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All’improvviso suonò il
telefono. Restai per un attimo immobile sperando che fosse un errore,
invece seguì un altro squillo: era Clara, mia sorella che mi chiamava a
gran voce: «Corri, mamma sta proprio male».
Benché fossi preparata all’evento, reagii in modo confuso e uscii
sbattendo la porta; fuori, il roseo biancore dell’alba tagliava la linea
dell’orizzonte e dava speranza al giorno.
Trovai mia madre raggrinzita nel suo lettuccio di ferro, solo il volto
appariva disteso, segno che aveva finalmente fatto pace con se stessa.
Cercò tastoni la mia mano. Gliela porsi, e fu come porgerle un dono. Si
aggrappò alle mie dita: «Perdonami» disse.
Sorrisi a fatica, un nodo mi stringeva la gola.
«Dimmi che mi hai perdonato» insistette.
La baciai e le strinsi le mani.
Clara, mia sorella, ai piedi del letto, guardava: «Ha cominciato a
cercarti qualche ora fa» disse. «Straparlava. Chiedeva il tuo perdono».
Scossi il capo e ritornai a contemplare mia madre.
Esile e minuta, tutta la vita era apparsa così: provvisoria.
Con quel suo pallore e continuo ansimare che si portava dietro da anni
dava sempre l’impressione di essere giunta alla fine. Impressione
sbagliata, perché lei aveva combattuto ogni giorno della sua vita con la
stessa tenacia e costanza, senza mai rallentare la tensione o rinunciare a
una giusta battaglia. Impossibile dire quanto lavoro aveva fatto.
Forse Dio, sbagliando le dosi, le aveva dato più forza ed energia del
dovuto.
Non ricordavo d’averla vista a letto due giorni di seguito; almeno fino a
tre settimane fa, quando un malessere, rivelatosi poi polmonite, l’aveva
completamente stroncata. Ripensando a quegli ultimi giorni, mi venne il
dubbio che la malattia fosse stato un suo espediente per far capire, a noi
figli, che stava preparando i bagagli.
Le strinsi ancora le mani e lei mi fissò, questa volta con un visibile
sforzo. Poi ebbe un rantolo e sbarrò gli occhi. Morì.
Novantacinque anni di donna se ne andavano senza rumore.
Pioveva, il giorno del funerale.
Sotto una passerella di ombrelli il corteo procedeva lentamente. Davanti,
innanzi a tutti, lei, nella sua bara di cedro.
Dietro il prete, con la cotta bianca e l’aspersorio dell’acqua benedetta;
poi noi figli – Clara, Michele e io –, infine i nipoti. Non c’era Sara,
mia figlia, e la sua mancanza mi fece male (dopo la nostra rottura non
l’avevo più vista e sentita, ma speravo che per il funerale della nonna,
cui era molto legata, sarebbe tornata). Ultimi, strascicando piedi e
parole, seguivano alcuni vecchi conoscenti e qualche beghina che ai
funerali era affezionata.
Clara, Michele e io tacevamo. Parlavano gli altri, invece. Sottovoce,
senza offendere la solennità del momento, si scambiavamo informazioni e
pettegolezzi.
Soprattutto parlavano di mia madre, di me e di mia figlia Sara, l’assente,
mentre recitavano il rosario, con la voce che a tratti saliva e a tratti
scendeva.
Qualche ora dopo era tutto finito.
Tornavamo dal cimitero, Clara e io, in silenzio, ciascuna assorta nei
propri pensieri, ancora più intristiti dalla pioggia e dal grigiore del
cielo.
Io mi guardavo intorno straniata.
Mi sembrava di non riconoscere più quella strada, quelle corti che mi
avevano vista bambina, poi adolescente e infine donna. Eppure erano sempre
le stesse, solo con qualche ritocco e un po’ di colore qua e là. Anche i
rumori erano meno stridenti, li sentivo stanchi e incupiti.
A un tratto Clara mi chiese: «Perché la mamma insisteva per avere il tuo
perdono?»
«Non so» risposi. «Davvero non so».
Lei tacque e io continuai a domandarmelo. Cercai dentro me le ragioni, ma
non le trovai. Vero che tra noi due c’erano stati momenti difficili, anzi
drammatici, ma ormai erano passati moltissimi anni; le tensioni si erano
chetate e i fatti avevano dato ragione a lei. Inconcepibile quindi
rievocare quel tempo.
«Comunque, qualunque cosa sia stata, ormai mamma è morta. E ai morti non
si deve portare rancore» dissi.
Passammo sul ponte e mi fermai a guardare il fiume. Era opaco e smunto; le
sue acque non avevano più le colline di schiuma che da bambina ammiravo
incantata. Verde smeraldo, ocra dorato, viola cardinale, rosso amaranto,
marrone morello, blu elettrico, ogni giorno era un diverso colore, una
sorpresa, dettata dalla distinta colori del vicino cotonificio. Avvertii
una punta di dispiacere. In fondo, nonostante quei colori fossero stati
dichiarati velenosi, avevano alimentato per anni illusioni e magie del mio
piccolo mondo segreto.
«Lo so che è triste, ma prima che tu torni a Milano dobbiamo liberare la
casa di mamma» disse Clara, rompendo l’incanto di quel ricordo.
Provai una fitta al cuore. Svuotare quella casa voleva dire cancellare
l’ultima cosa che ancora esisteva e testimoniava la storia della nostra
famiglia e della mia giovinezza, ma non si poteva evitare. Ci accordammo
per l’indomani.
Nonostante la nebbia, arrivai
prima del solito. Conoscevo la casa a memoria, eppure, appena dentro,
provai uno strano pudore, un imbarazzo quasi riverenziale.
In cucina, per superare il disagio, aprii un’anta della dispensa. Trovai
file di pacchi di pasta e di riso, scatole di biscotti, cacao, zucchero e
miele, alternate a confezioni di pelati, olio e fagioli. La mamma aveva la
fissazione della spesa. Mangiava poco, ciò nonostante voleva il mobile
pieno, stracolmo, solo così si sentiva sicura.
Ora quella roba ce la saremmo dovuta spartire, oppure offrirla alla Casa
della Carità.
Andai nella stanza da letto. Non era una stanza, era un grande locale
dentro cui, oltre al letto, erano stipati due armadi, un baule, un comò,
due poltroncine e una vecchia macchina per cucire. Aprii il primo armadio:
la biancheria, inscatolata tra bustine di lavanda e magnolia, mi ricordò
le domeniche pomeriggio passate a stirare, mentre mia madre brontolando mi
insegnava a piegare camicie e lenzuola, «giacché stirare bene è
importante, ma altrettanto lo è il modo in cui si piega la roba». Io tesa
e contratta l’ascoltavo con un solo orecchio, perché l’altro era impegnato
a seguire la radio e le canzoni della hit parade: Come sinfonia, Il cielo
in una stanza, Il nostro concerto erano le canzoni più gettonate, capaci
di farmi volare verso mondi e illusioni sublimi.
In una scatola di fazzoletti nuovi, protetti dalla carta velina e ancora
irrigiditi dall’appretto, trovai le immaginette di Santa Rita, di Padre
Pio, della Madonna di Lourdes e Sant’Antonio da Padova. Scossi il capo.
Conoscevo mia madre: mandava soldi a tutte le associazioni benefiche e
religiose che le scrivevano. In cambio loro le mandavano i santini
benedetti.
Sul fondo di una scatola d’asciugamani, invece, scoprii cartoline della
riviera e fotografie di me e Clara bambine. Eravamo in costume e
sorridevamo impazienti al fotografo. La mamma aveva un modo tutto suo di
conservare i ricordi importanti, pensai e, incuriosita, presi ad aprire
anche le altre scatole. Disseppellii, in questo modo, lettere, fatture,
comunicazioni e anche il biglietto d’augurio che le compagne di fabbrica
le avevano scritto quando era andata in pensione.
Ecco! mi dissi, la sua natura sospettosa e complessa si manifestava in
questa maniera bizzarra di conservare le cose.
Non sapevo il perché, ma qualcosa d’estraneo e mai completamente compreso
del suo carattere mi aveva impedito di lasciarmi andare, di affidarmi a
lei come una figlia avrebbe dovuto.
Forse, mi dicevo mentre rinvenivo i suoi piccoli segreti nascosti, ad
avermi bloccato era stato proprio questo suo continuo sospetto del mondo,
difficile da capire, soprattutto a vent’anni e a una ragazza che, come me,
era impaziente di aprirsi alla vita.
A peggiorare le cose poi c’era stata la storia di Antonio. Anzi, tutto era
cominciato quando lui era entrato con prepotenza nella mia vita e lei non
ne aveva voluto sapere. «Non mi dà fiducia» aveva detto.
Aprii il baule che conteneva coperte e lenzuola. Protette dalla carta
velina ritrovai le copertine di cotone delle nostre culle: bianche, con
l’orlo a festoni e ricami sparsi di fiori, prati e uccellini. Le sfiorai
con le dita. Impossibile immaginarmi in fasce, piccola, indifesa,
bisognosa di tutto, dentro una culla più simile a una cesta che a un
letto. Però c’ero stata, come c’erano stati mia sorella Clara e mio
fratello Michele.
Accarezzai le copertine con commozione e continuai a rovistare dentro il
baule, finché con la mano urtai una scatola di latta: una di quelle che in
passato aveva contenuto biscotti.
La presi e fu allora che, senza un motivo preciso, il cuore incominciò a
battermi forte. Mi ricordai in quel momento di Clara, ritornai in cucina e
controllai l’orologio. Erano le tre passate. Perché non era ancora
arrivata? Che le fosse successo qualcosa? Mi ripromisi di aspettare fino
alle tre e mezzo, poi l’avrei cercata al telefono.
Mi sedetti, con la scatola di latta tra le mani. Sicuramente conteneva
altri ricordi, ma cosa? Fotografie di parenti già morti, auguri natalizi e
pasquali, partecipazioni di nozze, o cartellini coi prezzi di capi
acquistati cinquant’anni fa?
Niente di tutto questo. Dentro c’era solo un pacco di lettere legate con
un nastrino.
Lettere? Chi poteva avere scritto alla mamma? Non ricordavo che papà fosse
stato lontano da casa. Niente guerra né servizio di leva, perché figlio
maggiore di madre vedova, e neppure emigrazioni… E allora? Che la mamma
avesse avuto un amante? No! Conoscendola, era un sacrilegio soltanto
pensarlo.
Tolsi il nastrino al pacchetto e lessi la prima lettera che mi capitò tra
le mani.
«Margherita adorata…» mi fermai. Impossibile. Margherita ero io… Con lo
sguardo impazzito iniziai a zigzagare sul foglio, poi lo girai a cercare
la firma: Antonio.
Antonio? Antonio non mi aveva mai scritto! Anzi, avevo invano atteso e
sperato una sua lettera. Non capivo.
Strappai un’altra lettera dal pacchetto. La presi a caso, col cuore che
tutto a un tratto s’era trasformato in una turbina a vapore. L’aprii.
Anche questa iniziava con «Mia cara Margherita…» Scorsi ancora la lettera
fino alla fine: e di nuovo riconobbi la firma di Antonio.
Mi fermai a ragionare.
Che fosse uno scherzo? Lo esclusi. Sarebbe stato fuori tempo.
Un errore? Ma di chi?
Mi stavo sbagliando? No. Ero lucida e non avevo bevuto.
Con foga aprii una a una le lettere, mi bastò leggere le prime righe:
erano tutte di Antonio per me.
Mi alzai, mi risedetti. Non capivo. O forse no. Capivo… Cominciavo a
capire. Quelle lettere non le avevo mai viste perché mia madre volutamente
me le aveva nascoste. Incredibile!
Fu così che, dopo quarantacinque anni, nella cucina di mia madre defunta,
riapparve, più vivo che mai, il fantasma di Antonio e del nostro amore
impossibile.
Avevo conosciuto Antonio una
fredda domenica pomeriggio.
Quel giorno, dopo aver stirato una cesta di biancheria, avevo ottenuto da
mia madre il permesso di uscire. Mi ero preparata con più cura del solito.
Dovevo andare con le mie amiche nell’unico bar del centro dove, attorno a
un moderno jukebox, avremmo passato qualche ora alternando sorsi di
cioccolata a sogni di fughe oltre oceano.
Lui, Antonio, era entrato proprio mentre ascoltavo sognante Peppino di
Capri che cantava Mai più nessuno al mondo, aveva guardato verso di noi,
anzi verso di me e aveva sorriso. Anch’io gli avevo sorriso, nonostante la
sua divisa di bersagliere. Era soldato di leva ed era in libera uscita.
Era venuto vicino a me, si era seduto e aveva cominciato a parlare. Mi
aveva raccontato di lui e della sua terra assolata sul mare. Aveva un
sorriso più caldo di un abbraccio e occhi scuri simili a calamite da cui
non riuscivo a staccarmi. Quella stessa sera mi aveva accompagnato a casa,
ma per prudenza ci eravamo salutati all’angolo della via. Conoscevo mia
madre e non volevo che lo vedesse.
«Va sempre in quel bar, la domenica, lei?» mi aveva chiesto.
«Sì, vado sempre lì» avevo risposto.
La domenica successiva c’era stata una nevicata imprevista.
«Se vuoi uscire, devi prima spalare la neve davanti alla porta del
sottoscala» aveva detto mia madre. E io lo avevo fatto con entusiasmo.
Solo così sarei potuta andare in quel bar dove speravo di ritrovare
Antonio.
La nostra storia era cominciata così. Tra ansie, languori, cioccolate e
canzoni, poco alla volta mi ero lasciata conquistare da Antonio.
Ci vedevamo al sabato e alla domenica, a volte anche durante la settimana,
soprattutto se facevo il turno del pomeriggio. Antonio veniva all’uscita
della fabbrica e mi aspettava, fermo e impettito, vicino al palo della
luce. Poi, quando mi vedeva sbucare dalla portineria, mi correva incontro.
Io lo riconoscevo subito, forse per il suo passo veloce, forse per il suo
sorriso particolare, capace di mandare vibrazioni a distanza.
Ci amavamo come potevamo, nascondendoci negli scuri portoni o nelle ultime
file di un cinema da quattro soldi. Eppure le sue mani mi avevano svelato
le oscurità del mio corpo, la sua pelle mi aveva fatto vibrare e tremare
come nessun altro sarebbe stato poi capace di fare.
Finché un’oscura beghina lo aveva raccontato a mia madre. E allora erano
cominciate le ramanzine, poi le scenate, infine i divieti e i castighi.
Mia madre non aveva mai voluto saperne; diceva che Antonio era giovane,
che era militare, e, infine, che era foresto.
Ma io ero troppo innamorata e avevo continuato a vederlo, incurante delle
botte con cui spesso mia madre mi accoglieva al ritorno. Quando mi
picchiava non reagivo, ma sentivo nascermi dentro un’ondata di rabbia e
rancore; allora stringevo i denti e tacevo.
«Non la vinci tu» pensavo, e anziché staccarmi mi legavo sempre più al mio
tenero Antonio. Come l’Edera di Nilla Pizzi.
Anche lui si era legato a me; insieme avevamo fatto progetti e avevamo
deciso che al termine della leva lui avrebbe parlato a mia madre,
dimostrando le sue buone intenzioni. Se lei avesse opposto ancora un
rifiuto non importa, noi avremmo continuato ad amarci, a scriverci
assiduamente e a vederci appena possibile. Alla fine ce l’avremmo fatta a
coronare il nostro sogno d’amore.
E, infatti, due giorni prima del congedo, Antonio era venuto a casa per
parlare a mia madre. Lei non lo aveva neppure fatto entrare, lo aveva
ascoltato a malapena sulla porta di casa.
«No» aveva detto, alla fine. «Siete troppo giovani e poi tu sei
forestiero».
Antonio era partito in un giorno di pioggia. Lo avevo accompagnato alla
stazione, e per farlo avevo chiesto, con la complicità della mia
caposquadra, un permesso in fabbrica.
Sotto la pioggia che si mischiava alle lacrime ci eravamo giurati fedeltà
e amore eterno, con la promessa di scriverci subito e tanto.
Io l’avevo fatto. Da lui, invece, non avevo mai ricevuto un rigo. Almeno
così avevo creduto. Ora, invece, le sue lettere mi pesavano tra le mani.
Ripensando a quei giorni e alla mia infelice quanto inutile attesa, mi
assalì una fiammata di rabbia. Da non credere! Mia madre mi aveva visto
soffrire, non mangiare, non dormire, girare per casa con gli occhi gonfi
di pianto e di speranza, ma ciò nonostante mi aveva nascosto le lettere. E
quando chiedevo: «È arrivata posta?» imperturbabile, faceva di no con la
testa e diceva: «Dimenticalo, non è l’uomo per te».
Io stupida, le avevo creduto, mi ero lasciata convincere; addirittura col
tempo le avevo dato ragione.
Ma Antonio non l’avevo dimenticato.
Mi alzai, andai alla finestra:
la nebbia era diventata così fitta e compatta da rendere invisibile
persino il lampione. Ora un impenetrabile schermo mi separava dal mondo e
io ero sola in una casa non mia.
Perché Clara tardava a venire? Avevo voglia di andarmene, fuggire lontano;
ma ormai era troppo tardi.
Camminavo su e giù per la stanza. Non sapevo che fare; da un lato non
vedevo l’ora che arrivasse Clara per chiudere in fretta quella tortura,
dall’altro avevo paura d’incontrarla. Da buona sorella avrei dovuto
raccontarle per intero la storia, ma ero quasi certa che nel momento
cruciale mi sarebbe mancato il coraggio. Non avevo neppure il coraggio di
leggerle per intero quelle lettere. L’avrei fatto, forse, più avanti,
quando mi fossi calmata. Ora avevo dentro un subbuglio, una collera che
montava e che non potevo e volevo assolutamente fermare.
Non è possibile, non può essere vero, mi dicevo, ma purtroppo era vero; lo
testimoniavano quei fogli che stringevo tra le mani e che lei, mia madre,
aveva colpevolmente custodito.
Come aveva potuto lei, che mi aveva generato partorito accudito, ignorare
la mia sofferenza e tradirmi così ignobilmente?
Può una madre far questo? Che razza d’amore era il suo?
Riprovai un sordo rancore, lo stesso identico rancore, forse ancora più
acceso, che avevo provato quando mi picchiava.
Improvvisamente m’accorsi che quel rancore era odio. Io la odiavo.
La odiavo quando da bambina mi castigava per colpe non mie; la odiavo
quando adolescente non mi concedeva il permesso di uscire; l’odiavo quando
mi picchiava perché amavo Antonio.
L’odiavo, adesso più che mai, perché mi aveva nascosto le lettere.
Ora capivo perché mi aveva chiesto perdono. Ma dentro di me non c’era
pietà. «Sì, ti odio, ti odio, ti odio» gridai. «Mi hai rovinato la vita,
mi hai plasmato come tu hai voluto, hai fatto di me la tua brutta copia,
mi hai impedito di essere veramente felice, perché lo sai, l’hai sempre
saputo che con Piero non sono stata felice. Però tu hai voluto che lo
sposassi e mi dimenticassi di Antonio. Ti odio, e ti odierò sempre» gridai
ancora, questa volta in singhiozzi.
Fu un lago di lacrime, il mio. Misto al dolore, al rimpianto di un amore
che non c’era stato, sentivo forte lo sdegno del tradimento. Il mio
sentimento era libero e niente poteva fermarlo.
Una mano si posò sul mio capo.
Alzai la testa. Sara, mia figlia, era di fronte a me.
«Sei arrivata?» le chiesi.
Sorrise. Le presi la mano e gliela strinsi forte. Poi la baciai. Non la
riconoscevo, era diversa da quando (ormai erano cinque anni) se n’era
andata, sbattendo la porta, per seguire l’uomo che amava.
Da allora non avevamo più avuto rapporti. Dove viveva? Come viveva? Cosa
faceva? Non sapevo niente. Le poche vaghe notizie, compreso l’indirizzo,
le avevo avute da un’amica con cui lei aveva mantenuto un contatto.
E ora era qui, davanti a me, con un’espressione matura e la mia stessa
forza. Anzi, maggiore.
La guardai con gli occhi gonfi di lacrime e mi sentii colpevole.
Sara era stata costretta a fare le sue scelte da sola e controcorrente,
perché io, sua madre, non l’avevo capita né aiutata. Al contrario, l’avevo
minacciata, ricattata, maledetta quasi.
Pensai, vergognandomi, che avevo fatto mille sforzi per essere diversa da
mia madre e invece avevo ripetuto i suoi stessi errori.
«Come stai?» le chiesi.
«Bene» rispose.
Non disse altro e io immaginai che mi odiasse, allo stesso modo in cui
odiavo mia madre.
«Mi odi?» le chiesi.
Lei mi guardò esitante.
«Molto meno di prima» disse.
«Davvero?» chiesi.
«A un certo punto ho sentito la nostalgia delle tue parole e delle tue
dolcezze» disse.
Le strinsi più forte le mani: «Mi stai dicendo che ti manco? Anche tu mi
sei mancata. Molto».
«Il tempo e la lontananza a volte fanno strane alchimie» disse Sara.
«Trasformano i sentimenti fino a farti rimpiangere ciò che una volta
odiavi».
«Io invece ho ancora un forte rancore verso mia mamma, cioè la tua nonna».
Dissi dopo un po’. Avevo voglia di rimettermi a piangere, ma sentivo che
le lacrime si erano improvvisamente rapprese.
«Hai una ferita aperta, è appena morta e…» tentò di dire Sara, ma io la
interruppi.
«No. La odio perché non mi ha mai amato, non ha mai pensato alla mia
felicità, ma solo alle convenzioni e a quel che diceva la gente; lo
sospettavo ma solo poco fa l’ho scoperto».
«Forse la sua era una forma d’amore. Un modo per proteggerti. Pensaci!
L’hai fatto anche tu con me, eppure sono certa che mi ami» disse ancora
Sara e si avvicinò alla finestra.
«È vero, con te ho commesso i suoi stessi errori. Ti chiedo perdono».
«Ti ho perdonato da tempo» rispose.
«Io no… non riesco a perdonare la nonna. Ho imbarazzo ad ammetterlo, ma è
più forte di me. La odio» dissi in un soffio.
Sara ebbe uno scatto improvviso e si girò verso me, pensierosa.
Scrollò il capo: «Non devi sentirti in colpa, né vergognarti, mamma.
L’odio, come l’amore, è insito nella dialettica della vita, nel rapporto
tra una madre e una figlia, nella relazione tra una generazione e l’altra.
Anzi credo che l’amore e l’odio nascano dalla medesima spinta vitale.
L’amore ci dà qualcosa, l’odio ce la toglie».
«Lei mi ha tolto la possibilità di essere felice… La odio, e odio anche me
perché mi vergogno di odiarla» dissi ancora.
«Bisogna saperli riconoscere i nostri sentimenti, e accettarli, anche
quando ci sembrano ignobili. Non siamo sempre belli, né lindi come
comunicandi. Ci sporchiamo anche noi le mani, anzi il cuore».
Rabbrividii. Sara si stava mostrando matura, molto più matura di quanto
avrei potuto immaginare.
«Se tu sapessi cosa mi ha fatto la nonna…» le dissi.
Lei mosse il capo: «Non lo so, forse non è nemmeno giusto che io lo
sappia, ora che lei è morta».
Chinai la testa.
Sara ritornò alla finestra e l’aprì. La nebbia umida della mia pianura mi
si insinuò tra i capelli.
«Che fai?» chiesi.
«C’è aria viziata qua dentro» disse. «Ho bisogno di far respirare i
pensieri».
Non ebbi il tempo di rispondere, il suono del citofono interruppe i nostri
discorsi. Clara, mia sorella, finalmente era arrivata. Andò Sara ad
aprire.
Io mi rifugiai in bagno per nascondere la scatola con le lettere. Dentro
la scatola parcheggiai temporaneamente anche il rancore e la rabbia.
Non desideravo parlarne con Clara, almeno non in quel momento. Prima avevo
bisogno di alcune risposte. Se Sara avesse avuto ragione? Se mia madre,
impedendomi di amare Antonio, avesse voluto proteggermi? E ancora, era
giusto rinnegare il perdono che avevo concesso a mia madre sul letto di
morte?
Mi guardai allo specchio e rividi alcuni suoi tratti. Invecchiando tendevo
sempre più a somigliarle, così come Sara stava facendo con me.
Pensai a lei, a me, a Sara, e una domanda mi balenò nella testa: «Se fossi
stata libera di amare Antonio», mi chiesi, «Sara sarebbe nata lo stesso?»
Il dubbio della risposta sgretolò la mia collina di rabbia.
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