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La campagna si allungava languidamente verde fino alla linea d’orizzonte e
poi avanti ed avanti ancora, che non si sarebbe mai riusciti a trovarne la
fine.
Così erano una volta i dintorni del piccolo borgo di Torrevecchia,
specialmente in agosto: un’interminabile distesa di coltivazioni e campi
arati, accesa di colori netti e senza sfumature per la particolare
incidenza dei raggi di un sole onnipresente, ma soprattutto immobile per
assenza assoluta di vento. Così tanto immobile da sembrare addormentata al
ritmo cantilenante del frinire lento delle cicale, persistente richiamo
d’amore, intonato da mezzogiorno fino al tramonto inoltrato.
Al borgo vero e proprio ci si arrivava percorrendo una sequenza
interminabile di viottoli sterrati e sentieri, si fiancheggiava il canneto
ai bordi dello stagno, unico irriducibile superstite della bonifica
dell’area paludosa, fino a passare sotto un arco tufaceo di epoca romana
di cui gli abitanti del borgo andavano parecchio orgogliosi perché grazie
ad esso ed a nient’altro si poteva star certi che la storia, in fondo,
fosse passata anche da quelle parti. L’arco immetteva direttamente in
piazza, un impianto ad emiciclo disegnato dalla disposizione ordinata del
convento dei frati minori, un bar e quattro palazzine bianche in stile
rurale pressoché identiche per forma e dimensioni. Dalla piazza partivano
tre vie radiali, tutte fatte a scale piuttosto ripide, attraverso cui ci
si poteva addentrare tra i piccoli ed intricati vicoli del borgo,
cresciuto per sovrapposizioni ed aggregazioni spontanee di costruzioni
susseguenti. Al centro della piazza, di fronte all’arco romano, si trovava
una coppia di edifici a due piani, con le scale esterne per raggiungere il
livello superiore, uniti da un supportico di un paio di metri di lunghezza
e scanditi dal ritmo scultoreo di tre finestre basse, di forma grosso modo
ogivale. Una sola via si poteva seguire passando sotto al supportico: una
stradina in lieve pendenza che costeggiando i fianchi di qualche
costruzione si allungava tra gradoni e tratti piani fino a raggiungere
l’altro lato della piana coltivata. Qui lo scenario cambiava di nuovo
improvvisamente: vasti campi di tabacco e grano alternavano cromie tra
toni di verde carico e giallo ocra, precedendo l’ampia zona degli uliveti.
Da lì, seguendo la traccia terrosa di un lungo sentiero, si arrivava alla
tenuta del marchese Calò.
Che Giuseppe Calò avesse effettivamente origini nobiliari non c’era prova,
fatto salvo un antico stemma con tanto di blasone che teneva esposto sul
camino nel salone principale di casa e che, in verità, sarebbe potuto
appartenere a chiunque, ma la gente di Torrevecchia lo chiamava così: “il
marchese”.
Di certo aveva avuto la fortuna di abitare l’angolo migliore in cui si
potesse vivere da quelle parti. La sua casa sorgeva nel mezzo, come
sospesa… Da un fianco aveva la montagna e dall’altro, ad ovest, in
lontananza, guardava verso il mare; quando l’aria era nitida e senza
foschia si riusciva perfino a distinguere le piccole sagome puntiformi
della gente che passeggiava lenta lungo la banchina del porto turistico, o
di notte a vedere le luci tremolanti del molo riflesse sul pelo argenteo
dell’acqua. Allora il marchese se ne andava sulla terrazza più alta di
casa e da lì, con un bicchiere del suo vino migliore tra le mani, se ne
stava ore ed ore a sorseggiare la sua solitudine. Perché sebbene ormai da
molti anni l’intera vita della comunità del borgo ruotasse decisamente
attorno alla sua fiorente attività, il marchese Giuseppe Calò era un uomo
irrimediabilmente solo.
La solitudine era connaturata al suo vivere, non tanto per indole o per
fatalità, quanto come scelta consapevole attraverso cui proteggersi dai
legami troppo forti con gli uomini e dagli errori che ne possono derivare,
come conseguenza del proprio egocentrismo. Quando sei solo non rischi di
ferire nessuno, né di essere ferito a tua volta se non da te stesso.
Perciò non aveva una compagna, né figli. Non aveva altri che i suoi
vecchissimi e fedeli contadini, ed i loro figli, ed i figli dei loro
figli: alcuni lavoravano nei suoi campi, altri al frantoio, altri ancora
alla produzione dei formaggi e dei latticini. Ogni pomeriggio Giuseppe
Calò faceva il giro delle sue proprietà a bordo di un vecchissimo tre
ruote, un Ape giallo, alimentato a gas, unico esemplare motorizzato che si
potesse veder circolare da quelle parti. Visto da lontano pareva un
gigantesco insetto, dal ronzio sottile, sospeso a mezz’aria tra il cielo
blu ed il verde della piana. Alla fine del giro si fermava alle vigne.
Vicino casa. Camminava a capo chino tra i filari di alberi bassi e
controllava i grappoli d’uva uno ad uno. Aveva fatto della produzione del
vino un fatto di passione e per giunta la sua fortuna.
Inconfondibili le sue bottiglie: l’etichetta color avorio e le scritte
eleganti, in corsivo; il marchio in alto, ben evidente: un arco solitario,
immerso nei colori caldi della terra e del tramonto, arancio, giallo e
terra di Siena, interrotti soltanto dal bianco latte di un sentiero che
dal centro dell’arco sembrava distendersi, sinuoso, per arrivare lontano,
ben oltre l’infinito. Ed era quella, infatti, la sensazione che il
marchese avrebbe voluto si provasse nel gustare il senso, più che l’aroma,
del suo vino: la percezione dell’infinito; che fosse filtrata attraverso
quel colore bianco brillante, frammentato di riflessi verdognoli, e dosata
nella degustazione di un sapore intenso ma leggero, liscio come seta
liquida ed accarezzato da un lontano sentore di mandorle dolci.
La vendemmia era un rito solenne, di antica memoria, alla tenuta del
marchese Calò; per diversi giorni, prima di cominciare le operazioni di
raccolta dell’uva, gli uomini migliori imbiancavano a calce le pareti
delle cantine e lavavano ripetutamente le botti vuote in legno di rovere;
poi le riempivano d’acqua fresca, per verificare che la tenuta fosse
perfetta. C’era un vecchissimo contadino, detto Tino, addetto a
controllare il lavoro e sovrintendere a tutte le operazioni preliminari:
dava ordini perentori masticando tabacco ed ogni tanto borbottava qualcosa
a mezza voce, lagnandosi dell’inefficienza delle nuove generazioni
ogniqualvolta i più giovani si perdevano in chiacchiere durante il lavoro.
Il primo giorno di vendemmia aveva il sapore di una celebrazione rituale,
caricata di emozioni semplici ma autentiche ed enfatizzata
dall’eccitazione euforica che insorgeva spontanea nel popolo della piana
non appena si iniziava a parlare del vino nuovo: la raccolta cominciava
nelle ore più fresche, quelle del tardo pomeriggio, di fine agosto. Le
donne indossavano il costume tipico del paese e portavano i capelli
raccolti in trecce, rigirate attorno al capo come fossero ghirlande; i
contadini, con i cappelli di paglia ed i pantaloni color tabacco, si
riunivano ai bordi del vigneto con le ceste di vimini sotto braccio, e
facevano scommesse su chi tra loro avrebbe raccolto i grappoli migliori.
Ognuno portava tre ceste: una per l’uva eccellente, una per quella
“normale” e l’ultima per gli scarti. Poi il marchese faceva il suo
discorso: un’elegia del vino in piena regola, accompagnata dagli applausi
della gente ed un brindisi augurale per tutti prima di cominciare. Era uso
frequente dare un po’ di vino anche ai ragazzini: portava buono, e poi il
vino fa buon sangue.
A tarda sera cominciavano i festeggiamenti: Tino accompagnava con la
fisarmonica le note rotolanti di una chitarra, ma ogni tanto perdeva una
battuta e dovevano ricominciare daccapo. I grappoli d’uva erano ovunque ed
i contadini avevano i piedi, le mani e la faccia sporchi di mosto di prima
spremitura. Le donne ballavano a piedi scalzi, con le gonne ampie raccolte
tra le mani, tirate su fino alle ginocchia e le trecce ormai sciolte, un
po’ dal vento un po’ dalla grande agitazione della festa. E tutta la gente
del borgo aveva un ricordo speciale legato alla vendemmia del marchese
come se, per effetto di un’alchimia particolare, in quell’occasione
dovesse necessariamente capitare qualcosa a qualcuno. C’era chi aveva
fatto per la prima volta l’amore, chi aveva avuto una proposta di
matrimonio, chi aveva scoperto la moglie chiusa nel capanno degli attrezzi
con un contadino più giovane, chi aveva annunciato di aspettare un figlio,
chi aveva cominciato a fumare e chi aveva deciso di smettere. C’era
perfino chi c’era morto nel bel mezzo della spremitura dell’uva…
L’unico a non aver più da ricordare era il marchese. A lui non succedeva
mai niente: così come la sua terra se ne stava nel mezzo a dividere le
montagne dal mare, così la sua vita scivolava nel mezzo di quelle degli
altri, a dividere il passato dal presente e sospesa, sfiorata appena dagli
altrui accadimenti, senza picchi né discese improvvise, come la piana
verde e miele nei dintorni del borgo di Torrevecchia.
Poi un giorno gli capitò qualcosa. Era d’estate e non c’era vento né la
remota speranza di qualche zona d’ombra dietro cui potersi nascondere.
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L’uomo col panama bianco superò l’arco romano a passi lunghi, sotto
il sole cocente delle tre di un pomeriggio particolarmente afoso, ai primi
di agosto. In piazza si fermò alla fontanella, si sciacquò il viso e si
bagnò i capelli, abbandonandosi al refrigerio di quella frescura liquida
che restituiva lucidità ai suoi pensieri, temporaneamente abbagliati dai
riflessi incandescenti del sole, riverberati dal bianco accecante delle
pareti delle piccole costruzioni intorno. Il borgo a quell’ora del
pomeriggio era immobile come una statua, silenzioso al punto da sembrare
l’ultima propaggine di una città fantasma, disabitata da anni. Ma l’uomo
non si curò di questo: non aveva l’aria di uno che ha l’abitudine di
chiedere informazioni né di cercare compagnia.
Sedette per qualche minuto sul primo gradino della chiesa, frugandosi
nello zainetto che portava in spalla per estrarne i resti di un panino al
salame consumato per più di metà. Ne mangiò un paio di bocconi, poi
riprese a camminare. Procedeva con la decisione di chi sa perfettamente
dove andare, riconoscendo la strada per esserci già stato, tuttavia
camminava lentamente, soffermandosi su dettagli insignificanti delle
cromie della piana e sui rumori impercettibili della campagna.
Quando arrivò nei pressi della tenuta trattenne il fiato alla vista dei
vitigni del marchese Calò, ordinatamente disposti in filari. Alberi esili
coi tralci protesi, avvinghiati gli uni agli altri ed ancora colmi di
grappoli d’uva gonfi di sole: una distesa silenziosa in cui il verde
carico dei pampini si mischiava armoniosamente all’oro intenso dei
chicchi. Si soffermò su quella scena diversa per lui che veniva dal mare…
Era abituato ad altri odori. A colori accesi di blu cobalto e verde
evanescente. Al rumore, ora musicale ora inquietante, dei moti ondosi. Poi
si cercò un angolo appartato di terra molle e scura, in prossimità di un
cespuglio di agavi dietro al capanno degli attrezzi agricoli, si calò il
cappello sugli occhi e lì rimase nel dormiveglia ad aspettare che
scendesse la sera, perché da sempre la considerava più conciliante
rispetto a qualunque cosa avesse in mente di fare.
Il frinire delle cicale ad un certo punto prese a farsi sempre più
insistente come se queste, nell’intonare l’ultima canzone del giorno,
volessero imprimerle un ritmo incalzante, capace di durare nella memoria
fino al mattino successivo, nonostante i rumori strani che avrebbero poi
animato la notte. L’uomo col panama bianco si lasciò trasportare da quella
musica lieve lungo l’arco discendente del tempo che passa veloce ma
inciampò nei ricordi che invece non passano. Quasi mai.
*******
Una volta c’erano i quindici anni, pantaloni corti e gambe secche,
piene di graffi. C’erano le corse in bicicletta fino allo stagno, a caccia
di rane… C’era il vino trafugato dagli scaffali più alti della cantina e
le notti d’estate passate a progettare una casa in cima alla quercia,
alle spalle del vigneto. C’era il sole di agosto ed il segno bianco della
canottiera sulla pelle. C’era il viaggio in montagna, con le provviste per
una settimana, per andare a guardare i cavallini selvatici e riuscire ad
accarezzarne uno… non si sa mai.
Una volta c’era il senso intimo di appartenere alla stessa storia, nel
mezzo di tante altre storie e vicende umane...
E poi capitano certe cose inaspettate e lo specchio dell’anima si frantuma
in milioni di piccolissimi pezzi, impossibili da riattaccare.
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L’uomo col panama bianco sobbalzò improvvisamente sentendo un
rumore di passi alle sue spalle. Nel voltarsi scorse la sagoma imponente
di Giuseppe Calò che s’avvicinava lentamente. La sua lunghissima ombra si
stendeva in terra contro sole.
«Ehi», disse Calò sollevando un braccio, «posso aiutarvi?»
L’uomo si tirò su in piedi, si tolse il cappello e lo strinse in una mano
goffamente; si massaggiò gli occhi ancora appannati di sonno e poi di
seguito la folta barba che gli copriva il viso. Faceva sempre così
quand’era in imbarazzo.
«Scusatemi», disse, «mi sono fermato a riposare nella vostra proprietà.
Non volevo disturbare».
«Nessun problema amico», disse Calò allargando le braccia, «la campagna in
agosto concilia il sonno. Siete diretto da qualche parte in particolare?»
L’uomo abbassò la testa quando Giuseppe Calò gli fu vicino con la mano
tesa e strinse la sua vigorosamente.
«In verità vorrei fermarmi da queste parti per un po’», disse, «sto
cercando un lavoro temporaneo ed un posto dove stare fino all’autunno. Poi
mi imbarcherò di nuovo. Sono un marinaio».
Giuseppe Calò squadrò l’uomo da capo a piedi: aveva una corporatura
robusta ma asciutta, se fosse stato anche alto avrebbe avuto un fisico
perfetto ma in realtà sfiorava appena il metro e settanta, tanto che Calò
provò imbarazzo nel guardarlo in giù dai suoi centottantacinque centimetri
di altezza. Non mostrava più di quarant’anni e parlava in modo distinto,
senza un accento particolare. Sarebbe stato difficile stabilire da dove
venisse esattamente, anche se i tratti del viso ed i colori lasciavano
ragionevolmente presumere si trattasse di un uomo del sud. Fu Calò a dare
il via alle presentazioni.
«Mi chiamo Giuseppe Calò» disse.
«Giacomo Randazzo» rispose l’uomo schiarendosi la voce, mentre il panama
bianco nella sua mano sinistra assomigliava sempre più ad un cartoccio di
alici.
«Siete fortunato», disse Calò, «siamo nel periodo della vendemmia e due
braccia in più mi possono sempre servire. Ho sistemato di recente il mio
vecchio capanno ed ora c’è tutto quel che serve anche per dormirci, se
sapete adattarvi ovviamente».
L’uomo col panama bianco sapeva adattarsi.
Cominciò a lavorare alla tenuta fin dalla mattina successiva: si occupò
della cantina e delle botti, spaccò legna da ardere e lavorò anche
nell’orto e nella vigna. Calò non poteva fare a meno di notare quanto, per
essere un marinaio, Giacomo Randazzo se la cavasse egregiamente con la
pala. Forse perciò lo osservava con una curiosità che difficilmente
avrebbe avuto nei riguardi di altre persone e si accorgeva che per quanto
fosse un tipo schivo, che non lo si vedeva mai a parte nelle ore di
lavoro, aveva poi qualche comportamento bizzarro ed una malinconia latente
che suscitavano in Calò un’inquietudine che non riusciva a decifrare. Di
sera si fermava a lungo fuori dal capanno, seduto per terra. Guardava le
stelle e pensava. Improvvisamente scuoteva la testa e poi rideva così,
senza nessuna ragione. Nelle ore di pausa tirava a lucido l’Ape giallo e
più di una volta lo si vedeva con la testa nel motore: trovava sempre
qualche ingranaggio da lubrificare o qualche diavoleria meccanica fuori
posto, necessariamente da riparare. Era un eccellente meccanico.
Passò così il tempo. Lento. Identico a qualunque altro tempo fino alla
notte del primo giorno di vendemmia.
*******
C’era ancora gran confusione alla tenuta del marchese Calò intorno
alla mezzanotte, quando iniziò ad alzarsi il vento.
L’annata si preannunciava ottima per il vino nuovo: solo tre ceste di
scarti e per il resto esclusivamente uva eccellente. I contadini ballavano
sull’aia e corteggiavano spudoratamente le donne ubriachi di euforia,
mendicando una notte d’amore.
L’uomo aveva lasciato il panama bianco nel capanno da quand’era arrivato,
qualche settimana prima, ma s’era messo un cappello di paglia per
partecipare alla raccolta dell’uva; aveva ostentato un’esperienza
insospettabile nella vigna e distribuito consigli sulla prima spremitura
con insolita eloquenza. La raccolta era finita da un pezzo quando se ne
tornò al capanno. Si tolse i vestiti sporchi ed indossò una camicia bianca
ed un pantalone di lino senza tasche con le pieghe risvoltate un po’ più
su delle caviglie. Per l’occasione decise di rasarsi la barba con un
coltello molto affilato e del sapone alla lavanda. Indossò il suo panama
bianco ed uscì fuori. La fisarmonica di Tino riusciva a stento a tener
dietro alla chitarra e l’odore di brace d’agnello si mischiava alla musica
confondendo l’ordine percettivo dei sensi. Le bottiglie del marchese erano
un po’ ovunque. Il vino fresco di cantina. Ma l’uomo aveva preso un
bicchiere di mosto di prima spremitura quando andò verso la casa. Entrò
nel salone al piano terra misurando i passi uno ad uno ed avrebbe voluto
camminare a qualche centimetro da terra per non sporcare il marmo lucido
dei pavimenti. Un vecchissimo pianoforte verticale stava in fondo alla
sala, in disuso da anni. L’uomo schiacciò due tasti e valutò lo stato
pessimo dell’accordatura. Sorrise ed appoggiò il panama bianco sulla
schiena del piano; sul cappello spiccavano due grosse iniziali color
tabacco ricamate in un bel carattere corsivo: G C.
L’uomo sedette sullo sgabello di velluto blu e cominciò a suonare,
lentamente e senza enfasi. I capelli piuttosto lunghi gli scivolarono sul
viso e lui chiuse gli occhi lasciandosi andare nella musica. Non si
accorse di Giuseppe Calò che, entrato nel salone, si era accostato al
piano e col panama tra le mani lo fissava come stesse guardando un
fantasma.
«Dove hai preso questo cappello?» mormorò Calò ad un certo punto,
spezzando a metà l’esecuzione tentennante di un minuetto di Mozart.
L’uomo girò un poco la testa e i due per un momento si guardarono negli
occhi.
«Me lo regalò qualcuno», rispose lasciando rotolare le dita da un lato
all’altro della tastiera, «ma forse è più giusto che lo tenga tu».
Giuseppe Calò indietreggiò di qualche passo senza smettere di fissare
negli occhi l’uomo al pianoforte.
«Mio Dio…» disse sgomento. «Tu sei Andrea…»
*******
La famiglia era importante in casa Calò, un luogo intangibile di
cui far parte, assomigliandosi per tradizione e trasmissione reciproca.
Salvatore Calò lo aveva insegnato ai suoi figli come principio essenziale
su cui fondare la vita. La famiglia prima di tutto. E poi la casa.
Difenderla, rispettarla, far crescere con passione ciò che era stato
costruito, dare l’anima ai campi, alla vigna, al silenzio della piana,
alla terra. Concentrare in ciò la propria forza e la propria
determinazione. A qualunque costo.
Giuseppe, quand’era ragazzino, lo chiamavano Pippi. Portava il nome di suo
nonno e non aveva mai avuto dubbi sul fatto di volergli assomigliare… Il
Grande Vecchio aveva una saggezza ben più grande di qualunque cultura e
l’abitudine di guardare negli occhi la gente, da sotto le falde del suo
panama bianco, per intuirne l’anima. Gli bastava questo per capire le
persone.
A tredici anni Giuseppe finì la scuola rurale e cominciò a lavorare nei
campi, orgoglioso di essere diventato un uomo; era il tempo delle corse in
bicicletta e dell’estate in montagna a cercare i cavallini selvatici. Era
il tempo in cui spiegava ad Andrea i segreti della vigna e di nascosto
bevevano il vino a tarda notte, chiusi nella cantina del podere, allora
ancora molto piccolo. Andrea era suo fratello.
Andrea ammirava Giuseppe per quel modo assoluto di avere già da ragazzino
tutte le certezze del mondo e di sapere già cosa essere e cosa diventare e
ciò che è giusto e cosa non lo è. Dividevano i sogni e la necessità di
parlarsi. A proposito di qualunque cosa. Erano molto più che amici e molto
più che fratelli. Progettavano di condividere per sempre la stessa casa,
la stessa terra, la stessa vigna e la stessa vita.
Ma poi crescendo Andrea cominciava a cambiare. Si guardava intorno e non
gli bastava più. Voleva studiare. Voleva diventare veterinario. Voleva
suonare il pianoforte, forse imparare da un maestro, introvabile da quelle
parti. Voleva sognare.
Giuseppe avvertiva in quel cambiamento un pericoloso momento di crescita
in cui non avrebbe saputo mai che posto avere, ammesso che potesse averne
uno. Per la prima volta si sentiva spiazzato: la necessità di
assomigliarsi vicendevolmente nelle scelte, nei desideri e nelle abitudini
che aveva imparato da suo padre era adesso negata dalla diversità di suo
fratello che sembrava viaggiare lungo una strada sempre più divergente
piuttosto che parallela alla sua vita. Ogni volta che Andrea sedeva al
piano, Giuseppe si sentiva morire. E così ogni volta che lo vedeva
compilare i cedolini postali per farsi spedire qualche libro da chissà
dove, coi pochi soldi che suo padre poteva regalargli per il lavoro nella
vigna. Ed ancora ogni volta che di notte se restava da solo per ore,
seduto in terra, con la schiena appoggiata al muro del capanno degli
attrezzi agricoli e gli occhi persi nelle stelle a cercarsi il sogno di un
probabile futuro. Andrea aveva quindici anni quando il nonno gli regalò il
suo panama bianco, con le iniziali ricamate sopra in cotone color tabacco.
Era notte di vendemmia e s’era alzato il vento. Tino aveva quarant’anni e
con la fisarmonica andava come un dannato. Prima di dargli il cappello, il
Grande Vecchio gli mise una mano sulla spalla e disse: «Troveremo i soldi
per mandarti a scuola, in città; tu potrai cercarti un lavoretto e darci
una mano come puoi. Ma non lasciare che l’amore che hai per la famiglia e
per la tua terra faccia di te, domani, l’uomo che non sei. Prenditi il
futuro Andrea. Non rinunciare».
Poi gli mise sulla testa il panama bianco, più grande di tre taglie buone
che gli copriva gli occhi, e concluse: «Questo starà con te, ovunque
andrai. Mi ha fatto buona compagnia in tutti questi anni, e mi ha
insegnato che alla gente come me basta un cappello bianco per sognare. A
me è sufficiente chiudere gli occhi lì sotto. Ma tu sei diverso, hai
grandi sogni tu, grandi obiettivi. È giusto che il mio cappello cambi
aria. Proteggerà i tuoi sogni e li avvicinerà ai miei». Giuseppe guardò
tutta la scena, nascosto come un ladro dietro la vecchia quercia su cui
avevano in mente di costruire un piccolo rifugio privato fatto di assi di
legno e paglia intrecciata. Aveva le lacrime agli occhi. Si sentiva
tradito da suo fratello, dal nonno e dal panama bianco che aveva sempre
creduto sarebbe stato suo, per tradizione. Si sentiva ferito da un’assurda
sensazione di abbandono, da un dolore lancinante che gli stringeva lo
stomaco trasformandosi lentamente in collera per l’incapacità di accettare
la propria debolezza di fronte all’idea di aver paura di perdere suo
fratello. Perché questo pensava… Che Andrea sarebbe andato via, che
sarebbe cambiato e che quel cambiamento lo avrebbe reso migliore di lui e
per questo distante. Che le loro anime sarebbero divenute inconciliabili
quanto i rispettivi interessi. Era soltanto un ragazzino… non aveva
imparato che a riconoscersi nella somiglianza e non sapeva accettare ed
amare l’altrui differenza senza averne paura. Non fu una vendetta la sua,
ma soltanto un dispetto innocente con disastrose conseguenze. Quando
andarono a dormire, nel silenzio assoluto della camera in soffitta si tirò
su a sedere al centro del letto e con spietata freddezza mormorò:
«È giusto che tu voglia andartene. Doveva succedere prima o poi. Non sei
figlio di mio padre, non hai il mio stesso sangue. Non sei uno di noi. Ti
hanno preso in casa per pietà quand’eri piccolo» poi si girò su un fianco
e si mise a dormire.
Andrea si sentì gelare il sangue nelle vene. Se ne andò via quella notte
stessa ed a scuola non ci andò mai, ma girò il mondo sulle navi lavorando
come mozzo, col suo dolore in tasca e senza più sogni. Se ne andò senza
prendere altro che il suo panama bianco.
Se ne andò perché credeva a suo fratello… gli avrebbe creduto qualunque
cosa gli fosse venuta in mente di inventarsi.
*******
L’uomo col panama bianco raccontò la sua vita a Giuseppe Calò in
poche parole perché era convinto non ci fosse un granché da dire. Giuseppe
s’era messo a sedere sul divano rosso, di fronte al piano, e si teneva la
faccia tra le mani cercandosi dentro il coraggio per dir qualcosa, ma le
parole gli si fermavano in gola, proprio là dove un’arsura insopportabile
gli aveva tolto la capacità di deglutire.
«Insomma», disse Andrea porgendogli il cappello, «ho impiegato dieci anni
della mia vita per capire che la mia famiglia è quella che mi ha
cresciuto… è in questa casa, anche se non è qui che sono nato. E gli altri
quindici li ho passati a perdonarti per avermelo detto. Voglio che tu
abbia il cappello di tuo nonno».
Giuseppe Calò stava piangendo. Gli avevano insegnato che un uomo non deve
piangere mai, ma in quel momento non avrebbe saputo fare altro.
«Mio dio, Andrea», mormorò, «ero arrabbiato con te, avevo paura che te ne
saresti andato. L’ho detto solo per ferirti. Ero solo un ragazzino,
Andrea, me lo sono inventato. Ma perché diavolo mi hai creduto?»
L’uomo col panama bianco sentì il cuore fermarglisi in bocca, e lo
trattenne perché non gli schizzasse fuori. Ma venticinque anni in mare gli
avevano insegnato a guardare le cose da svariati punti di vista. Aveva
acquistato la calma dei giorni senza vento. Tacque per un paio di
interminabili minuti prima di rispondere: «Perché sei mio fratello»,
disse, «ti ho creduto perché sei mio fratello». Mise il panama bianco
sulla testa di Giuseppe Calò e poi sorrise; gli porse il suo bicchiere
ancora mezzo pieno di succo d’uva e mormorò: «Ricominciamo dal vino nuovo.
Ricominciamo da qua».
*******
Adesso c’è una superstrada che taglia in due la piana nei dintorni
di Torrevecchia, ma non ci passa mai nessuno. Però c’è ancora un Ape
giallo che schizza il suo insolito colore come un punto impercettibile sul
verde carico dei campi ed è talmente vecchio che pare impossibile cammini
ancora; a turno guidano due uomini. Uno indossa un panama bianco… suona il
piano con le stesse mani con cui lavora la terra. L’altro sta cercando di
imparare, ma proprio non trova mai una nota. Eppure si assomigliano, in
fondo. Sono i nipoti di Giuseppe Calò.
Quello alto si chiama Andrea ed in agosto, ogni tanto, s’alza ancora il
vento.
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