenivano.
Ausilia, dopo il primo incontro con il “Bunsi”, aveva rivisto, attorno ai
fienili della Mirabosa, il “camminante”, di cui ora conosceva identità ed
attitudini, avvicinandolo questa volta di propria iniziativa, senza più
remore o prevenzioni per le domande curiose che magari le avrebbe rivolto.
Fra i due si stabilì, sorprendentemente, un naturale accordo nel trovare
argomenti di conversazione in comune, un'intesa che finì per suscitare
commenti maliziosi fra la gente del cascinale, sulla porta di casa o
dietro le finestre a sbirciare gli incontri lungo il viale d'ingresso alla
cascina o all'interno del cortile, che Ausilia aveva con l'eccentrico
vagabondo.
Insieme trascorrevano interi pomeriggi e la ragazza accompagnava il
“Bunsi” per lunghi tratti di strada, nella ripresa dei suoi viaggi di
accattonaggio, verso ospiti benevoli, fanciulle in cerca di marito,
possibilmente sognatrici ingenue, che ricompensassero generosamente i suoi
schizzi di abiti da sposa con l'offerta di qualche soldo o piatto di
minestra.
Tutti si chiedevano cosa avessero da dirsi due persone di formazione e di
età così diverse: ma l'adolescente e l'attempato “camminante” andavano
d'accordo su temi molteplici, dal tipo di “modelli” disegnati dal “Bunsi”
nei suoi estemporanei schizzi su qualsiasi foglio di carta, al modo di
concepire l'esistenza o di porsi nei confronti dell'ambiente in cui erano
costretti a vivere. Entrambi amavano la stravaganza, l'immaginazione
libera, il piacere della trasgressione contro le comuni regole vigenti,
entrambi ritenevano insoddisfacente e penalizzante il mondo in cui il
destino li aveva condannati a trascorrere i loro giorni.
L'estroso “lardin” parlava dei suoi viaggi, di certi luoghi signorili
frequentati da giovane, di personaggi o tipi inconsueti che avevano
attirato la sua attenzione, di “colleghi” di sventura con i quali era
abituato ad intrecciare percorsi di vagabondaggio o condividere giacigli
per le soste notturne. Fra gli appartenenti a quella variopinta genia di
persone metteva in evidenza analogie e differenze, facendone quasi una
scala gerarchica di valutazioni morali.
Un conto, diceva, erano i “camminanti” oziosi, inoffensivi, incontrati per
strada, un altro i trasgressori veri e propri della legge, che bazzicavano
con intenzioni malvagie per le campagne e si accampavano lungo le strade
più battute nelle “condotte” notturne, per aggredire i “cavallanti” e
sottrarre loro i pochi soldi di “mancia” che custodivano in tasca o
qualche refurtiva, tra la merce trasportata, da rivendere poi a prezzi
stracciati.
I più onesti si accontentavano del pezzo di lardo, racimolato qua e là ed
avvolto in un involucro di carta unto e bisunto, infilato poi nel
tascapane. La cotica di lardo, da cui veniva il nome alternativo di “lardin”,
utilizzato per individuare i “camminanti”, era consumata in sostituzione
della scodella di minestra, nelle giornate in cui questa risultava
introvabile.
Diversi “camminanti”, inoltre, non passavano per puri e semplici scrocconi
di una fetta di polenta o di un piatto di “paniscia”, ma cercavano
di ripagare l'ospitalità ricevuta con lavoretti utili, esibizioni
estemporanee in qualità d'intrattenitori della gente, radunata nelle
stalle durante le serate invernali, di cantastorie, giocolieri, oppure di
informatori e portatori di notizie apprese nei borghi attraversati. Il
“Bunsi” raccontava ad Ausilia che sovente gli capitava di condividere i
suoi arrivi alla “Verna” con un compagno di sventura, il “Quajensa”. Un
tipo divertente, già dall'aspetto fisico, allampanato, con i calzoni
sempre alla tre quarti, la classica “macchietta”, una specie di
“giullare”, che animava la veglia serale nella stalla, facendo sorridere,
con i suoi giochi e racconti, le persone riunite al caldo animale.
Il “Quajensa” era una persona mite, dignitosa nella sua trasparente
indigenza: si annunciava con l'inconfondibile andatura, a passettini
brevi, vagamente alla “Charlot”, avvolto nell'eterna mantellina sdrucita
dal tempo, con la barba bianca, talvolta lunga, ma mai trasandata ed
incolta. Come si guadagnava il piatto di minestra serale? Raccontando
episodi della sua vita errante di nomade, facezie, favole o storie vere,
elaborate poi con fertile immaginazione. Narrava, con mosse e gesti da
vero istrione, fiabe e aneddoti a getto continuo, oppure fatti accaduti
veramente, che catturavano l'attenzione degli ascoltatori per la fitta
trama, l'intensità e l'imprevedibilità degli sviluppi.
Al tono serio alternava spesso quello comico, sconfinando talora nel
genere licenzioso e sboccato, facendo scappare alle donne presenti qualche
smorzata esclamazione di stupore o qualche mezza risatina malamente
soffocata! Se non gli andava di parlare il “Quajensa” attirava
l'attenzione con movenze da saltimbanco, si esibiva in una capriola, in un
qualche movimento atipico del suo corpo, lungo e stanco.
Non sempre la flessione, la giravolta, gli riuscivano, ma la gente si
divertiva ugualmente, per qualche istante dimenticava crucci e
tribolazioni e andava a dormire allegra. Finita l'esibizione l'estroso
“camminante” non si abbandonava esausto su di un letto di paglia ricavato
accanto alla mangiatoia delle mucche: “Alla paglia preferisco il profumo
del fieno”, rispondeva all'invito di chi lo invitava a passar la notte al
caldo del fiato delle mucche.
«Il “terzuolo”, il fieno
tagliato in agosto, se è stato fatto essiccare bene, restituisce, oltre al
profumo, anche il calore che ha assorbito in estate», era la personale teoria
che il “Quajensa” sosteneva, avviandosi all'uscita della stalla.
Prima di eclissarsi nel buio della notte aggiungeva, rivolto agli ultimi
spettatori delle sue esibizioni:
«Il cielo è la mia casa!
Quattro pareti, anche lontane fra loro, mi danno l'impressione di
soffocare!»
Nel fienile della “Verna” aveva ricavato una vera e propria tana,
profonda, con un buco d'accesso, che poi ostruiva parzialmente con una
manciata di fieno. A volte, il giorno successivo all'arrivo, stava
rintanato fino al pomeriggio, altre, invece, partiva all'alba, secondo i
piani prestabiliti, tenendo conto della stagione, dei generi di raccolta
in atto, dal riso al mais, dal grano all'uva, dalle pesche agli ortaggi.
In primavera andava pazzo per i ravanelli, quasi eccitato dal colore rosso
dell'ortaggio che spuntava fra le primizie negli orti. Ne raccoglieva due
o tre, col permesso, o anche senza, dei proprietari, poi li sbatteva
ripetutamente sul palmo della mano aperta per ripulirli del terriccio
rimasto, quindi li strofinava un paio di volte sul fianco dei pantaloni e
li intingeva in un involucro di carta incerata, contenente del sale, che
si portava sempre appresso. Con un coltellino, dalla lama pieghevole,
saltato fuori al momento giusto, li tagliava a spicchi e, ad uno ad uno,
li infilava in bocca.
Diceva che gli procuravano le sensazioni più piccanti e le emozioni più
forti della sua vita! D'autunno, invece, si accontentava di qualche mela
ma, con l'arrivo della stagione fredda, l'alimento principale per lui
diventava l'irrinunciabile cotica di lardo. Era il cibo più adatto a
fornire calorie, quando il fiato si condensava in brina bianca sui peli
della barba e lo stomaco reclamava sostanze il più possibile nutrienti.
Per questo il “Quajensa” cercava di far coincidere il suo arrivo nei
cascinali con un evento tradizionale da secoli per la popolazione
campestre: l'uccisione del maiale! Era un rito cruento, ma crudelmente
necessario, tramandato di generazione in generazione. Il maiale costituiva
la risorsa più sicura di cibo famigliare per tutto l'inverno, con la
preparazione di olle e “duje”, ripiene di salami, “spalle”, “mule”, che si
conservavano fino all'estate.
Il “Quajensa” conosceva a memoria tutti gli atti del macabro rituale. Lui
preferiva giungere ad esecuzione avvenuta, quando la carcassa del suino
penzolava ormai dai pioli di una scala, appesa per le zampe posteriori Le
urla strazianti dell'animale in agonia gli penetravano nel cervello e gli
procuravano quasi una fitta dolorosa e pungente. Le bestie, lui, le
considerava parte integrante della natura, creature viventi, sia pure
istintive, senza il dono della ragione, per lo più marchiate da un destino
avverso e spietato, venute al mondo per essere sfruttate e poi uccise
dagli uomini, ancor più sventurate della categoria di emarginati a cui lui
stesso apparteneva.
Una volta aveva accettato di farsi seguire da un cane, che, per un po',
gli aveva tenuto dietro nei suoi vagabondaggi e poi, per una malattia
contagiosa, era morto, procurandogli una sofferenza che non era abituato a
provare e che aveva impiegato parecchi giorni a smaltire. Da quel momento
aveva giurato di non legarsi più affettivamente con nessuno, sia persone
che animali. Preferiva non creare preamboli e condizioni che influissero
poi sul suo umore e sui suoi stati d'animo. Non aveva casa, parenti,
legami fissi: il suo proposito era vivere alla giornata.
Se gli andava di scherzare, conosceva il repertorio di gesti, mosse,
copioni e battute per una recita a soggetto, che gli valesse un piatto di
minestra; se, invece, la malinconia lo attanagliava e ottenebrava il suo
estro di giullare e cantastorie, se ne stava rintanato nel fienile o nel
primo giaciglio in cui gli capitava di rifugiarsi.
Quando incontrava il “Bunsi” non avevano molto da dirsi: i due
presentavano caratteri diversi, uno era portato all'isolamento, al riposo,
dopo le pseudo-recite teatrali cui era obbligato per recuperare il
necessario alla sopravvivenza, l'altro invece cercava l’approccio, il
contatto umano, specie di madri e ragazze da marito, per esprimere al
meglio le sue risorse fruttifere!
Uno era “affabulatore”, “giocoliere”, l'altro “disegnatore”, “modellista”.
Il “Bunsi”, oltre a prefigurare concretamente il vestito per il giorno
nuziale, forniva anche alle future spose utilissimi suggerimenti
riguardanti l'intero corredo, le decorazioni delle tovaglie portate in
dote, le lenzuola, i centri ricamati. Per questo Ausilia gli dedicava la
maggior parte delle sue giornate, trovando nella compagnia del
“camminante” un diversivo preferibile allo starsene chiusa in casa a
rimuginare sulle amicizie perdute o sulla monotonia incontrata alla “Verna”.
E il “Bunsi” le narrava della sua vita avventurosa, delle sue conoscenze,
dei suoi “amici”, di un “compare” che valeva più di lui e del “Quajensa”,
perché aveva fatto strada in quella speciale gerarchia di gente che viveva
tra la legalità e la trasgressione. Un salto di qualità che era valso al
“compare”, diventato famoso o famigerato, a seconda dei punti di vista, la
possibilità di vantarsi come il “re dei camminanti”, com'era definito da
tutti, un tipo che stava alla pari per notorietà con Mayno della Spinetta,
l’“imperatore delle Alpi”, nemico di Napoleone, o con Stefano Pelloni, il
“Passator cortese”.
Il “re dei camminanti” si distingueva dagli altri per caratteristiche
particolari: si presentava sempre ben vestito, con due baffetti coltivati
con cura, aggiustati con le forbici, l'orologio, appariscente, di gran
marca, nel taschino, appeso alla catenella luccicante!
Quest'immagine d'eleganza, unita all'aspetto fisico gradevole, i capelli
biondi imbrillantinati, con una scriminatura perfettamente diritta, gli
erano valsi a farlo riconoscere con un soprannome accattivante, al
vezzeggiativo: il “Biondin”.
Qualcuno, per la durezza e la decisione con cui agiva, non esitava a
chiamarlo, senza mezzi termini, “brigante”, ma lui, specie col gentil
sesso, ai modi cortesi sapeva unire altre piacevoli raffinatezze:
inimitabili tecniche di corteggiamento e un'abilità di ballerino che
faceva invidia a tutti i coetanei maschi che affollavano le aie,
rallegrate da musiche nella stagione delle mondine, o i balli a palchetto
durante le sagre campestri. Nei valzer si esibiva in volteggi così veloci
da far girare la testa alle ballerine d'occasione, in senso fisico, ma
spesso anche metaforico, sentimentale!
Ausilia si mostrava colpita da tali narrazioni:
«Ma non è mai capitato alla
“Verna” un “camminante” di questa specie, simile a quello che mi descrivi?» chiedeva, attratta dalle
descrizioni e dai ritratti, stavolta a parole, del “lardin-disegnatore”.
Il “Bunsi” allora parlava di altre cascine, di simpatie e protezioni
femminili di cui il “re dei camminanti” godeva. La ragazza appariva
attratta dalla figura di quell'avventuriero, che sembrava uscito da uno
dei libri d'appendice o dei “feuilleton” che lei leggeva, recuperati in
qualche modo, magari all'insaputa della madre. L'insistere del “Bunsi”
sullo straordinario ascendente esercitato dal “Biondin” sulle donne, in
particolare sulle ragazze della sua età, accentuava sempre più l'interesse
di Ausilia per la vita di quell'avventuriero. Al “Bunsi” domandava, quasi
con un'ombra di gelosia, delle protezioni femminili di cui godeva nei
cascinali, di che genere fossero, e come venivano praticate.
«Il “Biondin” è un buon
parlatore, tanto da sembrare un professorino di Oxford o un incantatore di
menti romantiche, sognanti. Le donne, specialmente le ragazze, ne
rimangono stregate”».
All'insistere di Ausilia per conoscere i nascondigli, le cascine in cui il
“brigante rubacuori” godeva di millantate protezioni, il “Bunsi”
rispondeva:
«Si dirige spesso alla
cascina Marchesa, alla Generala, alla Masina, quando si lascia alle spalle
le Quattro Madame, il Valverse, la Sorte, l'Alemanna. Quella che, però,
preferisce è la cascina Campesio».
Ausilia, frastornata dalla successione di nomi, chiese spiegazione di
quella preferenza finale:
«La voglia di divertirsi! Il
“Biondin” sa bene dove, nella stagione giusta, si tengono banchetti
sull'aia e poi balli al suono allegro di una fisa».
«Il Campesio in che
direzione si trova?” si sentì chiedere infine il “Bunsi”, con un malcelato
senso di “nonchalance», che traspariva evidente
dalle parole della ragazza.
Il “camminante”, dopo una breve riflessione, rispose:
«Il Campesio si trova dopo
il torrente Cervo, verso le prime colline del Biellese. Il “Biondin” non
ha alcuna difficoltà a raggiungere quella cascina, come tutte le altre tra
le risaie del Novarese, della Lomellina, del Vercellese! Lui in una notte
è capace di fare spostamenti incredibili, anche di cinquanta chilometri».
Non sapeva il “Bunsi” che anche Ausilia amava le lunghe camminate, quelle
che la portavano certe volte, quand'era ancora nella Bassa vercellese,
fino ad osservare da vicino il castello di Camino, sulle prime alture del
Monferrato. Ma quella volta il “camminante” disilluse la sua giovane
amica, dissuadendola dal seguirlo ancora.
Aveva deciso di partire dalla “Verna”, di andare a chiedere ospitalità ed
elemosina da qualche altra parte, ma non voleva che Ausilia gli venisse
dietro:
«È ora che te ne torni a
casa. La gente del cascinale potrebbe pensar male sul tuo conto, e poi tua
madre avrà già preparato la cena!»
L'accompagnatrice del “lardin” provò a ribattere debolmente, ma il “Bunsi”
non si era mai mostrato risoluto e deciso come quella volta. Se ne andò da
solo, proprio in direzione delle montagne biellesi del Campesio. Ma sapeva
che, con una sola marcia ininterrotta, non ci sarebbe mai arrivato. Lui
non era il “Biondin”!
La meta più vicina, concessa alla sua resistenza ai chilometri di cammino,
era la “Marchesa”, o la “Masina”, la cascina che portava il nome dei conti
di Masino, gli antichi nobili proprietari di quelle terre. Lui non aveva
innamorate segrete, protettrici che l'attendevano!
Si sarebbe accontentato, felicemente, anche di un giaciglio, un misero
fienile, dove appoggiare le ossa, macilente e stanche per il peregrinare
continuo, i mozziconi di matita ed i fogli spiegazzati che si portava
sempre in tasca.
Il “Bunsi”, ogni volta che approdava ad un nuovo cascinale, nutriva sempre
la speranza di disegnare, su qualsiasi superficie di qualsivoglia
frammento di carta, qualche abito da sposa, per poter poi fermarsi magari
a qualche osteria e, con i pochi soldi guadagnati come ricompensa per i
suoi “modelli”, bagnarsi la bocca, prima di salire su di una scala a
pioli, di legno traballante, appoggiata a qualche fienile.
In lui il vizio, e la sventura, da cui la sua vita era stata
abbondantemente contrassegnata, non avevano per niente oscurato il genio
innato, ma lo avevano semplicemente costretto ad esprimersi per vie
terribilmente più complicate e tortuose!
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