IL PICCOLO TORCHIO
TESTI ON LINE


Premio letterario “Dante Graziosi/Terra degli aironi”
 

DARIO BALZARETTI
Il compagno senza voce

«Fuoco alle micce!»
Era il momento più duro della battaglia. Tuttavia i difensori riprendevano ardimento, dopo avere lottato con i denti per respingere l’ultimo sleale attacco del manipolo di assalitori.
Dalle mura sgretolate del castello di Casalvolone il Pinin, magro come un chiodo, il corpo teso di muscoli e nervi, incitava i suoi eroici soldati al sacrificio per la patria. Un pomeriggio di gran caldo, con il cielo grigio. Sudava il Pinin: rivoli impetuosi gli solcavano il viso scarno, lasciando il segno del loro passaggio in aloni neri di polvere.
«Avanti miei prodi! Avanti…»
Anch’io, il Figheta, che suona più o meno come il pappamolle, mi infervorai al grido di guerra. Longilineo, secco secco, con un cappello di paglia in testa, di quelli che usavano le mondine, e segnato da una macchia indelebile che mi bollava per tutta la vita agli occhi degli altri soldati: studiavo il pianoforte e appunto per questo ero «il Figheta». Ma ce la mettevo tutta nel combattere per salvare la terra e gli affetti familiari.
D’improvviso una sghignazzata omerica sopraggiunse dalla piazza in segno di sfida. Provenne da quel territorio di nessuno dove erano accampati gli assedianti, sotto il comando del Fasulon; un faccione lunare seminascosto da uno scolapasta rovesciato sulla testa, che gli incideva la fronte di tanti puntini di sole; il ventre che lottava anch’esso per sfuggire dalle braghe corte e troppo strette. Era un manesco, il Fasulon, da cui bisognava stare alla larga, e tirava dei peti fragorosi: virtù che indiscutibilmente era l’invidia di tutti e soprattutto ne decretava la gloria di grande condottiero.
Dalle mura piovevano proiettili di ogni tipo: sassi, pezzi di legno, elastici ricavati dalle camere d’aria delle biciclette, trattenuti su manici di scopa con un chiodo e una molletta per il bucato, mentre il Pinin con il suo spadino di legno sbraitava.
«Issate i vessilli! All’assalto!»
Ma d’improvviso sul combattimento si abbatté il silenzio. Fu un istante lungo una vita, in cui il mondo sembrò morire di colpo.
Un refolo di vento trasportò solo un paio di sacramenti dall’osteria dove due coppie di vecchietti tiravano a briscola.
Il Pinin era rimasto sulla breccia con la spada levata e le membra protese verso gli assalitori, immobile, statuario con le braccia segaligne e rigate di muscoli. In basso, ai piedi del castello, il Fasulon era impietrito, le labbra atteggiate a O di Giotto, mentre il suo esercito pareva fossilizzato. Una ventina di occhi si erano girati in un unico punto, là, verso il portone del campanile, dove era fermo quel bambino che ci guardava ammirato e timido, coperto da un cappello di tela bianca. Furono istanti eterni, poi il Fasulon prese la bicicletta e raggiunse il cortile del castello. Si fermò con un balzo che gli fece traballare la pinguedine lungo i fianchi. Visto così, con lo scolapasta in testa e la maglietta sudata e sporca pareva un deficiente.
Restò per un paio di secondi con lo sguardo verso bambino, poi si girò verso il Pinin, quasi per cercarne l’approvazione, ma questi era ancora bloccato nella rigida posizione di stupore e pareva tutto assorto verso il Fasulon; non si capiva bene se per la sorpresa di quell’invasione di campo inaspettata o per la curiosità di sapere che cavolo avesse in testa l’altro condottiero.
Le intenzioni del Fasulon furono subito chiare. Fece un paio di passi in avanti e si trovò faccia a faccia con il bambino straniero. Lo scrutò come si scruta un animale esotico, mentre quello sgranava i suoi occhi neri da sotto il cappellino.
«Chi sei?» disse il Fasulon con la voce catarrosa, strizzando gli occhietti porcini.
Non ci fu risposta. Il bambino straniero continuava a fissarci, noi dell’esercito difensore, con uno sguardo pieno di ammirazione o chissà, di curiosità.
E fu allora che il Fasulon gli appioppò un ceffone sonoro su una guancia. Il bambino abbassò la testa come cane bastonato, senza capire. Due lacrimoni spuntarono dalle palpebre e scesero lenti verso la guancia percossa. Ma non si mosse, non disse una sola parola.
Il Fasulon sputò per terra, poi tornò a puntare il Pinin con il suo viso tondo come un pallone; arricciò le labbra e sollevò le spalle per dire che uno così non l’aveva mai visto e che se volevamo potevamo tenercelo noi, nel nostro esercito. Tuttavia non fece in tempo a parlare. Dal fondo della piazza spuntò sua madre, la Gina. La scopa in mano, ringhiante, tutta trafelata, sembrava cugina prima delle furie.
Il Fasulon capì che era ora di battere in ritirata e di tornare a casa a fare i compiti. Raccolse la bicicletta e barcollando ci saltò sopra. Quando fu vicino alla madre cercò di schivarla prendendo velocità, ma un paio di randellate lo raggiunsero dritto sulla schiena, producendo un suono cavo come di un tamburo.
Un coro di voci, all’unisono, iniziò a ferirlo; tutti quanti, difensori e assalitori, cantilenammo la canzone che quotidianamente concludeva la battaglia con la fuga strategica del Fasulon.
«Fasulon, Fasulon pien de caca! Fasulon pien de caca…»
Io gettai un’occhiata al quadrante dell’orologio sul campanile. Erano le cinque e iniziava la tivù dei ragazzi. Anche per me era il momento di indietreggiare. A casa mi aspettava lo schermo grigio del televisore con la rete che saliva in un tripudio di trombe e grancasse, per lasciare il posto a Rin tin tin.
A metà strada mi ricordai del bambino straniero. Mi girai, ma vidi solo il Pinin che desolato e ormai solo lasciava la sua posizione sulle mura.
La battaglia era finita ingloriosamente nella vergogna più nera per i due eserciti.

***

Dopo cena andavamo a giocare a bandiera per la strada, dove donne e uomini facevano capannelli seduti sulle sedie a chiacchierare, con i “vulcani” tra i piedi e strofinacci con cui flagellarsi per scacciare le zanzare.
Eravamo sudati fradici. La squadra del Pinin in cui ero inserito vinceva. Dall’altra parte il Fasulon sbuffava come un mantice. Odiava quel gioco perché c’era da correre, e lui ce l’aveva dura a portarsi in giro quel sacco di ciccia che teneva sulla groppa. Aveva già distribuito pugni e sberle a bizzeffe tra i suoi, rei di non sapere portare a casa un solo punto. Stravolto dalla rabbia.
E comparve il bambino. Era in compagnia di una donna giovane, bella, ben vestita, i capelli biondi e un golfino sulle spalle; una donna che, si vedeva a un miglio di distanza, era troppo diversa da noi del paese. Camminavano sul marciapiede. La donna cercava di sorridere a qualche gruppo di donne e uomini che la guardavano sospettosi. Il bambino rivolgeva lo sguardo dalla nostra parte. Vestiva dei bei pantaloncini blu e una camicia bianca. Un damerino che suscitava curiosità, e una certa invidia forse.
Passarono, continuando la passeggiata verso le ultime case, là dove si apriva la campagna e il fresco che veniva dalla terra e dagli alberi di sera era più piacevole dei riverberi di calore che salivano dall’asfalto delle strade in paese.
Io ero seduto sul cordolo del marciapiedi per prendere fiato dopo avere rubato un bel punto di bandiera al Papon, un ragazzo mio coetaneo e compagno di classe, non troppo sveglio, né troppo ardimentoso, ora alle prese con le botte che gli assestava il Fasulon.
«L’è sens oman!»
Non ha il marito. Le udii bene le parole. Suonavano come una sentenza. E capii che erano rivolte a quella donna che teneva per mano il bambino straniero.
Il capannello di donne e uomini lì vicino bisbigliava, mentre qualcuno con la coda dell’occhio la seguiva curioso; gli uomini in particolare, che dovevano essere attratti dalla sua bellezza.
Pensai subito al bambino che era senza padre, a come doveva essere brutto non avere uno che, come faceva in primavera mio padre, costruiva zufoli con la corteccia dei salici per farmeli suonare come un piccolo zampognaro, o che mi portava sulle spalle per farmi provare l’emozione del galoppo su un cavallo. Pensai che doveva essere triste, e forse per questo il bambino non parlava, non avere un padre che lo prendesse per mano, con le dita dure e nodose, infondendogli dentro un senso di forza che dileguava di colpo ogni traversia, ogni dolore, ogni paura.
Li seguii mentre si dissolvevano lentamente tra le ombre della sera, soli, verso la campagna, senza un uomo che li guidasse. E provai dispiacere. Mi sembrò ingiusto che persino un idiota come il Fasulon avesse un padre e quel bambino no. 

***

Il maestro era un omone che si presentava in classe ogni giorno indossando una cacciatora consumata e sporca di sangue rappreso di fagiano o di lepre. Le braghe di fustagno e gli stivali inzaccherati di fango. Era uno che quando si incavolava faceva tremare il mondo e avevi sempre l’impressione che volesse impallinarti come la povera selvaggina che cacciava.
Quella mattina era tutto rosso e fumante come un toro. Per l’ennesima volta aveva agguantato il Fasulon per le orecchie e tirandolo a strattoni lo aveva sbattuto dietro la lavagna a scontare l’ammenda per avere rubato la gomma alla Rosalba, una bambinetta minuta, e civettuola nei momenti di normalità, ma estremamente impaurita dalla rozzezza di quel compagno che era il soggetto preferito dei nostri incubi notturni.
Nell’aula gravava la tensione che precede la tempesta. Rosalba piangeva schizzando lacrime a fontana, il Fasulon muggiva perché gli dolevano le cartilagini auricolari, il maestro sbraitava e imprecava.
In quella baraonda la porta si scostò appena ed entrò il bambino straniero, accompagnato dalla timida signora Prosperina, la bidella, la quale, non si è mai capito il perché, aveva una sorta di soggezione feudale per il maestro.
Questi lasciò la cattedra e, sceso dal predellino di legno, si avvicinò al bambino, come se già lo conoscesse da lungo tempo. Roteò su di noi gli occhi ancora infuocati dalla rabbia.
Stavamo zitti, mezzi impauriti per la sfuriata appena subita e per la curiosità di vedere quale sorte sarebbe toccata al bambino.
Il maestro levò una mano e indicò al Mufa di sloggiare dal suo banco, proprio vicino al mio, dove era stato collocato affinché io lo aiutassi nel fare i conti e nello scrivere. Quindi fece cenno al bambino di andare a occupare quel posto.
Fu così che ebbi quel nuovo compagno.
Poi il maestro ordinò di prendere i fogli da disegno e i colori. Iniziammo l’attività preferita da tutti: da noi perché si poteva spaziare con la fantasia e anche parlare un po’ sottovoce e dal maestro perché poteva starsene seduto in cattedra a leggere beatamente il giornale.
Più che coltivare in noi lo scrivere e il fare di conto fece tanti piccoli michelangioli e raffaelli con la testa tra i colori, i temperini divora matite, le gomme per incidere buchi profondi come la notte nei fogli.
Ci fece amare la natura e osservare i passeri sugli alberi, che era il tema di disegno preferito, tratteggiare le gambe a molla delle rane e la corolla giallo vivo di un ranuncolo.
Era un uomo fatto così. Carne antica di chi pensava che in fondo quelle teste di rapa che si trovava sui banchi tutte le mattine, figli di contadini, non sarebbero stati altro che contadini a loro volta; nei secoli dei secoli.
Ci lesse una poesia del Pascoli. Lo faceva puntualmente, da pascoliano fino al midollo qual era. Non ce la spiegò, perché dava per scontato che non l’avremmo capita. Poi disse: «Adesso avanti, tocca a voi! E fate i bravi, che mi ’n go da fa!»
Io presi il pastello colore verde e quello colore blu. Sapevo che dovevo disegnare il cielo e l’erba fresca di un prato. Avevo capito che nella poesia si parlava di terra, zolle e di contadini intenti ad arare.
Una scena che avevo stampato nelle più intime cellule del mio essere, da millenni di cromosomi paterni e materni.
Davanti agli occhi vidi mio padre con la sua cesta che spargeva le sementi nel campo vicino alla casa, dopo essere tornato dal turno in fabbrica, in città.
Contavo i suoi gesti che forse un giorno avrei ripetuto anch’io.
Mi calai in uno squarcio bucolico, senza immaginare che dopo qualche anno, al liceo, avrei rivisto e risentito le stesse immagini nei versi sofisticati e un po’ artificiosi di Virgilio o di Tibullo.
Mi piaceva però rappresentare mio padre che seminava, mentre muoveva le sue braccia forti, precise; mentre calcava la terra umida affondando con gli stivali. Era il solo mondo che conoscevo e allora non sapevo vederne un altro.
Disegnavo bene. Avevo una buona predisposizione dalla natura. Ma a forza di darci dentro tutti i giorni a scuola mi ero affinato notevolmente. Ero già a buon punto, quando volli sbirciare sul foglio del mio nuovo compagno senza voce. Lo vidi bianco. E vidi lui con la testa bassa, che non sapeva che cosa fare.
Allora capii che non avere un padre era vivere in un mondo grigio e senza colori. 

*** 

Un’anguilla non avrebbe saputo fare di meglio. Il Mufa era un ragazzetto tarchiato e pigro, dalle movenze di bradipo – per questo lo chiamavamo «muffa» – , ma quando era nell’acqua sembrava essere nel suo ambiente naturale. Il corpo si trasformava, assorbiva energia e l’acqua pareva scivolare sulla sua pelle come se fosse coperta di squame. Era capace di stare immerso per minuti e minuti, interminabili, con noi dalla riva ad ammirarlo, il fiato sospeso mentre si muoveva flessuoso tra le alghe; poi, quando pensavamo che fosse passato troppo tempo, gli tiravamo sassi per farlo risalire perché avevamo paura che prima o poi annegasse. Invece lui, niente. Si scioglieva nell’elemento equoreo, ne diventava parte sostanziale, come un tritone. Nuotava, nuotava instancabile, finché riemergeva emettendo uno zampillo dalle labbra e un’aura di goccioline intorno ai capelli, felice, sicuro di sé.
I pomeriggi prima che terminasse la scuola, fare il bagno ai «set porti», un invaso di cemento con le chiuse di ferro che abbeverava centinaia di ettari di risaia, era il nostro passatempo, tra una battaglia e l’altra, quando eravamo a corto di munizioni e l’afa era troppo soffocante anche per dei prodi che dovevano difendere la patria.
Una decina di culetti e di pisellini che saltavano, correvano, si dimenavano tutto il pomeriggio su e giù dalla riva, in quella piscina dove dopo di noi sguazzavano, con non minore sollievo dalla calura, le oche.
La pelle arrossata dal sole e dalle punture dell’esercito di zanzare, inferociti e instancabili, le braccia e le ginocchia scorticate dal cemento su cui ci arrampicavamo per tuffarci. Tutti dentro, tutti fuori, tra schiamazzi, litigi, pianti e sorrisi.L’unico che dell’acqua aveva una paura boia era il Fasulon. Lui stava ben attento a entrare; quando si spogliava, mostrando per intero l’essenza lardosa delle sue natiche e un pisellino microscopico, era una comica. Ma nessuno osava la litania del «Fasulon pien de caca…» perché eravamo fin troppo a portata delle sue mani enormi e callose, pesanti come due pale da riso.
Stavamo là, in ossequioso silenzio, mentre compiva il rito dell’assaggio immergendo le dita di un piede, con cautela e una smorfia che gli tagliava le labbra.
«Brrr… brrrr… freda! L’è trop freda!»
Fosse stata in ebollizione, per il Fasulon l’acqua era sempre fredda.
Noi dentro, lui fuori, tignoso e pronto a farcela pagare non appena una biscia gli fosse capitata tra le mani.
L’agguantava nell’erba con una ferocia selvaggia, e tenendola stretta con due dita a cappio, la povera bestia che si arrotolava intorno all’avambraccio ciccio, urlava: «La butto!»
Rideva soddisfatto del terrore che disseminava. In un batter d’occhio schizzavamo fuori dalla piscina come dei fulmini.
L’unico a fregarsene era il Cecu. Non faceva una piega.
Puntualmente la biscia finiva sulla sua testa.
Lui la prendeva, imperterrito, con l’indice di una mano la accarezzava sul dorso, per consolarla dalla stretta furente del Fasulon. Poi la allungava come se fosse stata un elastico, ma con rispetto; la stendeva delicatamente e la posava sulla superficie dell’acqua finché la vedeva riprendersi e sinuosamente scivolare via. Il Cecu con gli animali era come il Francesco da cui prendeva nome.
Forse ci provava gusto a invelenire il Fasulon che si incazzava nero. Saltava nell’acqua scordandosi persino la sua naturale ritrosia per l’elemento, e appioppava una gragnola di pugni al Cecu.
Questi taceva, riparandosi la testa con le mani. Lo lasciava fare. Quando si rendeva conto che l’ira del condottiero era svanita si dava una grattata sul punto dove era stato colpito. Con calma, senza mai sbottonarsi più di tanto, risaliva l’argine di cemento. Andava a raccogliere i vestiti. Li indossava. Prendeva la bicicletta. Dava un’occhiata furba in giro, girando gli occhi verso di noi che stavamo ammutoliti a osservare una scena vista e rivista migliaia di volte, ma che ci lasciava sempre con una gran ansia. Poi urlava: «Fasulon pien de caca!» e filava via pedalando come un treno.
Quel giorno ci mancò poco che investisse il bambino che stava là, con il suo biciclettino rosso fiammante e il cappellino di tela bianca, a guardarci, da sotto l’ombra di un’acacia. Lo schivò all’ultimo momento, per un soffio, e si trovò sullo stradone, inseguito da un paio di sassi enormi che il Fasulon gli aveva scagliato alle spalle, fortunatamente senza colpirlo.
Suonarono le ore. Era tardi. Di lì a poco il sole si sarebbe immerso nelle risaie dalla parte di Vercelli. Uscimmo dalla piscina, ci rivestimmo e in fila andammo a recuperare le biciclette.
Il Fasulon avvicinò il Pinin per dirgli che l’indomani ci sarebbe stata la partita sul dosso della chiesa: Inter contro Juve. Le nostre squadre erano queste. Restava da chiarire chi sarebbe stato l’Inter e chi la Juve: ma se la sarebbero giocata a pari e dispari i due comandanti, per noi della truppa era un dettaglio insignificante stare da una parte o dall’altra.
Lasciai che gli altri infilassero lo stradone e mi avvicinai al bambino, rimasto al suo posto sotto la lunga ombra dell’acacia.
«Ciao!» gli dissi.
«Adesso io vado a studiare il piano. A te piace la musica?»
Lui mi guardava, gli occhi un po’ bassi. Non rispose. Montò sulla bicicletta e se ne andò lasciandomi di stucco.
Aveva ragione il Fasulon: uno così non s’era mai visto.

***

Era un pomeriggio sul tardi. Il sole stava digradando dietro gli alberi da frutto che mio padre coltivava su un fazzoletto di terreno dietro all’orto e il cielo era pieno degli schiamazzi e dei voli delle rondini alla caccia di insetti. Io ero intento a catturare le libellule dalla coda rossa, quelle più dannate e furbe, quelle che non si lasciano mai prendere, nemmeno se tenti di incantarle passandogli più volte il dito davanti agli enormi occhi compositi dai riflessi gialli e rossi. Ma era da un po’ che le inseguivo e ne avevo una bella scorta; meditavo di impagliargli la coda per lasciarle poi volare penosamente sulle pertiche dei pomodori, quando lo vidi. Il bambino era solo, camminava per il sentiero che passava dietro a casa mia, lungo gli argini di un fosso, in una regione di orti disseminati di cipolle, melanzane turgide di sole violaceo e insalata religiosamente protetta con teli di plastica per evitare che la canicola la bruciasse.
Indossava il solito cappellino di tela bianca e sembrava assorto in chissà quali pensieri. Per un istante restai indeciso sul da farsi. Poi gli diedi una voce, mostrando in trionfo le povere libellule che avevo catturato e che mi accingevo a seviziare.
Il bambino si fermò. Stava fermo sull’argine del fosso, con le gambe affondate nell’erba alta che mia nonna non aveva avuto voglia di tagliare per darla ai conigli. Non disse una sola parola.
«Le vuoi sì o no? Io tanto ne prendo delle altre…»
Ancora non ci fu risposta. Cominciavo a pensare che fosse un po’ ottuso come il Giuan Uluc, Giovanni l’allocco, un poveraccio che era lo scemo del villaggio e che spesso era bersaglio dei nostri scherzi e della ferocia del Fasulon, il quale ci provava un gusto particolare ad angariare tutti gli esseri che lui riteneva più deboli. Però il suo volto era sorridente, gli occhi avevano una luce particolare, di gioia e di amicizia.
Decisi di fare il primo passo e di avvicinarmi. Lasciai l’orto e scavalcando la rete metallica che lo cingeva lo raggiunsi sulla riva del fosso.
«Vuoi essere mio amico?» gli chiesi. «Non preoccuparti», tentai subito di rassicurarlo, «dal Fasulon ti difendo io la prossima volta che cerca di darti le botte. A me non mi tocca, anche se mi chiama Figheta, perché ha soggezione».
Lo guardavo annuendo alle mie stesse parole, quasi per tranquillizzarmi che quanto gli stavo dicendo corrispondesse a verità, anche se non ne ero proprio sicuro.
Poi decisi di donargli una libellula: la più rossa e grande che avevo catturato. Gliela porsi osservando con sorpresa la ritrosia con cui il bambino straniero vedeva avvicinarsi il povero insetto. Forse ha paura, pensai sorridendo dentro di me, questo deve essere proprio un cittadino di quelli tosti, di quelli che in paese chiamavano i «caga verd». Posai la libellula sulla sua mano e la povera bestiola con le zampette cercava di aggrapparsi disperatamente, forse credendo di avere la salvezza, muovendo a scatti la testolina e le ali trasparenti e innervate.
Dopo un primo momento di incertezza, constatando che la libellula era un animale inoffensivo, il bambino mi sorrise, vinto dal leggero solletico delle tenui zampette sulla pelle delle dita.
Scosse la testa e contrasse le labbra come se cercasse di dire qualcosa, ma senza riuscire a emettere la voce.
Io rimasi di pietra, senza capire. Uno così mi sembrava venuto da un mondo diverso da quello in cui io ero abituato a vivere e a pensare.
«Ti piace?» gli domandai.
Il bambino straniero fece sì muovendo la testa e sorridendo. Ma non disse una parola. Provai a insistere.
E fu allora che con un nuovo sforzo delle labbra contratte tentò di pronunciare qualche parola. Dalla sua bocca uscirono rumori arcani, dei suoni che mi parvero gemiti di dolore, una voce che sembrava provenire dagli anfratti più profondi e più bui della terra. Sentii un brivido correre lungo la spina dorsale e raggelarmi la pelle, come la prima volta che vidi un topo uscire dalla fogna. E come quella volta fuggii.
Quando fui abbastanza lontano dal bambino mi girai. Lo vidi fermo sulla riva del fosso, ancora con la libellula rossa tra le dita, che piangeva. Un nodo mi strinse lo stomaco, perché capivo che cosa avevo fatto e, credo, cominciavo anche a capire il perché di quella voce. Ma non ebbi in quel momento il coraggio di tornare indietro per stargli vicino. 

***

L’estate si fece torrida. Ma la scuola finì e noi avemmo più tempo per battagliare dalle mura del castello, immaginandoci eroici paladini della patria. Anche i bagni, con il mese di giugno, si fecero più frequenti.
Da bianchicci quali eravamo stati per i mesi invernali, le nostre epidermidi acquistarono dapprima un colorito rosso aragosta e poi il nero del sole.
Io suonavo, leggevo il Topolino e qualche romanzo di Salgari che mio papà comprava a Novara. Fantasticavo mondi esotici che trasferivo nell’immaginazione quando in bicicletta andavamo sulle rive del Sesia a esplorare quelle giungle di salici e acacie, quei deserti di pietrame del greto.
Durante il primo pomeriggio, quando il sole era talmente secco da immobilizzare il mondo, restavo rintanato a casa a studiare i preludi di Bach che la mia insegnante di pianoforte mi assegnava e voleva sentire perfetti. Ma mi stancavo del toc toc ritmico del metronomo e delle corse armoniche del sommo musicista, allora mi lanciavo nelle note che allora facevano impazzire i giovani di mezzo mondo.
Quel pomeriggio ci davo dentro con Yesterday e Lady Madonna; trasformavo la tastiera prima in un tappeto di fluidità romantica e poi in una rotaia di ritmo sfrenato, perché mi piaceva eseguire la partitura di Lady Madonna un po’ veloce, a mo’ di boogie woogie.
Non mi accorsi del mio compagno senza voce che stava in piedi ritto sull’uscio a fissarmi estasiato. Chissà da quanto tempo era in ascolto. Mi chiamò mia nonna, che evidentemente aveva fatto entrare il bambino e già sapeva che ero troppo assorto tra le mie note per potermi accorgere della sua presenza.
«Ciao!» gli dissi, invitandolo a sedersi accanto a me sullo sgabello del pianoforte.
Mi sorrise, come sempre, con il suo sguardo incerto e in un certo modo triste. Allora io gli presi la mano destra e la posi sulla tastiera.
Le sue dita affusolate e diritte facevano una bella curva, naturale, con il dorso della mano. Se lo avesse visto la mia insegnante avrebbe sicuramente detto che il mio compagno aveva delle belle possibilità per diventare un buon pianista. Lei adorava le curve auree delle mani, i polsi ben messi e morbidi, che invece erano il mio tormento.
Il mio compagno mosse le dita e dai tasti uscirono dei suoni senza nessun nesso armonico, né dei legami melodici. Ma fu tutto felice. Rideva e pigiava i tasti.
Quella musica scomposta che traeva aveva un effetto singolare su di lui.
Allora io decisi di insegnargli a suonare, perché capii che quello poteva essere un modo per comunicare, per mettersi in contatto con il mondo esterno e poter esprimere il mondo che internamente viveva. Il pianoforte avrebbe potuto essere la sua voce.
L’idea mi piaceva, perché quello strumento vecchio di decine e decine di anni che mio padre aveva recuperato per pochi soldi chissà dove, era anche una parte della mia voce, quella più segreta che portavo dentro e con la quale parlavo alla mia anima.
Gli insegnai poche note, un branetto facile facile che mandava mio nonno in delirio tutte le volte che lo suonavo.
«Avanti popolo» do-do-re-mi-mi-mi. Il mio compagno senza voce lo imparò subito, mostrando un orecchio sensibile e pronto, e mano sicura. Rideva. Felice come non lo avevo mai visto.
Quel pomeriggio dimenticai persino la puntata di Rin tin tin. Mia nonna ci portò due fette di pane con la cioccolata e restammo a mangiarle e a suonare «Avanti popolo», lui la parte del canto e io quella dell’accompagnamento che ogni tanto, per scherzo, giravo in minore, per farla sembrare una marcia funebre.
Se ne andò quando era già buio e le zanzare cominciavano a martellare senza pietà. E fu quella l’ultima volta che lo vidi.
Il giorno dopo lo aspettai tutto il pomeriggio, rinunciando persino all’assalto al castello che il Pinin e il Fasulon avevano programmato, pensando che mi avrebbero dato del codardo e del figheta per tutta la vita. Ma ritrovare il bambino in quel momento era per me più importante dell’onore, riuscire a farlo parlare con la musica più bello di ogni sogno.
A un certo punto presi la bicicletta e percorsi le strade del paese in cerca del mio compagno senza voce. Ma fu inutile. Tornai a casa sconsolato, senza potermi spiegare il perché della sua assenza. Fu solo quando mia madre tornò a casa dalla fabbrica, verso sera, che finalmente seppi.
Mentre preparava la cena lavando e sminuzzando le verdure che mio papà aveva raccolto nell’orto, li sentii parlare.
Io guardavo svogliatamente la televisione. La puntata di Rin tin tin era piatta piatta. Nemmeno il piccolo Rusty catturato dagli indiani mi appassionò.
Mia mamma disse che la donna se ne era andata quel giorno stesso. Chi le aveva affittato la casa le aveva dato il ben servito.
Non capii il perché, ma compresi che doveva avere un segreto che la gente del paese non tollerava. Forse il fatto che suo figlio non avesse un padre, come ce l’avevo io e tutti gli altri bambini.

 

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